Il poeta che scriveva sugli alberi: fenomenologia di Reinaldo Arenas

“Il realismo è quanto di meno realistico possa esistere in letteratura. Dacché esso elimina tutto quello che si muove in un essere umano: non solo la sua vita esteriore, ma i suoi misteri, il suo potere di creare, di dubitare, di sognare, di pensare, di vivere incubi.”
Da un’intervista concessa da Arenas a Ann Tashi Slater nella biblioteca dell’Università di Princetown*

In uno di quei viaggi che mi portavano, in varie occasioni dell’anno, da Napoli a Barcellona, dove vivevano mia madre e i miei fratelli, avevo partecipato a una campagna di raccolta fondi per GreenPeace. Ero un adolescente squattrinato, con poca faccia tosta, e le commissioni che ricevevamo per ogni volontario ingaggiato, nel mio caso erano ridotte all’osso. Verso la fine della campagna, ci avevano detto di andare a cercare possibili interessati all’ingresso del camping Estrella de mar, che occupava, pare in maniera non del tutto legale, una vasta pineta affacciata sulla spiaggia di Castelldefels, dove viveva la mia famiglia.
Anni dopo, mentre ponevo frettolosamente fine ai miei studi di letteratura comparata all’Università Autonoma di Barcellona, avevo scoperto che in quello stesso camping, alla fine degli anni settanta, aveva lavorato Roberto Bolaño, come guardiano di notte. E di certo quel posto doveva albergare uno strano magnetismo poetico, perché proprio alla fine della mia poco proficua giornata in qualità di promotore per GreenPeace, avevo conosciuto, nel bar vicino all’ingresso del camping, il signore americano che, visibilmente infastidito dal caldo, aveva usato come se fosse stato un ventaglio, il primo libro che io vedevo di Reinaldo Arenas.
Avendo notato la mia insistenza, l’uomo, che con mio grande stupore si rivelò essere Carl Brownlee, professore dell’Università di Princetown, mi spiegò che si trattava della prima edizione di Celestino antes del alba, l’unico romanzo pubblicato da Arenas a Cuba, nel ’67 ed esaurito nel giro di una settimana. Dopo aver precisato di essere stato colto in un momento di estrema debolezza e di non avere l’abitudine di trattare i libri in quel modo, il professor Brownlee mi mostrò il volume dalle pagine ingiallite, in una bellissima rilegatura a cura della UNEAC (Unión de Escritores y Artistas de Cuba)

Da quel giorno non ho mai smesso di desiderare una copia di quella prima edizione, e di dedicarmi con constante entusiasmo alla lettura, allo studio e alla traduzione in italiano dell’opera di Reinaldo Arenas.
Il primo romanzo del grande scrittore cubano nato nella provincia rurale di Aguas Claras e noto al grande pubblico per la versione cinematografica della sua autobiografia diretta dal newyorkese Julian Schnabel, fu premiato con una menzione speciale nel premio che ogni anno la UNEAC organizzava per scoprire e promuovere le nuovi voci letterarie dell’isola. Ma il romanzo che in un primo momento aveva avuto un titolo diverso (Cantando desde el pozo), resterà l’unico libro di Arenas pubblicato a Cuba.
Dissidente sotto qualsiasi aspetto, diventerà presto un vero e proprio perseguitato politico nel suo paese, e i suoi romanzi saranno pubblicati in forma clandestina all’estero, mentre l’autore vive una vita di miserie dentro e fuori dalle prigioni di Cuba. Le motivazioni di un tale ostracismo sono riassunte dallo stesso Arenas, al suo arrivo a Miami nel 1980, in un’intervista raccolta da Manuel Zayas per il suo documentario Seres extravagantes**. Esule insieme ad altre decine di migliaia di indeseables ai quali il regime di Fidel aveva permesso di abbandonare l’isola attraverso il porto di Mariel, Arenas dice: “Sono omosessuale e sono anti-castrista. Vale a dire che riunisco tutte le condizioni per le quali non mi pubblichino mai un libro e per vivere al margine di qualsiasi società.”
Privo di studi letterari formali, con errori ortografici nelle prime opere, assolutamente alieno alla Escuela de Letras, attorno alla quale si muoveva il grosso dell’élite culturale di quegli anni, Arenas si era fatto molti nemici tra gli scrittori cubani, la maggior parte dei quali avrebbero poi popolato i suoi spettacolari e corrosivi libri in qualità di tremende caricature: formava parte del piano secondo cui lo stesso autore, con estrema onestà, considerava la sua scrittura come un atto di vendetta.
Primo episodio del progetto più ambizioso della sua opera, la Pentagonía che diluisce e sublima in un ciclo di cinque romanzi, la miserabile e appassionante biografia dell’autore, Celestino antes del alba, stando alle parole del messicano Carlos Fuentes, è “Uno dei romanzi più belli che siano mai stati scritti sull’infanzia, l’adolescenza e la vita a Cuba”.
Sullo sfondo della Cuba rurale di Fulgencio Batista, irreale a arcaica, il libro è un affascinante poema in prosa, a tratti violento, sulla scoperta intima della diversità. Celestino, il bambino protagonista, è impegnato in una continua lotta contro le sue zie e contro i suoi nonni che non comprendono il perché del suo scrivere ovunque, addirittura sulla corteccia degli alberi. Egli sente la necessità di creare un’alternativa di bellezza all’oscura tradizione, alla forza, al potere rappresentato dalla sua famiglia, nel seno della quale non esiste alcuna empatia con il talento del giovane scrittore. I nonni e le zie di Celestino considerano che con il suo compartamento egli stia osteggiando lo status familiare e il sacro codice di normalità al quale sono abituati. Per questo ogni albero sulla cui corteccia la mano di Celestino ha iniziato a scrivere una poesia, viene presto abbattuto senza pietà.
Brownlee, il giorno che lo conobbi nel bar del camping Estrella de mar, mi raccontò una storia che aveva ascoltato dal giovane scrittore cubano Carlos Velazco***, il quale, a sua volta, l’aveva raccolta da Onelia Fuentes, zia di Reinaldo. La letteratura, disse pure, a volte non è altro che uno spazio infimo che si crea tra migliaia di pettegolezzi e dicerie della vita reale.
Onelia diceva che, esattamente come Celestino, Reinado volle scrivere sin da piccolo, e lo faceva dove poteva: pezzi di cartone, e fogli usati, stracciati, tutti di diversa grandezza e di origine diversa, che si erano accumulati in casa. Allora li perforava in un angolo con un fil di ferro e li teneva uniti, con l’allegria di aver fatto un libro. Il suo libro. Quel fil di ferro a volte gli faceva sanguinare le mani, facile indizio di ciò che sarebbe stata la sua vita e la sua opera, attraversate entrambe come una meteora furiosa, e vissute selvaggiamente, fino alle più estreme conseguenze.

* The literature of Uprootedness: An interview with Reinaldo Arenas, Ann Tashi Slater, The New Yorker, dicembre 2013
** Con gli scrittori: Reinaldo Arenas, Delfín Prats, Antón Arrufat, Tomás Fernández Robaina, Ingrid González. Premio Unión Latina-Festival di Biarrtiz, 2006 e Premio al miglior documentario al Torino Gay & Lesbian Film Festival
*** Cópula con Reinaldo Arenas, testo di presentazione del libro Misa para un ángel de Tomás Fernández Robaina, settembre 2010

di Alessio Arena (Napoli, 1984) cantautore e scrittore. Vincitore del Musicultura Festival e Premio A.F.I al miglior progetto discografico per Bestiari(o) familiar(e), ha pubblicato i romanzi L’infanzia delle cose, Il mio cuore è un mandarino acerbo e scritto per il teatro in spagnolo e in italiano. Il suo prossimo romanzo, La letteratura tamil a Napoli, è in uscita a settembre per Neri Pozza.

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