Femminicidi di frontiera, di Judith Torrea

La giornalista Judith Torrea*, da anni impegnata a denunciare la situazione delle donne che vivono a Ciudad Juárez, ci racconta in questo articolo, pubblicato nel 2003 su El País, molti episodi legati alla scomparsa di donne e all’impunità che continua a permettere che ciò accada. Nelle parole dell’autrice «la cosa più triste è che oggi, a sedici anni di distanza da quando ho scritto questo articolo è ancora attuale, la situazione è ancora la stessa, o meglio, è anche più grave. Le uniche differenze sono che alcune delle persone intervistate sono morte, alcune sono dovute fuggire negli Stati Uniti e che l’orrore ha raggiunto livelli impressionanti grazie all’impunità e all’indifferenza accumulate in 20 anni di sparizioni di donne e di femminicidi». Ma Judith Torrea non si limita alla cronaca dell’orrore ma ci racconta anche della lotta di coloro che non perdono la speranza e continuano a reclamare giustizia.
foto Judith Torrea

Le dune del deserto nascondono le viscere dell’orrore. Di giorno, come in paradiso, il cielo si veste di speranza, ma non appena i raggi del sole colpiscono un reggiseno, una ciocca di capelli scuri, delle mutandine o una scarpa, il firmamento viene invaso da una brezza blu che tarda a dissiparsi. Sono le tracce del crimine. Dimenticate, come le donne uccise.

A Ciudad Juárez, Chihuahua (Messico), al confine con El Paso, Texas (Stati Uniti d’America), le donne spariscono alla stessa rapidità con cui sono arrivate da sud alla ricerca di un sogno: lavorare in una maquiladora[1], una fabbrica di assemblaggio, a prezzi da Terzo Mondo, circa 40 pesos al giorno (4 euro). Il loro sguardo è rivolto alle porte degli Stati Uniti, mentre producono la ricchezza che il pianeta reclama.

Pelle vellutata, chiome acconciate, occhi sorridenti: scheletro in decomposizione. Mani legate, corpi violentati e mutilati: assassini impuniti.

Sono già 300 le donne morte negli ultimi dieci anni a Ciudad Juárez. Altre 400 quelle scomparse. Nessun condannato.

In quest’incubo dell’assurdo tutto è possibile. Perfino l’impensabile. Ad esempio, quando vengono ritrovati degli scheletri e la pressione sociale aumenta, le autorità danno un nome alle ossa senza alcun esame scientifico, resuscitando le speranze di madri stanche dell’angoscia di non sapere se piangere un cadavere o continuare a cercare una vita.

Lo fanno in tempi record: giusto due o tre giorni perché i presunti assassini non solo vengano catturati, ma addirittura confessino con minuzia di particolari, riportando la stessa precisa descrizione della vittima che i familiari avevano fornito alla polizia.

Minacce agli incorruttibili

A un ufficiale incorruttibile che dimostra che i detenuti hanno confessato dopo ore di tortura, si risponde con le minacce. Stessa cosa se qualcuno si rifiuta di falsificare le prove che dimostrano il delitto perfetto. È allora che torna il silenzio e l’angoscia s’impregna dell’aroma preferito dalla morte: l’impunità.

Benita Monárrez parla con delle ceneri. Le hanno detto che sono quelle della figlia, Laura Berenice Ramos, che non si sa se sia viva o morta. «È scomparsa il 21 settembre del 2001 verso le otto di sera, era andata a fare una telefonata. Il 6 novembre hanno annunciato il suo ritrovamento. Non posso credere che in così poco tempo siano rimaste soltanto le ossa», dice.

Dopo quasi un anno di attesa, il test del DNA ha confermato ciò che solo una madre può intuire: quelle non erano le ossa partorite dal suo ventre. Identico risultato per sette degli altri otto corpi che erano stati ricondotti a quello della presunta figlia.

Anche a María de Jesús Díaz Alba viene lo stesso dubbio. Ma su sua figlia, Silvia Guadalupe Díaz, 19 anni, non è stato fatto alcun esame del DNA. Non le hanno nemmeno fatto vedere il corpo, già sepolto al cimitero. Non sa chi l’abbia uccisa. Intanto «le ragazze continuano a morire. Alcuni giorni ti senti piena di coraggio, altri demoralizzata. Chiedo solo al presidente Fox[2] di fare giustizia».

Quando a smuovere la sabbia con un bastone ne emerge una specie di grasso, José Alberto Alaniz sa che potrebbe appartenere a un cadavere abbandonato nel deserto. Con un mezzo sorriso afferma turbato: «Non si preoccupano neanche di seppellirle in profondità.»

Il giorno in cui la figlia maggiore ha compiuto 17 anni, questo venditore di miele ha deciso di trasformare la propria impotenza in azione e ha iniziato la sua ricerca delle donne scomparse. Non era solo a portare avanti quella battaglia.

È una “volpe del deserto”, un membro del gruppo di volontari che da circa trent’anni, nei quartieri più poveri, cerca di fare ciò che le autorità evitano.

Insieme a compagni come Epifanio Díaz Suárez, che vive tra Messico e Stati Uniti dove lavora nel campo dell’agricoltura, salvano la gente dai morsi di ragno, dalle vipere nere, dagli incendi. «Le ambulanze non si spingono fino a qui e nemmeno i pompieri. Questo gruppo di civili è nato per aiutarci l’un l’altro», spiega Alaniz.

Dieci anni fa le “volpi” hanno dovuto aggiungere ai loro numerosi compiti anche la ricerca delle donne scomparse. «Quando una ragazza sparisce i familiari ci avvertono, noi allora ci disponiamo a ventaglio e ci mettiamo sulle loro tracce con i bastoni. Quando troviamo qualcosa ci rivolgiamo alle autorità competenti, che si permettono di lasciare tutto così com’è», rimprovera Díaz.

Mentre guarda l’orizzonte le sue parole si caricano dell’asperità del deserto. Nei quartieri di Lomas de Poleo e Anapra, dove vivono circa 250.000 sul totale di 1.200.000 abitanti di Juárez, sembra che gli unici a non essersi dimenticati di queste persone siano i cartelloni pubblicitari della Coca-Cola, che competono con quelli del gas: «Que tenGAS un buen día» [“Buona giornata” N.d.T.]. In questa zona sono state trovate morte diverse ragazze. Questo se parliamo di poveri. Invece per i ricchi ci sono ville di lusso, aerei privati e i migliori campi da polo al mondo. È la legge del narcotraffico, il transito della cocaina colombiana verso gli Stati Uniti.

Nel mostro della povertà invece, i cavi elettrici attaccati alla rete principale formano ragnatele contro il cielo. Acqua e luce sono per i più furbi. La case sono celle frigorifere d’inverno e forni d’estate. Sono state costruite con materiali di scarto delle maquiladoras, fabbriche installate qui dagli Stati Uniti e dall’Europa in cerca di mano d’opera a basso costo.

Quando ancora il sole non si è svegliato, dalle dune inizia a spuntare un brulichio di lavoratori che cercano a naso di trovare la strada principale dalla quale passa l’autobus che li porterà alle maquiladoras.

Queste industrie, nate con prepotenza a Ciudad Juárez negli anni Sessanta, contano oggi intorno alle 350 unità, che danno lavoro a circa 200.000 persone. Vi si fabbricano prodotti per il benessere del “primo mondo”, a cui poi le multinazionali impongono i propri prezzi. Strategicamente studiate, costituiscono inoltre un muro di contenimento per chi prova ad emigrare verso gli Stati Uniti.

Il lavoro nelle maquilas

Le maquilas rappresentano da parte del governo messicano una scommessa per lo sviluppo, «lo sbaglio però consiste nel loro dipendere da industrie a capitale straniero, che le rendono più soggette alle fluttuazioni economiche del Paese d’origine senza generare ricchezza nella zona», indica Beatriz Luján, coordinatrice del Centro de Estudios y Taller Laboral, organizzazione che si occupa della formazione dei lavoratori in merito ai propri diritti.

I licenziamenti per aver cercato di proteggersi dai prodotti chimici indossando una maschera antigas o essersi organizzati in un sindacato non ufficiale sono all’ordine del giorno. La legge delle compagnie è la produttività ad ogni costo. Forse è per questo che quando una donna sparisce da una delle maquilas o dal pullman che la portava al lavoro la risposta è il mutismo.

È incredibile come quasi tutte le ragazze conoscano qualche donna che è sparita o morta. Una compagna, una sorella di un’amica o una conoscente. Di certo povera, bella e giovane.

A 26 anni Marta Cecilia Mota ha già visto quello che nessuno in una vita intera potrà mai dimenticare: l’orrore impunito della morte di una conoscente assassinata. «Gloria è stata sequestrata e uccisa. L’hanno ritrovata con il volto sfigurato, senza una gamba e senza le braccia. L’hanno identificata dai capelli.»

«Quando siamo andati a denunciare la sua scomparsa le autorità hanno detto che se n’era andata con il suo ragazzo. È vergognoso che in questa città non ci sia nessuno ad aiutarci. La polizia stessa è coinvolta, ma allora a chi dobbiamo rivolgerci?»

Con le spalle scoperte e una maglietta nera attillata, Marta Cecilia è il simbolo della liberazione che le donne messicane trovano a Ciudad Juárez. Arrivate dalla campagna, con un’altra cultura e un’altra concezione del tempo, nel lavoro scoprono l’indipendenza, cosa che in molti non tollerano. A tal punto che qualcuno arriva a ucciderle. È il fidanzato, il marito, l’amante. È il maschilismo, che si sente minacciato dalla perdita del proprio ruolo tradizionale all’interno della società e non lo sopporta. Tanto da arrivare a uccidere. Così qui, in questa città di frontiera, si sommano gli ingredienti di questa pozione assassina, compresa l’indifferenza.

Le donne a Juárez devono vedersela non soltanto con misteriosi assassini sconosciuti, ma anche con i propri “amati”. Si stima che i due terzi della lista di questo orrore siano donne uccise dal compagno o dal marito. Il resto sono crimini seriali.

Il sacerdote Guillermo Morton ha una spiegazione per l’inspiegabile: «Queste persone sono gli scarti della società, trattati senza rispetto, come se non avessero valore. Prima di arrivare qui non sapevo cosa fosse l’impunità. La cosa più grave è che il Messico non è cambiato.»

«Creano campagne diffamatorie contro di noi, veniamo minacciati, quasi che i nemici fossimo noi, le ONG, e non gli assassini di donne», segnala Esther Chávez Cano, fondatrice di Casa Amiga, unico centro di assistenza per vittime di violenza.

Minacciata di morte a causa del proprio lavoro, Chávez Cano conosce le conseguenze del pretendere giustizia. Un anno fa il suo centro era sul punto di chiudere e con lui anche l’unica speranza di questa città in cui il narcotraffico rappresenta la legge. Oggi, con una squadra dallo stipendio ben più basso di quanto di solito percepiscono avvocati, psicologi e assistenti sociali, organizza collette e concerti per raccogliere fondi.

Per Esther Chávez Cano, donna minuta e vigorosa che non dimostra i suoi settant’anni, in questi dieci anni di crimini non è stato fatto molto. E la catena non viene interrotta.

«Dopo molte battaglie siamo riusciti a fare in modo che venisse creata la Fiscalía Especializada para la Investigación de Homicidios de Mujeres [Procura Speciale per le Indagini sugli Omicidi di Donne N.d.T.], ma mancano le risorse e viene gestita da persone non preparate (dal ’98 sono cambiati sette procuratori)», spiega.

«Non è permesso intervenire neanche all’FBI, che sta tenendo delle lezioni per la polizia, e si continua ad agire con assoluta inettitudine», aggiunge Chávez Cano, che da una decina d’anni sta compilando una lista non ufficiale delle donne scomparse o morte.

Poi fa un esempio, forse aneddotico in mezzo a tanta durezza ma esemplificativo di come funzionano le cose a Juárez: «Nella piazza del duomo, dove in questi dieci anni sono scomparse decine di ragazze, hanno da poco installato delle telecamere di sorveglianza», dice l’attivista, che continua a creare alle autorità messicane più problemi di un intero esercito.

Domanda da un milione di dollari

Come mai sembra esserci un interesse a fare in modo che tutto resti irrisolto? Che cosa c’è dietro a queste morti? È la domanda da un milione di dollari. Il milione della vita. A porsela è Óscar Máynez, che fino al 2 gennaio del 2002 è stato per un anno e mezzo il responsabile delle perizie e medico legale dello Stato di Chihuahua, dove si trova Ciudad Juárez. Nel suo dipartimento si analizzava ogni sorta di prova fisica (autopsia, proiettili, sangue).

Le sue dimissioni sono state giustificate da motivazioni di carattere personale, tuttavia fonti consultate confermano le voci di corridoio – che è poi il modo in cui a Juárez a volte si protegge la verità – secondo le quali Máynez si sarebbe rifiutato di falsificare una prova nel caso di due autisti arrestati e accusati di aver ucciso otto donne, i cui corpi sono stati rinvenuti nel novembre del 2001. Sembra che abbia resistito il più possibile per fare in modo che le prove non venissero modificate, finché non sono arrivate le minacce: «Codardo, calunniatore, sleale. Ti faremo fuori».

Máynez preferisce non dare nell’occhio e non pronunciarsi sull’autenticità di tali informazioni. «Questa gente non conosce limiti», spiega.

Ne ha tutte le ragioni. Qualche mese prima che si dimettesse, il 5 febbraio del 2001, Mario Escobedo Anaya, avvocato difensore di uno degli autisti, Gustavo González Meza – che un anno dopo sarebbe morto in prigione in circostanze misteriose – viene ucciso, crivellato di colpi da agenti della Polizia Giudiziaria dello Stato di Chihuahua. I poliziotti, assolti da un giudice penale dello Stato, hanno spiegato di averlo scambiato per un narcotrafficante.

Per Máynez il problema risiede, per quanto possa sembrare ovvio, nell’assenza di uno Stato di diritto. «La struttura della giustizia è pensata per un sistema autoritario, in cui la polizia è un organo repressivo, non investigativo.»

Riguardo ai crimini seriali esistono svariate ipotesi: il commercio di video pornografici che mostrano lo stupro e l’uccisione di donne, gli atti satanici, il narcotraffico, un assassino statunitense che attraversa il confine per commettere omicidi e perfino il traffico di organi.

Quest’ultima è la teoria sostenuta dalla polizia federale del Messico, tuttavia lungo l’intera frontiera non è stata trovata alcuna infrastruttura adeguata a commettere questo tipo di delitto: non c’è traccia di ospedali, di elicotteri né del personale specializzato necessario a questo commercio criminale.

Máynez ritiene che ogni ipotesi sia plausibile, basta continuare a indagare. «La mia teoria è che si tratti di un gruppo messicano, con molti mezzi e potere. Quando si analizza la psicologia che sta dietro ai crimini seriali, si capisce che chi li commette prova piacere e sa di poterlo fare. Uccidono le donne in quanto donne e ne scelgono una tipologia ben determinata.»

Cimitero clandestino

Le croci annunciano il sapore della morte. Siamo in uno dei cimiteri clandestini di donne, che si trova davanti all’Associazione di Maquiladoras. È il grido delle ONG che chiedono giustizia. Dipinte di rosa e con su scritti alcuni nomi – che alla fine non risultano essere quelli dei cadaveri dichiarati dalle autorità – le croci spuntano in mezzo a un campo di cotone, tra il traffico assordante di due delle arterie principali della città. Sembra impossibile che nessuno abbia visto come quei corpi siano stati abbandonati lì.

Come in un perfetto ingranaggio della giustizia, a Ciudad Juárez i colpevoli si trovano in fretta. È un’etichetta assegnata a una velocità tale che i familiari delle vittime solidarizzano con i presunti assassini. Questi vengono selezionati proprio come sono state scelte le donne uccise: poveri quanto basta perché la legge del denaro non li possa proteggere.

In questi dieci anni di tragedia sono stati arrestati diversi presunti colpevoli, a cui sono state cucite addosso le rispettive storie. Per alcuni, nonostante la confessione, l’imbastitura non è completamente riuscita, come nel caso di Mario Chavarría Barraza: il giorno in cui è avvenuto l’assassino che gli era stato attribuito lui era agli arresti per un reato minore. Nell’elenco dei “colpevoli a forza” ci sono un immigrato egiziano di nome Abdel Sharif, così come le bande dei rebeldes, dei toltecas o dei chóferes[3]. Non è stato condannato nessuno, ma nessuno è stato rilasciato.

L’avvocato Sergio Dante Almaraz è il Don Chisciotte di Juárez. Abbastanza folle e sognatore da continuare a difendere il proprio imputato, l’autista Víctor García Uribe. E per di più gratis. «Quando la polizia ha ucciso l’avvocato dell’altro conducente non sono uscito di casa per tre giorni. Mi hanno telefonato per dirmi che il prossimo sarei stato io.» Almaraz ha imparato a convivere con la paura. Prima controllava sempre la propria auto, cambiava il proprio itinerario, usciva di casa il meno possibile. Poi però si è reso conto che così stava già morendo poco a poco. «So bene di non poter scappare. Non voglio girare armato, quando vorranno ammazzarmi lo faranno.»

Altri adottano protezioni sottili che, nel subconscio di Miriam García Lara per esempio, moglie dell’autista incarcerato, funzionano. Lo scricchiolio dei semi di un albero con cui ha circondato la casa mettono in guardia questa madre di due bambini da un eventuale pericolo in agguato. Ma non sempre è sufficiente: «Due settimane fa alcuni agenti mi hanno trattenuta per sette ore, mi hanno messa su un’auto e mi hanno detto che se mi fossi dimenticata di mio marito mi avrebbero dato una macchina, una casa e tutto quello che avessi voluto.»

Arriva il tramonto a Juárez. La polvere inquinata del deserto si attacca in gola, mentre gli ocra, i rossi e gli arancioni chiedono il permesso di inondare l’orizzonte. Per un istante si pensa di aver sognato un film dell’orrore e che quello che si è ascoltato, visto o indagato non esista. Ma quando, all’improvviso, torna alla mente l’eco delle spiegazioni date dalle autorità, ci si risveglia di colpo: «È tutta un’esagerazione delle ONG. Abbiamo i colpevoli, la maggior parte dei crimini è stata risolta.» È la voce di Ángela Talavera, procuratrice speciale per le Indagini sugli Omicidi di Donne.

*Judith Torrea è una giornalista e blogger indipendente, autrice di Juárez en la sombra. Crónicas de una ciudad que se resiste a morir, ispirato anche dal suo blog che ha ricevuto il Premio Ortega y Gasset di Giornalismo Digitale 2010, in cui raccoglie le cronache della città più violenta del mondo. Judith Torrea è nata in Spagna e attualmente vive e lavora a Ciudad Juárez.


[1] Le maquiladoras, o maquilas, sono stabilimenti industriali controllati da soggetti stranieri che lavorano in un regime di esenzione fiscale e a basso costo di manodopera, per l’assemblaggio di prodotti destinati all’esportazione. [N.d.T.]

[2] Vicente Fox Quesada è stato presidente del Messico dal dicembre del 2000 al dicembre del 2006. [N.d.T.]

[3] Tre bande di giovani arrestati negli anni Novanta per casi di femminicidio la cui colpevolezza non è tuttavia mai stata accertata, così come per il chimico di origine egiziana Abdel Latif Sharif Sharif, condannato a trent’anni di reclusione per l’omicidio di Elisabeth Castro García. [N.d.T.]

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Traduzione di silvia rogai

Silvia Rogai vive a Firenze, dove insegna traduzione, lingua e letteratura spagnola. Laureata in Teoria e pratica della traduzione letteraria, ha frequentato la Scuola di specializzazione per traduttori editoriali dall’inglese presso l’Agenzia formativa tuttoEuropa di Torino e ha tradotto in versi due commedie del teatro spagnolo del Siglo de Oro: La serrana de la Vera di Luis Vélez de Guevara, vincitrice della sezione “Opera Prima” del Premio Monselice per la traduzione 2011, e Entre bobos anda el juego di Francisco de Rojas Zorrilla, in corso di pubblicazione. Dottoranda in Lingue e culture del Mediterraneo presso l’Università degli Studi di Firenze, si occupa di ispanistica e traduttologia e collabora con alcune case editrici e agenzie letterarie per servizi di traduzione e redazione.

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