Galassia Saer, di Edgardo Dobry

In occasione dell’uscita in Italia di uno dei romanzi fondamentali della letteratura argentina, Cicatrici (trad. di Gina Maneri) di Juan José Saer, pubblichiamo questo articolo di Edgardo Dobry uscito su El País in occasione della pubblicazione di altri due volumi dedicati all’opera di Saer: l’edizione completa dei racconti e la pubblicazione dell’edizione congiunta dei suoi primi tre romanzi, tra i quali anche lo stesso Cicatrici. Buona lettura

Non è possibile comprendere la letteratura argentina successiva a Borges senza l’autore di En la zona. La recente edizione completa dei suoi racconti e di quattro dei suoi romanzi riporta alla luce l’essenza dell’opera di un autore che ha segnato la recente narrativa del Río de la Plata.

L’acuto e rigoroso prologo che Ricardo Piglia ha scritto per quest’edizione in cui sono stati pubblicati Responso, La vuelta completa e Cicatrici s’intitola «El lugar de Saer»; questo titolo era già stato usato da Piglia per una conferenza tenutasi nel 2006 all’Università Pompeu Fabra di Barcellona; in realtà «El lugar de Saer» era stato, molto tempo prima, un breve e fondamentale saggio di María Teresa Gramuglio apparso come prologo a Juan José Saer por Juan José Saer (Buenos Aires, 1986). La scelta di questo titolo non è arbitraria. Una delle operazioni obbligatorie della critica nei confronti di Saer (Serodino, Argentina, 1937 – Parigi, 2005) è, appunto, la determinazione del suo luogo: delocalizzato rispetto ad altri scrittori argentini, sia perché Buenos Aires non appare quasi mai come ambientazione delle sue opere, sia perché l’autore ha vissuto gli ultimi trentacinque anni della sua vita a Parigi. Eppure, sebbene la sua opera assimili esplicitamente l’influenza del pensiero e della narrativa francese della seconda metà del XX secolo, sarebbe ridicolo considerarlo uno scrittore senza territorio. Non soltanto perché il suo universo narrativo ha mantenuto come centro quel luogo, il litorale fluviale argentino da cui proveniva, ma anche perché non è possibile comprendere la letteratura rioplatense successiva a Borges senza Juan José Saer, senza focalizzare l’attenzione su quella periferia che ha Saer ha messo al centro di tutta la sua opera narrativa. Basta leggere l’elenco degli scrittori della sua generazione e di quelle successive che gli hanno reso esplicito omaggio per capire la svolta che romanzi come El limonero real, El entenado o Glosa rappresentano per la letteratura del Río de la Plata, quel fiume senza sponde di cui Saer ha raccontato in modo geniale la storia e che ha trasformato in materia narrativa nel suo romanzo più conosciuto, El entenado.

Inevitabile far riferimento a Borges perché è a lui che Saer, partendo da una profonda ammirazione, ha contestato –in una sorta di corpo a corpo– il proverbiale disprezzo per il romanzo che l’autore di Finzioni proclamava con convinzione. “Borges come problema” s’intitola uno dei magnifici saggi che Saer ha riunito in La narración-objeto, in cui cerca meticolosamente il valore autentico dell’opera borgesiana ripulita dal mito popolare e dal suo esibizionismo conservatore. Già nel 1981 aveva scritto un articolo provocatorio fin dal titolo “Borges romanziere” nel quale sosteneva che il rifiuto di Borges per questo genere letterario rappresentasse più un’impossibilità che una poetica (o piuttosto un’impossibilità poetica): «Se Borges non ha scritto romanzi è perché ritiene, e tutta la sua opera lo dimostra, che per uno scrittore del XX secolo l’unico modo per essere un romanziere è proprio non scrivere romanzi». Anche Saer infatti pensava che la poesia fosse il sistema solare di qualsiasi tipo di letteratura degna di essere presa in considerazione –lui stesso collocò al centro della sua scrittura un unico, e in continuo divenire, libro di poesie paradossalmente intitolato El arte de narrar – ma Saer era altrettanto sicuro che il romanzo fosse il genere letterario più importante, perché completo e libero da ogni materiale superfluo, come il più memorabile dei poemi moderni.

I primi anni successivi alla scomparsa di Juan José Saer sono stati segnati da un intenso dibattito proprio sul suo romanzo incompiuto, il suo lavoro più voluminoso, La Grande, pubblicato poco dopo la sua morte. L’opera rappresentava un’evidente summa del suo universo narrativo, una chiusura coerente resa da un’immagine cara a Saer –il “giro completo”, il ciclo, la ripresa, l’odisseico, sinuoso viaggio di ritorno– incarnata da Gutiérrez, un uomo che dopo aver passato trent’anni in Europa, decide di tornare nel suo luogo d’origine, nella zona, l’interno dell’Argentina, dove la nostalgia lentamente incubata si scontra con l’impossibilità dell’adattamento. Questo romanzo è però al tempo stesso estraneo al sistema Saer: più esteso ed esplicito rispetto alle altre opere, instilla il dubbio su come si sarebbe sviluppato se il suo autore avesse avuto il tempo di terminarlo e rivederlo. È stata la morte, relativamente repentina, a far sì che un contrattempo mettesse un punto finale a un’opera costruita scrupolosamente per quarant’anni? Oppure Saer aveva pensato di concluderla esattamente in quel modo? Molte voci si sono pronunciate al riguardo – da Buenos Aires al Messico, da Parigi a Barcellona – senza però esaurire l’inquietante fascino di La Grande.

Su un altro fronte, nel mondo accademico si andavano intensificando gli approcci all’opera di Saer: in Argentina un giovane professore della Universidad del Litoral, Paulo Ricci, ha compilato il curioso libro (di evidente spirito borgesiano) Zona de prólogos (Buenos Aires, Seix Barral, 2010), nel quale eminenti critici e scrittori  – Beatriz Sarlo, Alan Pauls, Sergio Chejfec, Juan Carlos Mondragón, Martín Kohan, Nora Catelli, tra gli altri – “prologavano” i singoli libri di Saer come se si trattasse di un volume di opere complete in cui fossero state escluse proprio le opere. Quello stesso anno veniva pubblicata – ad opera di Julio Premat, professore della Università Paris 8 Saint Denis – l’edizione critica, seguendo una prospettiva genetica, di due romanzi di Saer, Glosa e El entenado, nella prestigiosa collana Archivi; un volume il cui sostanzioso apparato riscattava alcuni importanti lavori critici che erano rimasti fino ad allora dispersi o quasi del tutto inediti. Inoltre, agli inizi del 2012, vennero pubblicati gli atti delle giornate internazionali dedicate all’opera di Saer, tenutesi alla Cité Universitaire di Parigi nel giugno 2010. Nel frattempo sono stati raccolti in Trabajos (Buenos Aires, Seix Barral, 2006), gli articoli di Saer usciti sulla stampa e grazie ai quali è possibile tracciare un quadro dei suoi interessi di lettore. L’amico Robe-Grillet, che di lui aveva detto: «Se si volesse trovare un equivalente del nouveau roman, Cicatrici sarebbe il nouveau roman esemplare»; il grande poeta Francis Ponge, il cui “partito preso delle cose” non poteva certo rimanere indifferente allo sguardo saeriano sul mondo materiale; l’alternanza e opposizione avanguardia/postmodernismo (in cui Saer si schierava apertamente per il primo); un elogio del traduttore argentino dell’Ulisse, J. Salas Subirach e, ovviamente, lo stesso Joyce, sono solo alcuni dei temi affrontati.

I suoi successori hanno rispettato, almeno fino ad oggi, i tratti che lui stesso impresse alla sua opera intellettuale e letteraria: non sarebbe adeguato parlare di “basso profilo” dal momento che non ha mai rinunciato a una battaglia né si è mai tirato indietro ogni volta che veniva chiamato in causa, ma sempre con la massima esigenza, il rigore estremo di un lavoro narrativo portato avanti con l’impegno formale proprio di un poeta, di chi crede che in un romanzo destinato a perdurare l’importante non sia soltanto la trama ma soprattutto la sua costruzione, la forma. La galassia narrativa del XX secolo nella quale Saer si è guadagnato di diritto un suo spazio – al fianco di Faulkner, Onetti, Proust, Pavese, Joyce, Beckett, Guimarães Rosa, Antonio di Benedetto, ma anche di Raymond Chandler o di Saul Bellow – è costituita invariabilmente da romanzi e racconti nei quali il “cosa” non ha senso senza il “come”.

La sua era una consapevole vocazione per l’essenza artistica del lavoro dello scrittore, ma anche una forma di resistenza contro la dilagante omologazione delle ricette narrative, che riconduce qualsiasi materiale ad un’impronta della stessa misura. «Non bisogna dimenticare che la letteratura è prima di tutto un’arte» – dice Saer a Ricardo Piglia in una conversazione del 1986 – «e che è grazie ad essa che proviamo emozioni estetiche». Quando Saer morì, Beatriz Sarlo scrisse nel suo necrologio: «Con lui le liti erano omeriche (!) Non ho mai conosciuto nessuno che fosse così spietato contro ciò che considerava cattiva letteratura; non c’era astuzia della critica né lusinga del mercato che potessero fargli cambiare idea». Uno dei suoi vecchi amici, il poeta Hugo Gola, membro insieme a Saer del gruppo che si avvicinò alla letteratura grazie al grande poeta Juan L. Ortiz, parla di una «etica rigorosa.» Riferendosi al suo primo libro, i tredici racconti di En la zona (1960), aggiunge: «Al di là del titolo, la sua scrittura non aveva niente a che vedere con il movimento letterario costumbrista dell’epoca. Saer, fin dagli inizi, ha costruito un linguaggio, un tono, utilizzando i registri dell’oralità e la sintassi della lingua parlata che caratterizzeranno anche tutta la sua opera successiva».

Nel prologo alla recente riedizione dei primi tre romanzi, Ricardo Piglia ci fa capire che il deliberato e continuo travaso tra poesia e prosa –l’unico libro di poesie di Saer, prodotto di aggiunte successive, mantenne il titolo di El arte de narrar (Visor, 2008)– era un modo, seriamente ironico, per mantenere sia la tensione formale interna sia quella tra i due generi letterari. Ed è qui che probabilmente risiede quella che oggi potremmo chiamare l’eredità saeriana: uno sguardo estremamente attento al mondo fisico, che si trasforma a volte in quello straordinario piacere per la descrizione, a cavallo tra l’impressionismo e l’iperrealismo, grazie al quale una bufera che si abbatte sulla città, dei pesci appena pescati e illuminati da una lanterna, la palla con cui sta giocando un bambino, le Sombras sobre vidrio esmerilado (titolo di uno dei suoi racconti più belli) o le increspature sull’acqua di una piscina scatenano una serie di  sensazioni, emozioni, riflessioni che a volte, invece di sommarsi secondo una logica automatica si disgregano fino a formare quell’imprevedibile amalgama di astrazione e materialità, di moralità e tessitura che rappresenta l’inimitabile marchio pittorico, ma anche cinematografico, il cinema fu sempre uno stimolo e una materia di studio, della prosa di Saer. Un virtuosismo che non è mai fine a se stesso ma sempre al servizio di un’unità superiore, quella narrazione-oggetto su cui aveva riflettuto con grande acume nei suoi due volumi di saggi.

Per tutti questi motivi è ormai quasi un luogo comune parlare del suo rapporto con il nouveau roman francese che, al momento del suo arrivo a Parigi, nel 1969 –arrivò con una borsa di studio per qualche mese e rimase fino alla fine dei suoi giorni, trentacinque anni dopo– era appena esploso. Per questo stesso motivo risulta estremamente interessante tornare a leggere i suoi primi romanzi, Responso o Cicatrici e le sue prime raccolte di racconti.  Perché anche se forse è difficile, oltre che inutile, negare l’influenza del romanzo francese degli anni sessanta su certi procedimenti di opere come Glosa, Lo imborrable o La ocasión è altrettanto evidente che esista un temperamento, uno sguardo e una prosa saeriana che è già definitiva in queste prime opere.

La traiettoria di Saer è una spirale: in qualche modo Saer è riuscito a fare di Parigi la periferia e a mettere al centro dell’universo quel lembo di Santa Fe in cui si svolgono o verso cui tendono tutte le sue storie. Perché per scrivere bisogna stare alle intemperie, “fuori”. Un fuori in cui, definitivamente, rimane l’opera dopo la morte dello scrittore; nel caso di Saer è un luogo ancora non definito ma sempre più saldo, cristallizzatosi nell’evidenza, nella forza e nella lenta decantazione di un’opera ormai classica nel senso più solenne del termine.

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Traduzione di

Franca Pirina nata e cresciuta a Livorno, espatriata e poi ritornata. Dal 2005 lavora con, tra, per i libri occupandosi di editoria con sorti alterne e ricoprendo vari ruoli, all'insegna del precariato. Correttrice, traduttrice, ideatrice e realizzatrice di progetti di condivisione della lettura come #LettoriFuori. Per laNuovafrontiera cura la collana di giornalismo narrativo Cronache di Frontiera e ha tradotto il libro di Gabriela Wiener Corpo a corpo (il diario di traduzione lo trovate qui) e Z. La guerra dei narcos di Diego Enrique Osorno. Collabora con Internazionale e altre riviste italiane e straniere.

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