Il femminismo nero di Paulina Chiziane, di Adelto Gonçalves

Pubblichiamo oggi un’interessante riflessione estratta da un saggio del professor Adelto Gonçalves e pubblicata originariamente sul blog della casa editrice CarmoEditora, sul mondo letterario di Paulina Chiziane, la prima scrittrice nera del Mozambico. Buona lettura!

traduzione di Roberta Vitiello

Se la letteratura scritta dalle donne è un mondo a parte, affrontata da prospettive che romanzieri e cronisti uomini difficilmente vedono, immaginiamo come può essere il mondo visto da una donna africana, mozambicana, ancor più se governato da tradizioni e costumi che ci suonano strani. Questo strano e magico mondo è offerto nei suoi libri da Paulina Chiziane (1955), la prima scrittrice nera del Mozambico.

Diciamo la prima scrittrice nera perché non sarebbe corretto definirla la  prima scrittrice mozambicana: Lília Momplê (1935), nata nell’Isola di Mozambico, autrice di libri di racconti e di una biografia, professoressa, funzionaria dell’Unesco ed ex segretaria dell’Associazione degli Scrittori Mozambicani, è apparsa prima di lei, nell’epoca post-indipendenza, ed è probabile che ci siano altre mozambicane autrici di libri. Lília Momplê, discendente dei macua, è meticcia, con sangue europeo nelle vene, e se il criterio dovesse essere quello di un’africanità supposta, Paulina sarebbe la prima scrittrice nera del Mozambico, ma, in definitiva, non è la prima scrittrice mozambicana.

È chiaro che questi “divisionismi cromatici” non portano a nulla, proprio perché nessuno è considerato più o meno mozambicano per il colore della pelle. Comunque sia, ciò che sappiamo è che nell’odierna società mozambicana esistono due versioni su quest’argomento: una interna (non tutti sono così scuri) e un’altra esterna (più estensiva).

Senza contare certi “paternalismi coloniali” che portano scrittori del Mozambico e dell’Angola, con radici più europee che afro bantu, ad avere un maggiore riscontro nell’industria editoriale, oltre che un’ampia divulgazione tramite i mezzi di comunicazione dell’antica metropoli e del Brasile. Oppure sarà per mancanza d’informazione o per coincidenza che, nell’università brasiliana, durante vari incontri sulla letteratura africana di espressione portoghese, si parla solo di Mia Couto (1955), José Eduardo Agualusa(1960) e Pepetela(1941).

Di certo non si può dire che Paulina Chiziane non sia conosciuta in Brasile. Di Paulina, la Companhia das Letras, di San Paolo, nel 2004 ha pubblicato il romanzo Niketche. Una storia di poligamia, che la casa editrice Caminho di Lisbona, ha pubblicato nel 2002; gli altri suoi libri sono ancora in attesa della buona volontà di qualche editore brasiliano.

Nata a Manjacaze, nella provincia di Gaza, nel sud del Mozambico, Paulina ha vissuto nelle campagne fino ai sette anni per poi spostarsi nei suburbi di Maputo, dove ha frequentato la Facoltà di Linguistica dell’Università Eduardo Mondlane, senza terminare gli studi. È nata in una famiglia protestante, dove si parlava il chope e il ronga.

Nei campi parlava la sua lingua materna, il chope ma, quando poi si è trasferita in città, ha dovuto imparare il portoghese a scuola, mentre per strada era obbligata a parlare il ronga, la lingua nativa di Maputo. «Sono chope, mio padre faceva il sarto per strada, solo col tempo è riuscito a rimediare una baracca. Mia madre è stata sempre una contadina, a volte non tornava a casa per una settimana per occuparsi della machamba (piantagione di manioca)». La voce della scrittrice mozambicana Paulina Chiziane è serena, ma non maschera l’orgoglio delle sue origini.

Ha imparato il portoghese alla scuola cattolica. A vent’anni ha cantato l’inno dell’indipendenza mozambicana, ha gridato contro l’imperialismo e il colonialismo e poi, con la guerra civile (1975-1992) che ha raso al suolo il Paese, ha smesso di illudersi. Per questo, nei suoi libri, non parla sempre in maniera diretta della guerra, ma di un paese distrutto, della miseria del suo popolo, della superstizione, dei rituali religiosi e della morte.

Ha partecipato attivamente alla vita politica del Mozambico come membro del Frente de Libertação de Moçambique (Frelimo), dove ha militato in gioventù, essendo stata eletta alle prime elezioni multipartitiche nel 1994. Ha abbandonato, poi, la vita del partito per dedicarsi alla scrittura, al lavoro nella Croce Rossa e alla pubblicazione delle sue opere, probabilmente, angustiata dal maschilismo che ancora segna le relazioni politiche nel Paese.

Nel suo ultimo libro, L’allegro canto della pernice (2008), aldilà delle questioni che pongono l’accento sulla secolare sottomissione della donna all’universo maschile in alcune società africane, Paulina porta il lettore a confrontarsi anche con la questione del riduzionismo praticato da chi guarda l’Africa dall’esterno e cerca di presentare la sua Storia e la sua Letteratura come se il continente africano fosse un unico Paese, così come ha denunciato la scrittrice nigeriana Chimamanda Adichie (1977) nel suo discorso contro il pericolo di ascoltare e ripetere un’unica storia, quella dei vincitori.

Come osserva Nataniel Ngomane, dottore in Lettere presso l’Università di San Paolo (USP) e docente dell’Università Eduardo Mondlane, nella postfazione al libro, Paulina, se non la prima, sicuramente oggi è la voce più forte che recupera temi “dimenticati” da quegli autori africani di espressione portoghese le cui radici risalgono al colonialismo – seppur critici o che hanno lottato contro il colonialismo – nell’affrontare temi come il razzismo, l’assimilazione, la sottomissione dei valori africani ai valori europei, la poligamia, le relazioni di servilismo non solo nell’ambiente familiare, ma tra nazioni e gruppi etnici.

Come in Balada de amor ao vento (1990), il suo primo libro, con Sarnau, in Ventos de apocalipse (1999) con Minosse e Wuhseni, in Il settimo giuramento (2000) con Vera e in Niketche (2002) con Rami, ci parla di donne che lottano, in L’allegro canto della pernice Paulina presenta Serafina, Delfina, Maria das Dores e Maria Jacinta, una generazione composta da nonna, figlia e nipoti, personaggi metonimici che mostrano i conflitti della società nella Zambezia, provincia mozambicana del centro-nord, dove l’autrice vive da molti anni.

La metafora di questo libro mette la Zambezia al centro del cosmo, i Monti Namuli sarebbero il ventre del mondo o la culla dell’Umanità. Queste sono le conclusioni di un convegno sull’indagine genetica mondiale in corso tutt’oggi, denominata “ The Genographic Project” della rivista National Geographic, insieme all’IBM, dove si segnala che la specie umana si è formata da un tronco comune africano e che, ciò che esiste oggi nel mondo – quello che era chiamato “razza” in passato – sono delle varianti di un segno genetico comune.

In questo modo, i mozambicani di oggi, indipendentemente dalla loro nazione originaria, secondo queste ricerche, sarebbero dell’aplogruppo LO di tipo mtDNA, apparso circa centomila anni fa in Africa Orientale, e poi estesosi ad Ovest e a Sud e fuori dall’Africa. Sorprendentemente, apparteniamo a una famiglia comune; quindi, non sarebbero necessari più di ventimila anni per trasformare gli africani più scuri e dagli occhi neri in chiari europei nordici dagli occhi azzurri e viceversa.

Partendo dalla ricostruzione di questo mito – che sta guadagnando ora delle basi scientifiche – Paulina ricostruisce anche il mito dell’origine matriarcale del mondo; ma perchè la Zambezia? Perché questa è la regione africana con il maggior tasso di meticciato, tale da essere conosciuta come il Brasile dell’Africa.

Quando rivisita i miti dell’origine matriarcale, Paulina ripete ciò che l’antropologo cubano Fernando Ortiz (1881-1969), basandosi sulle idee dell’antropologo polacco Bronislaw Malinowski (1884-1942) ha battezzato come transculturazione, vocabolo che ben esprime le differenti fasi del processo transitorio da una cultura all’altra; ma ciò non consiste nel limitarsi ad acquisire una cultura diversa, concetto espresso dal termine angloamericano acculturation, con tutta la superbia di chi l’ha coniato, bensì il processo implica necessariamente la perdita di una precedente cultura, ossia, un parziale lutto della cultura, che implica la nascita di nuovi fenomeni culturali (Ortiz, 1973, pp.134-135).

In altre parole: non esistono acculturati, ossia chi perde la propria cultura sostituendola con quella del colonizzatore (e nel caso africano, il colonizzatore non è solo l’europeo ma si riferisce anche ai popoli africani e altri che colonizzarono e soggiogarono altri popoli africani, vendendoli ai trafficanti europei).

Il dramma africano è il risultato di ciò che altri popoli hanno fatto a questa terra, ciò non significa che se il continente avesse continuato a vivere isolato, avrebbe avuto un futuro migliore. Un dramma che Paulina come nessun’altra ha saputo riassumente in queste righe di L’allegro canto della pernice: “Alle madri piace dare ai figli nomi di fantasia. Nomi di viandanti, di vagabondi. È cominciato tutto molto tempo fa. Arrivarono gli arabi. I neri si convertirono. E cominciarono a chiamarsi Sofia, Zainabo, Zulfa, Amade, Mussá. E divennero schiavi. Arrivarono i marinai con la croce e la spada. Altri neri si convertirono. Cominciarono a chiamarsi José, Francisco, António, Moisés. Le donne cominciarono a chiamarsi Maria. E rimasero schiavi. I neri che furono venduti passarono a chiamarsi Charles, Mary, George, Christian, Joseph, Charlotte, Johnson. Si battezzarono. E rimasero schiavi. Un giorno arriveranno altri profeti con le bandiere rosse e dottrine messianiche. Deificheranno il comunismo, Marx, il marxismo, Lenin, il leninismo. Demonizzeranno il capitalismo e l’Occidente. I neri cominceranno a chiamarsi Iva, Ivanova, Ivanda, Tania, Kasparov, Tereskova, Nadia, Nadioska. E rimarranno schiavi. Dopo arriveranno persone da tutto il mondo con soldi in tasca da dare ai poveri in nome dello sviluppo. E i neri si chiameranno Soila, Karen, Erica, Tânia, Tatiana, Sheila. Riceveranno i loro soldi e rimarranno schiavi.

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