Il successo dura un attimo, di Mari Luz Peinado e Bernardo Marín

In occasione dell’omaggio che la FIL de Guadalajara ha voluto fare a Elena Poniatowska per il suo 80 compleanno, pubblichiamo questo articolo uscito nel numero speciale EL PAÍS EN GUADALAJARA 2012, dedicato alla fiera del libro messicana.
Lo scrittore Juan Villoro dice che i messicani sono tali perché gli è toccato esserlo, mentre il merito della sua amica, Elena Poniatowska, è essere messicana per scelta. Quali sono le cose che hanno attratto così tanto la scrittrice di origine polacca nata a Parigi, da farsi adottare da questo paese? Durante l’ultima edizione della Feria Internacional del Libro (FIL) di Guadalajara, nel tributo resole per il suo ottantesimo compleanno, ne ha elencate alcune. Per prima cosa, le università: l’UNAM (Universidad Nacional Antónoma de México) e l’UAM (Universidad Autónoma Metropolitana). Poi la FIL. E infine i mestieri ambulanti, in via di estinzione, come il suonatore d’organetto, l’abonero (il venditore a domicilio), l’arrotino o il portalettere, «sul punto di soccombere strangolato dalla cibernetica».

Il Messico rende omaggio alla Poniatowska ma lei non gli dà tanta importanza. Alla fiera, è una dei pochi ad aver ricordato lo scandaloso premio conferito a Bryce, poiché «la cultura non può restare ai margini dell’etica». Soltanto per un momento, però, data l’occasione festiva. «Per me è un’allegria, ottant’anni e dieci nipoti sono abbastanza.» Tuttavia, non le va di trastullarsi nel successo. «Che cos’è il successo? Il successo dura un istante. In questa vita non si riesce a ottenere proprio un bel niente. Come diceva mia madre, una volta c’era un cantante che si chiamava Cri-Cri che cantava “laggiù alla sorgente c’era un rigagnolo, a volte più grande e altre, più piccolo”. Proprio come il successo.»

Credete che si ritirerà dopo tutti questi onori? Lei non lo sa, ma non si lascerà convincere. «Fino all’ultimo momento non bisogna ritirarsi, specie quando si scrive. Carlos Fuentes aveva già il romanzo che voleva scrivere sopra la scrivania, assieme agli orari e tutto il resto», ricorda. Pertanto, la Poniatowska (c’è chi la chiama Elenita, ma a lei non piace perché dice che assomiglia ad “albondiguita”, polpettina) ha in ballo qualche progetto. Il più prossimo è la biografia del suo antenato Stanislao Augusto Poniatowski, ultimo re di Polonia e uno dei quaranta amanti di Caterina la Grande di Russia. «Ci sto lavorando, anche se faccio un po’ di fatica, visto che di storia europea ne so pochissimo.»

Inoltre, alla FIL sarà presentata la riedizione de La noche Tlatelolco, che racconta lo sterminio degli studenti nella piazza omonima alla vigilia dei Giochi Olimpici del ‘68. È un libro ancora attuale? «Sì, nel paese ci sono tuttora molte ingiustizie. Magari oggi gli studenti non vengono più uccisi. Però, a causa del narcotraffico ci sono più di 60.000 morti, soprattutto tra i giornalisti. Questi fatti non accadono in Spagna, ad esempio.»

Dato che ha citato la Spagna, come vede l’altra parte dell’Atlantico? «Adoro la Spagna, nonostante mio padre sia finito in carcere laggiù, a Jaca. Ecco perché vorrei andarci un giorno a Jaca. Lui attraversò i Pirenei per raggiungere De Gaulle in Africa, ma fu catturato. I prigionieri dovevano dire tutti i giorni “Viva Franco”, però mio padre diceva “Viva il maiale” e gli facevano pulire le latrine. Non tutto era negativo: diceva che il cibo era buonissimo, i fagioli con il lardo; ho ancora il suo cucchiaio.»

E la Poniatowska a chi darebbe un premio, a chi renderebbe omaggio? Non ci pensa un istante: «Ai cronisti messicani, sono straordinari, Fabrizio Mejía Madrid, i sostenitori di Carlos Monsiváis. Sono meglio dei romanzieri. Non scrivono le loro memorie, sebbene mescolino le loro vite con la cronaca. Bisogna pensare un po’ oltre noi stessi. E non scrivere sempre io, io, io ed io.»

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Traduzione di Massimiliano Bonatto

Nato e cresciuto ai bordi della foresta (quella del Cansiglio) ha da subito avuto una spiccata predisposizione per imboscarsi, specie nei libri, e da questa condizione di imboscato, dopo varie peripezie che lo hanno portato in giro per l'Europa e alla laurea in traduzione a Venezia, ha deciso che era ora di venire allo scoperto. Ora, divide il suo tempo tra la Spagna e l'Italia traducendo, un po' insegnando e senza mai dimenticare l'antica passione che lo aveva portato in bosco. Collabora con la casa editrice Odoya traducendo saggi di musica, arte, sociologia e via di seguito. Destreggiandosi tra qualche traduzione tecnica e turistica, aspetta l'occasione di dedicarsi alla letteratura, magari ispanofona, la vera aspirazione che gli ha fatto prendere la strada.

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