Il Manifesto parla di Mario Bellatin

Sono passati diciassette anni da quando l’editore peruviano Jaime Campodónico pubblicò “Salón de belleza” dell’allora trentaquattrenne Mario Bellatin, nato in Messico da genitori peruviani e cresciuto a Lima, città che avrebbe lasciato per seguire i corsi della scuola di cinema cubana e poi per trasferirsi a Ciudad de México.
Da allora Bellatin ha scritto incessantemente (“Disecado”, uscito quest’anno presso Sexto Piso,  è il suo ventiquattresimo libro), è stato tradotto in varie lingue, ha vinto in Messico il Premio Nacional de Literatura per “El gran vidrio” (Anagrama 2007) e nel 2009 è stato presentato dal NY Times come uno dei più interessanti e originali tra gli scrittori latinoamericani contemporanei. Potrebbe sembrare strano che, nonostante tutto questo, Bellatin sia quasi sconosciuto in Italia, dove è fuggevolmente apparso “Dama cinese” (Bookever 2007), ormai reperibile solo nei remainders. Il fatto è che, se molti editori italiani hanno avuto a lungo sul tavolo opere come “El jardín de la señora Murakami” (Tusquets 2000), “Flores” (Matadero-Lom 2000), “Jacobo el Mutante” ((Alfaguara 2002), nessuno si è azzardato a pubblicare un autore considerato troppo sperimentale per il nostro pubblico, nonché lontano dalle tipologie di scrittura latinoamericana tutt’ora radicate nell’immaginario dei lettori e anche in quello di molti critici.
Oggi, però, arrivano confortanti anche se non vistosi segnali di cambiamento, che vanno dalla lenta scoperta o riscoperta di voci mai del tutto sommerse, a una maggiore attenzione dell’editoria (un esempio fra i tanti: sta per nascere Sur, marchio di minimum fax dedicato all’America Latina). E ora,   proposto da una casa editrice dedicata alle letterature ispaniche, ecco arrivare fino a noi anche “Salone di bellezza” (La Nuova Frontiera, pag. 63.E.11), che, nella traduzione di Chiara Muzzi, è da pochi giorni in libreria e per un caso bizzarro appare mentre Berlusconi accelera l’approvazione della sua legge sul fine vita.
E’ quasi impossibile, per un lettore che affronti qui e oggi il breve romanzo di Bellatin, evitare questo rimando: perché il testo parla di un salone di parrucchiere adorno di vasche piene di pesci tropicali che a poco a poco si trasforma in un moridero, un luogo in cui vengono ospitate le vittime ormai insalvabili di un morbo non meglio specificato.
Là gli infermi, respinti dalle famiglie e dagli ospedali, potranno morire in pace, accompagnati fino all’ultimo dall’ex parrucchiere gay che li accoglie per sottrarli alla solitudine, all’abbandono e alle cure ostinate e inutili con cui li torturano i buoni samaritani di professione (in primo luogo le implacabili Sorelle della Carità), pronti a negare ai morenti gli ultimi brandelli di dignità, ma anche di una rivendicata e tenace “indegnità”.
Raccontato così, “Salone di bellezza” può sembrare una storia legata a quella che si usa chiamare “una scottante attualità”, ed è invece il suo esatto contrario, perché Bellatin è per sua scelta inattuale, slegato da contesti definiti e precisi (siano essi quello globale o quello latinoamericano).  Come in tutte le opere dello scrittore messicano, i riferimenti spazio-temporali si affacciano solo attraverso impercettibili dettagli: non sappiamo, infatti, dove si trovi la periferia metropolitana che è il luogo della storia (anche se le bande dei Matacabros a caccia di travestiti, nonché l’uso di un solitario modismo, sembrano alludere a Lima), e non ci sono indicazioni sul periodo in cui la vicenda si svolge.
Il lettore, però, sa che “Salone di bellezza” è stato scritto all’inizio degli anni ’90,  quando l’AIDS era la peste del XX secolo,  e in questa luce potrebbe considerarlo una parabola sulla malattia e sulla comunità omosessuale che a suo tempo ne è stata devastata. E così è stato letto da molti, anche perché il protagonista senza nome e senza volto, contagiato a sua volta e in viaggio verso la morte, racconta della sua vita en travesti e delle avventure nei bagni pubblici; senza contare che tra le regole del moridero (dove si è ammessi solo quando non c’è più speranza) ce n’è una tassativa: niente donne, niente bambini, soltanto uomini che costituiscono in mortem una “repubblica” chiusa e in qualche modo stoica.
L’ignota malattia, però, potrebbe anche essere una qualunque delle tante pandemie periodicamente annunciate, oppure una simbolica peste sociale che colpisce i marginali delle megalopoli. E l’ accudimento essenziale dei moribondi  è stato interpretato come una metafora dell’eutanasia, ma anche come un ritorno tra le braccia della Madre (il gestore del moridero, così spesso in abiti femminili) che dispensa vita e morte. E c’è anche un altro filo da seguire, quello rappresentato dai pesci che vivono e muoiono nelle vasche del salone, sempre più vuote e desolate man mano che la narrazione avanza: una presenza che esprime la dialettica tra morte e bellezza e il continuo scivolare dell’una nell’altra, ma presiede anche alla trasformazione del moridero in “acquario” sigillato, pieno di creature immobili e piagate e destinato a svuotarsi con la prossima morte del suo creatore.
Le molte interpretazioni possibili, come pure l’intervento di un lettore che si insinua nei molti silenzi del testo e che spesso deve trasformarsi in detective per decifrarne i misteri, non sono sgraditi a Bellatin, che sembra anzi predisporre tutto per provocarli, ma in un certo senso non lo riguardano. La sua scrittura semplice e nuda, definita minimalista per via di un costante lavoro di “sottrazione” (via gli aggettivi, via le belle frasi, via ogni possibile orpello, e infine, come in “Lecciones sobra una liebre muerta”, via l’unità del testo che si spezza in frammenti), trova la propria giustificazione in se stessa, non ha messaggi da trasmettere e mira a costruire “un universo fittizio assurdo ed ermetico, anche se assolutamente coerente, un mondo retto da una logica propria e, pertanto, capace di sostenersi da solo e di generare discorsi nuovi che, come se fossero pezzi di un mosaico, si incastrano perfettamente”, come scrive Diana Palaversich nel prologo alla “Obra Reunida” dello scrittore(Alfaguara 2005).
Misterioso come i suoi romanzi, Bellatin è un autore che si nasconde, e lo fa celandosi dietro una sovraesposizione fisica che lo vede protagonista di provocatorie performances e sembra coagularsi nell’uso di bizzarre protesi-scultura (lo scrittore è nato senza l’avambraccio destro) concluse da un uncino, un ghirigoro, un leggìo, perfino da un grosso pene metallico. E forse , come scrive Javier Guerrero in un suo saggio (“El esperimento “Mario Bellatin”. Cuerpo enfermo y anomalìa en el trànsito material del sexo”, Estudios n.63-69, 2009), proprio nell’opposizione a quello che Foucalt chiamava biopotere sta la chiave dell’opera di questo autore, che da una parte trasforma la propria anatomia in un manifesto, una forma di scrittura, un’opera d’arte, e dall’altra intesse nei suoi libri un discorso su una corporeità imperfetta, instabile, mutante e sovversiva,  che si sottrae al canone stabilito dal potere e dalla sua estetica. Il corpo delle creature di Bellatin (il suo stesso corpo) non si lascia modellare impunemente nelle forme più “adatte”  e oppone una resistenza che non può lasciare indifferenti.


Questo articolo di Francesca Lazzarato è apparso su Il Manifesto del 10 maggio 2011.

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