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	<description>Blog di letteratura di lingua spagnola e portoghese. Versione beta</description>
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		<title>Diario di traduzione/Missing 4</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 11:17:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Chiara Muzzi Credo che un traduttore viva sempre il momento in cui deve consegnare la sua creazione all’editore con un misto di liberazione per il lavoro finalmente finito e di malinconia per un nuovo capitolo della sua “carriera” che si chiude. Punto a capo. Mi godo quindi questi ultimi giorni di ritocchi a Missing [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lineadifrontiera.com&amp;blog=2702853&amp;post=1192&amp;subd=lanuovafrontiera&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://lanuovafrontiera.files.wordpress.com/2011/12/diarioditraduzione_missing_es.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1021" style="border-color:black;border-style:solid;border-width:2px;margin:5px;" title="diarioditraduzione_missing_es" src="http://lanuovafrontiera.files.wordpress.com/2011/12/diarioditraduzione_missing_es.jpg?w=150&#038;h=83" alt="" width="150" height="83" /></a></p>
<p>di Chiara Muzzi</p>
<p>Credo che un traduttore viva sempre il momento in cui deve consegnare la sua creazione all’editore con un misto di liberazione per il lavoro finalmente finito e di malinconia per un nuovo capitolo della sua “carriera” che si chiude. Punto a capo. Mi godo quindi questi ultimi giorni di ritocchi a <em>Missing</em> con particolare intensità. Cosa dire a questo punto? Un libro a dir poco poliglotta, dove italiano, spagnolo e inglese, oltre a qualche parola tedesca, si mescolano in continuazione e richiedono al traduttore particolare cura per non impoverire i giochi linguistici del testo originale. Ma allora il traduttore quante lingue deve sapere, più o meno bene? Io direi il più possibile. Ma non basta. Per tradurre bisogna anche possedere una cultura generale tanto ampia da spaventare chi ammette, come me, di avere molte lacune (deformazione professionale, sorry, qui parla l’insegnante). Quando mi sono accorta di aver tradotto Motown come se fosse una città e non una casa discografica o l’agente arancio usato in Vietnam dagli americani come l’agente arancione, mi sono sentita molto ignorante… Insomma, quello che voglio dire, a parte i problemi tecnici che ho incontrato io, è che i lettori di <em>Missing</em> verranno travolti da una stimolante tempesta di riferimenti alla musica, al cinema, alla storia, alla geografia, alla gastronomia, alle auto, alle abitudini quotidiane degli americani e chi più ne ha più ne metta, proprio come è successo a me. A presto!</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/lanuovafrontiera.wordpress.com/1192/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/lanuovafrontiera.wordpress.com/1192/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/lanuovafrontiera.wordpress.com/1192/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/lanuovafrontiera.wordpress.com/1192/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/lanuovafrontiera.wordpress.com/1192/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/lanuovafrontiera.wordpress.com/1192/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/lanuovafrontiera.wordpress.com/1192/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/lanuovafrontiera.wordpress.com/1192/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/lanuovafrontiera.wordpress.com/1192/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/lanuovafrontiera.wordpress.com/1192/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/lanuovafrontiera.wordpress.com/1192/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/lanuovafrontiera.wordpress.com/1192/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/lanuovafrontiera.wordpress.com/1192/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/lanuovafrontiera.wordpress.com/1192/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lineadifrontiera.com&amp;blog=2702853&amp;post=1192&amp;subd=lanuovafrontiera&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>SE TI AMMALI A VENEZIA (II puntata)</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 10:37:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>f</dc:creator>
				<category><![CDATA[laNuovafrontiera]]></category>

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		<description><![CDATA[In attesa dell&#8217;imminente uscita nelle librerie del suo nuovo libro, Volti nella folla,  pubblichiamo &#8220;a puntate&#8221; una cronaca della scrittrice Valeria Luiselli uscita sulla rivista peruviana di giornalismo narrativo Etiqueta Negra. La seconda puntata. illustrazione di Mario Segovia Guzmán                                   [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lineadifrontiera.com&amp;blog=2702853&amp;post=1198&amp;subd=lanuovafrontiera&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>In attesa dell&#8217;imminente uscita nelle librerie del suo nuovo libro, </em>Volti nella folla<em>,  pubblichiamo &#8220;a puntate&#8221; una cronaca della scrittrice Valeria Luiselli uscita sulla rivista peruviana di giornalismo narrativo </em>Etiqueta Negra<em>. </em></p>
<p><strong><em>La seconda puntata.</em></strong></p>
<p>illustrazione di Mario Segovia Guzmán                                                                                                                         traduzione di Elisa Tramontin</p>
<p><em><a href="http://lanuovafrontiera.files.wordpress.com/2012/02/immagine1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1189" style="border-color:black;border-style:solid;border-width:3px;margin:5px;" title="Immagine" src="http://lanuovafrontiera.files.wordpress.com/2012/02/immagine1.jpg?w=150&#038;h=117" alt="" width="150" height="117" /></a></em>Quando una persona con più di un grammo di intelligenza pensa ripetutamente al problema della propria identità, è solita arrivare, prima o dopo, a conclusioni abbastanza intelligenti, persino originali. Io, tuttavia, non sono mai riuscita a fare troppe elucubrazioni su questo genere di argomenti e, perciò, non sono mai giunta a nessuna conclusione interessante su me stessa. Anche se non pare, crescere in una famiglia atea, liberale, impegnata ma mai militante nella maggior parte delle persone ha conseguenze devastanti. Crescere senza un rigido patrimonio di credenze religiose, politiche o spirituali implica che difficilmente poi si avrà un’autentica crisi. Se il punto di partenza è la comoda passività di colui che si dichiara agnostico a partire dai dodici anni, senza essersi mai interrogato realmente su temi importanti e molto seri come Dio, la morte, l’amore, l’insuccesso o la solitudine, non c’è futuro possibile per quella persona. Le virtù che lo scetticismo offrirebbe ad alcuni, si trasformano, nell’agnostico precoce, in terribili mani che strangolano e soffocano la di per sé miracolosa capacità di un individuo di interrogarsi sulle cose. E, al contrario, le persone intelligenti che crescono credendo fermamente in qualcosa e, al raggiungimento di una certa età, si rendono conto che tutto quello in cui credevano era suscettibile di dubbio, l’amaro dubbio, possono veramente godersi una crisi profonda che li porterà, nel peggiore dei casi, a conoscersi un po’ meglio. “Il demone del dubbio – scrive T. S. Eliot – è inscindibile dallo spirito della fede.”</p>
<p>Ma come ho già detto, purtroppo, io non ho mai avuto grosse crisi né problemi d’identità. Tanto meno ho avuto problemi ad ammettere un’identità nazionale. Anche se praticamente non ho mai avuto residenza fissa in Messico e, grazie a un <em>nonno<a title="" href="/Documents%20and%20Settings/utente/Desktop/LNF%202.0/LUISELLI/se%20ti%20ammali%20a%20venezia.doc#_ftn1"><strong>[1]</strong></a></em>, io e la mia famiglia abbiamo la nazionalità italiana, ho sempre saputo che il Messico era il mio Paese – e non per un autentico atto di fede, ma per una sorta di pigrizia spirituale. Addirittura, diversamente da molti bambini messicani, durante la mia infanzia mi facevano mascherare da <em>china poblana</em> ogni 15 settembre e io non opponevo resistenza né mostravo alcun segno di ribellione (se avessi un figlio così, senza la minima parvenza di uno spirito ribelle, mi preoccuperei moltissimo). Fin da bambina, accettai passivamente il pacchetto completo della “messicanità”, come molti accettano il cattolicesimo, l’Islam, il vegetarianismo o l’omogeneizzato.</p>
<p>La mia unica crisi durò quindici o venti minuti un pomeriggio d’estate sull’Anello Periferico di Città del Messico. Proprio all’altezza dell’uscita di Altavista, c’è un piccolo giardino rachitico, a forma di rombo, che forse era di troppo– o forse, in fondo, venne meno – quando terminarono di tracciare il collegamento della strada<ins cite="mailto:utente" datetime="2012-02-20T10:29"> </ins>laterale con quella che scende fino al mercato dei fiori di San Ángel. Qualche anno fa, per una qualche ragione che ignoro, mio padre ottenne che qualcuno donasse tre palme e un po’ di prato per abbellire l’angoletto. Quando terminarono di restaurare il giardino, mio padre ci dichiarò – in un atto privato di amore paterno che, se invece fosse stato pubblico, sarebbe stato un gesto di una tremenda melensaggine nepotista molto alla messicana – che ognuna delle palme si chiamava come le sue tre figlie: la più grande, come la maggiore; quella media, come quella di mezzo; quella piccola, come me. Passò un po’ di tempo e una domenica finalmente ci convinse ad andare con lui a visitare il luogo. Quando arrivammo ci mise in riga sul marciapiede della strada del Périferico e ci disse: Sentite, figlie mie, datemi la mano (mio padre, quando si emoziona, vuole la mano), eccovi lì, eroiche palme all’ombra del Segundo Piso.</p>
<p>Ma non erano tre. La palma più piccola non c’era più. Forse mi mentirono dall’inizio e in realtà c’erano soltanto soldi per due palme (mio padre continua a giurare che erano tre, se lo ricorda perfettamente). Forse. E se non era una bugia, e io assegnavo un qualche valore simbolico al fatto che la mia palma non c’era più, dovevo preoccuparmi per il mio fatale destino. Se la mia palma non aveva attecchito, neanch’io sarei mai diventata un’eroica cittadina all’ombra del Segundo Piso. Non avrei mai messo le radici in questo grande rombo di asfalto che avanzò – o mancò – al Paese.</p>
<p>Ma, ripeto, quello fu l’unico incidente drammatico legato alla mia identità nazionale. E tuttavia, il mio incondizionato abbarbicamento non diminuì. Addirittura due anni fa feci una breve ma intensa chiacchierata con due bambine messicane cicciottelle che conobbi nella metropolitana di New York. Le bambine erano sedute proprio davanti a me, su due sedili nella fila opposta a quella in cui mi trovavo io. Giocavano a uno di quei giochi che consistono in applaudire e battere le mani mentre si canta una canzone, generalmente ripetitiva e senza molto contenuto. Quella che si cantava di più nella mia generazione parlava di un marinaio che era partito per il mare e mare e mare. Comunque è l’unica che mi ricordo perché ero maldestra in questi giochi e preferivo non rendermi ridicola cercando di coordinare le mani e la voce a quelle velocità. Ma queste bambine erano entrambe coordinate e rimasi a guardarle per un po’, sinceramente ammirata per la loro elegante coordinazione motoria, e senza prestare troppa attenzione a quello che cantavano. Finché non arrivò il ritornello: “I don’t wanna go to Mexico no more, more, more: there’s a big fat police man at the door, door, door […]”. Paragonata alla canzone del marinaio, questa era molto meno innocente.</p>
<p>«Dove avete sentito questa canzone?» chiesi durante un breve silenzio che fecero quando una di loro si distrasse e perse il ritmo.</p>
<p>«At schooool» disse la più cicciottella.</p>
<p>«Siete messicane?»</p>
<p>«Yes» continuò la grassoccia, «but we are both from Queens.»</p>
<p>«We <em>live</em> in Queens» corresse la meno cicciottella.</p>
<p>«E non volete più vivere in Messico?»</p>
<p>«No» (più cicciottella).</p>
<p>«It’s just a sooong» (meno cicciottella).</p>
<p>Che diritto ha un messicano studente di dottorato negli Stati Uniti di dire a un bambino messicano, immigrato, che il Messico non è poi tanto male? Nessuno, probabilmente. Ma prima di scendere dalla metropolitana, correndo il rischio che la donna che le accompagnava mi desse una borsettata, dissi a entrambe che essere messicano era molto più <em>cool</em> che essere gringo. Quando misi un piede fuori dal vagone, mi sentii infinitamente stupida, ma molto “un’altra tequila, per favore”.</p>
<div>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="/Documents%20and%20Settings/utente/Desktop/LNF%202.0/LUISELLI/se%20ti%20ammali%20a%20venezia.doc#_ftnref1">[1]</a> In italiano nel testo.</p>
</div>
</div>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align:right;"><strong>continua&#8230;</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Valeria Luiselli</strong> <span style="color:#221e1f;font-family:Times;font-size:small;">nata nel 1983 a Città del Messico, ha vissuto in Costa Rica, Corea, Sudafrica, India e Spagna. Attualmente vive tra Città del Messico e New York. Ha collaborato con giornali come &#8220;The New York Times&#8221;, &#8220;Letras Libres&#8221;, &#8220;Etiqueta Negra&#8221;. Il suo primo libro <em>Papeles falsos</em>, pubblicato nel 2010, è stato considerato uno dei migliori libri dell’anno e ha ricevuto un grande plauso dalla critica. <em>Volti nella folla</em>, di prossima uscita per La Nuova Frontiera, è il suo primo libro tradotto in italiano.</span></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/lanuovafrontiera.wordpress.com/1198/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/lanuovafrontiera.wordpress.com/1198/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/lanuovafrontiera.wordpress.com/1198/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/lanuovafrontiera.wordpress.com/1198/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/lanuovafrontiera.wordpress.com/1198/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/lanuovafrontiera.wordpress.com/1198/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/lanuovafrontiera.wordpress.com/1198/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/lanuovafrontiera.wordpress.com/1198/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/lanuovafrontiera.wordpress.com/1198/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/lanuovafrontiera.wordpress.com/1198/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/lanuovafrontiera.wordpress.com/1198/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/lanuovafrontiera.wordpress.com/1198/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/lanuovafrontiera.wordpress.com/1198/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/lanuovafrontiera.wordpress.com/1198/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lineadifrontiera.com&amp;blog=2702853&amp;post=1198&amp;subd=lanuovafrontiera&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>SE TI AMMALI A VENEZIA</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Feb 2012 21:13:59 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[laNuovafrontiera]]></category>
		<category><![CDATA[cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[elisa tramontin]]></category>
		<category><![CDATA[Etiqueta Negra]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo narrativo]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Segovia Guzmán]]></category>
		<category><![CDATA[periodismo narrativo]]></category>
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		<description><![CDATA[In attesa dell&#8217;imminente uscita nelle librerie del suo nuovo libro, Volti nella folla,  pubblichiamo &#8220;a puntate&#8221; una cronaca della scrittrice Valeria Luiselli uscita sulla rivista peruviana di giornalismo narrativo Etiqueta Negra. Buona lettura! illustrazione di Mario Segovia Guzmán                                     [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lineadifrontiera.com&amp;blog=2702853&amp;post=1174&amp;subd=lanuovafrontiera&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>In attesa dell&#8217;imminente uscita nelle librerie del suo nuovo libro, </em>Volti nella folla<em>,  pubblichiamo &#8220;a puntate&#8221; una cronaca della scrittrice Valeria Luiselli uscita sulla rivista peruviana di giornalismo narrativo </em>Etiqueta Negra<em>. Buona lettura!</em></p>
<p>illustrazione di Mario Segovia Guzmán                                                                                                                         traduzione di Elisa Tramontin</p>
<p><strong>Può una malattia farti diventare residente della città più letteraria d’Europa?</strong></p>
<p>“A Dio chiedo soltanto di avere pietà dell’anima di questo ateo”, recita il famoso epitaffio di Miguel de Unamuno. C’è <a href="http://lanuovafrontiera.files.wordpress.com/2012/02/immagine1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1189" style="border-color:black;border-style:solid;border-width:3px;margin:5px;" title="Immagine" src="http://lanuovafrontiera.files.wordpress.com/2012/02/immagine1.jpg?w=150&#038;h=117" alt="" width="150" height="117" /></a>trova una salvezza, l’ultimo e fortunato giro di vite, nell’<em>aprés la lettre</em> di un’esistenza piena di frutti. Noialtri dobbiamo preoccuparci che il poco che lasciamo non ci si ritorca contro nella sentenza finale che ci incidono sulla lapide. Altrimenti non ci rimane altro che disperarci: “Non voglio morire, no; non voglio, non voglio volerlo; voglio vivere sempre, sempre, sempre, e vivere io, questo povero io che sono e mi sento essere qui e ora.”</p>
<p>Nulla di tutto ciò mi preoccuperebbe, ne sono sicura, se non fosse perché mentre vagabondavo per il centro di Città del Messico, ammazzando il tempo prima di un appuntamento, finii per entrare in quello che ritenevo un semplice giardino e invece era un cimitero. Non un cimitero qualsiasi, ma nientepopodimeno che il camposanto in cui si trovano le tombe dei nostri eroi nazionali Juárez, Miramón, Comonfort, Guerreo e Zaragoza.</p>
<p>Avevo con me un libro e l’unica cosa che volevo era sedermi a leggere in un luogo silenzioso finché non arrivava l’ora dell’appuntamento. Il poliziotto all’entrata, come tutti i poliziotti alle porte degli spazi ufficiali di questa città, mi si piazzò davanti e mi chiese che cosa o chi stavo cercando. Niente – gli dissi – nessuno, voglio soltanto leggere. Mi spiegò che San Fernando non era una biblioteca, ma se volevo andare a visitare la tomba del Benemerito delle Americhe, Benito Juárez, dovevo scrivere il mio nome, l’ora di entrata, la data e la mia firma su un taccuino che mi porse. E già che c’è scriva anche l’ora di uscita – mi disse. Entrai nel cimitero di buon grado e con l’umore da gita scolastica estemporanea.</p>
<p>Dopo una ripassata delle tombe che ci hanno dato la patria, cercai un angolino tranquillo e aprii il mio libro. Fu forse in un momento di distrazione dalla lettura che alzai lo sguardo e vidi l’iscrizione sulla lapide che avevo davanti: Joaquín Ramírez (1834-1866): “Artista insigne e morto anzi tempo lasciò questo mondo per andare nella sua vera patria.” Non mi viene in mente una forma più elegante e al tempo stesso crudele per mandare qualcuno all’inferno. Immaginai terrorizzata cosa ne sarebbe stato di me a trentadue anni, età in cui morì il povero Ramírez, e cosa avrebbero potuto scrivere sulla mia tomba se fossi morta nel giro di qualche anno.</p>
<p>All’epoca ero a Venezia da qualche mese e lavoravo a un saggio su Joseph Brodsky. Avevo visitato la tomba del poeta al cimitero di San Michele e scritto alcune strofe sui viaggi che aveva fatto nella laguna. Quando terminai il saggio giurai di non scrivere mai più su quella città, semplicemente perché sono convinta che non ci sia niente di più volgare che aggiungere altre pagine alle migliaia che già esistono sulla città librescamente più citata. Ma seduta di fronte alla tomba di Joaquín Ramírez, mi sembrò di sentire una voce dall’oltretomba della mia coscienza che mi condannava allo stesso destino – quella “vera patria” di tutti i morti anzi tempo – se non lasciavo una traccia scritta di tutto ciò.</p>
<p>Oltretutto, pare che il contraddirmi si stia radicando come un’abitudine. E dato che sono sempre stata orgogliosa di essere, alla Corleone, persona fedele alle proprie abitudini, soprassiederò sul fatto che si tratta di una consuetudine palesemente deplorevole. Quindi, anche se è per pura superstizione o per lealtà alle mie routine, so che devo fare lo sforzo di scrivere questi paragrafi: non prendetemi troppo sul serio e che i grandi mi scusino dalle tombe per menzionare attraverso di loro la Serenissima.</p>
<p style="text-align:right;">continua&#8230;</p>
<p style="text-align:left;"><strong>Valeria Luiselli</strong> <span style="color:#221e1f;font-family:Times;font-size:small;">nata nel 1983 a Città del Messico, ha vissuto in Costa Rica, Corea, Sudafrica, India e Spagna. Attualmente vive tra Città del Messico e New York. Ha collaborato con giornali come &#8220;The New York Times&#8221;, &#8220;Letras Libres&#8221;, &#8220;Etiqueta Negra&#8221;. Il suo primo libro <em>Papeles falsos</em>, pubblicato nel 2010, è stato considerato uno dei migliori libri dell’anno e ha ricevuto un grande plauso dalla critica. <em>Volti nella folla</em>, di prossima uscita per La Nuova Frontiera, è il suo primo libro tradotto in italiano.</span></p>
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		<title>Tina Modotti: un nuovo sguardo</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Feb 2012 15:34:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>f</dc:creator>
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		<description><![CDATA[MASSIMILIANO DE RITIS Pino Cacucci (ph Titti Fabozzi) «Ogni volta che si usano le parole «arte» o «artista» in relazione ai miei lavori fotografici, avverto una sensazione sgradevole dovuta senza dubbio al cattivo impiego che si fa di tali termini. Mi considero una fotografa, e niente altro.» (Tina Modotti) Nel 1950 un misterioso donatore fece [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lineadifrontiera.com&amp;blog=2702853&amp;post=1157&amp;subd=lanuovafrontiera&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><a href="http://lanuovafrontiera.files.wordpress.com/2012/02/pino_cacucci.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1163" style="border-color:black;border-style:solid;border-width:3px;margin:5px;" title="pino_cacucci" src="http://lanuovafrontiera.files.wordpress.com/2012/02/pino_cacucci.jpg?w=109&#038;h=150" alt="" width="109" height="150" /></a></h2>
<div>
<div>MASSIMILIANO DE RITIS</div>
</div>
<div>
<div>Pino Cacucci (ph Titti Fabozzi)</div>
<p><strong>«Ogni volta che si usano le parole «arte» o «artista» in relazione ai miei lavori fotografici, avverto una sensazione sgradevole dovuta senza dubbio al cattivo impiego che si fa di tali termini. Mi considero una fotografa, e niente altro.»<br />
(Tina Modotti)</strong></p>
<p>Nel 1950 un misterioso donatore fece recapitare all&#8217;allora direttore del Moma di New York Renè Danoncourt una busta con 30 foto. Sfogliandole, Danoncourt le riconobbe subito. Si trattava di 30 istantanee di Tina Modotti, che compongono l&#8217;attuale collezione presso il museo newyorkese. Un fatto singolare, ma poi non tanto pensando all&#8217;America maccartista degli anni &#8217;50, in cui essere in possesso di immagini che celebravano la rivoluzione comunista messicana poteva essere molto pericoloso.<br />
La forza dirompente e la personalità di Tina Modotti stanno anche in questo singolare aneddoto.<br />
Attrice, modella, musa di molti artisti, fotografa, pasionaria della rivoluzione messicana, agente del Comintern, eroina della Guerra Civile spagnola, è difficile inquadrare la complessa personalità e l&#8217;esperienza artistica di Tina Modotti.</p>
<p>Figlia di una famiglia proletaria friulana, emigrò negli Stati Uniti, prima a San Francisco, poi inserendosi a Hollywood, dove venne scritturata come attrice del cinema muto. Negli anni &#8217;20 abbracciò la passione delle battaglie civili trasferendosi in Messico con il suo compagno, il grande fotografo americano Edward Weston. Qui legò la sua esperienza artistica a personaggi come Pablo Neruda, il pittore Diego Rivera e la moglie Frida Kahlo, il poeta Rafael Alberti, conducendo al suo culmine la ricerca stilistica e la carriera di fotografa. Nei sette anni in Messico (1923-1930) si allontanò dal modello di Weston, suo mentore, ponendo le basi del moderno fotogiornalismo. La Modotti riuscì a trovare un suo personalissimo stile, nonostante le difficoltà tecniche che la fotografia dell&#8217;epoca comportava.<br />
In questi giorni è a Roma (fino all&#8217;11 marzo) all&#8217;Istituto Cervantes una mostra organizzata dall&#8217;Ambasciata del Messico in Italia, che comprende 26 fotografie scattate tra il &#8217;23 e il &#8217;27 e che forniscono allo spettatore un profilo nitido della sua arte: immagini di semplice quotidianità che racchiudono spesso momenti di autentica poesia.<br />
Nel corso della presentazione della mostra, oltre all&#8217;Ambasciatore del Messico in Italia Miguel Ruiz-Cabañas Izquierdo, lo scrittore e sceneggiatore Pino Cacucci (autore della biografia romanzata <em>Tina</em>), e Mario García de Castro, direttore dell’Instituto Cervantes di Roma, è intervenuto l&#8217;artista friulano <a href="http://francodelzotto.jimdo.com/">Franco Del Zotto</a>, che ha realizzato la facciata della casa natale della Modotti in via Pracchiuso a Udine.<br />
Per capire meglio chi è stata davvero Tina Modotti, ne abbiamo parlato con lo scrittore Pino Cacucci, profondo conoscitore dell&#8217;America Latina, e autore di ben tre libri sulla vita della fotografa.</p>
<p><strong>Tina Modotti è stata per il Novecento un&#8217;icona di libertà, una figura chiave nell&#8217;emancipazione della condizione femminile. Quale fu secondo te la sua principale forza «rivoluzionaria»?</strong></p>
<p>Il coraggio, la tenacia del suo carattere apparentemente fragile ma in realtà pervaso da una grande forza di volontà, tutto ciò unito a una profonda sensibilità che le impediva di restare indifferente di fronte alla realtà circostante.<br />
La sua ricerca di un mezzo espressivo (iniziò con il teatro, poi il cinema muto nella Hollywood dell’epoca di Rodolfo Valentino, ma anche i modelli di sartoria artigianale, e infine la fotografia con cui ha lasciato una traccia indelebile nella storia) non era certo dovuta a una smania di affermazione e protagonismo, al contrario, Tina seppe realizzare capolavori restando sempre in disparte, con umile discrezione.<br />
In quanto alle scelte di vita, ebbe l’ardire di affermare la propria libertà di donna in tempi ardui, per la morale imperante. E se il Messico le offrì la libertà di affermarsi anche in questo, poi dovette subire la repressione e la censura della morale staliniana, persino più ipocrita di quella che si era lasciata alle spalle nel Friuli dell’infanzia.</p>
<p><strong>Hai dedicato ben tre libri alla figura di Tina. Come l&#8217;hai scoperta e cosa ti ha spinto a trasformare la sua storia in una forma romanzata, o comunque in una biografia narrativa?</strong></p>
<p>Il mio primo contatto con Tina avvenne all’inizio degli anni ottanta, quando vidi una mostra fotografica (se ben ricordo a Venezia) dove c’erano alcuni ritratti di lei realizzati da Edward Weston. Rimasi incuriosito dal fatto che pur essendo italiana (dale scarne note offerte da quella esposizione) non trovassi nulla sulla sua vita. Feci ricerche anche nelle biblioteche universitarie, ma niente. Poi, per i casi della vita, nel 1982 feci il primo viaggio in Messico, e subito quella curiosità che conservavo in un angolo della memoria si ravvivò: a Città del Messico tanti conoscevano Tina, c’erano (e ci sono) sue fotografie conservate in alcuni musei, gli intellettuali discutevano o addirittura litigavano su alcuni risvolti della sua esistenza, e così, iniziai a seguire il filo, le tracce di quel magnifico fantasma. Solo nell’88 avrei pubblicato il primo libro con un piccolo editore (ormai introvabile), “I fuochi le ombre il silenzio”, che era il racconto delle mie ricerche con le interviste ai tanti che avevo incontrato. Successivamente, ho scritto “Tina”, trasformando testimonianze e materiali in scene e dialoghi, una sorta di biografia narrativa; da allora, a ogni nuova edizione (per l’economica Feltrinelli) ho aggiunto o corretto qualcosa, in base ai dati che nel frattempo sono emersi proprio grazie alla circolazione del libro anche in altri paesi. E infine, quello che ha la forma di romanzo, è “Sotto il cielo del Messico”, dove ho narrato gli anni di Tina in Messico, nell’edizione di Photology che comprende diverse sue foto.</p>
<p><strong>Musa, pasionaria, sono a dire il vero parole un po’ demodé nel mondo contemporaneo. Eppure il «messaggio» dell&#8217;esperienza modottiana sembra essere straordinariamente attuale. Sei d&#8217;accordo?</strong></p>
<p>Attualissima. Tina, la sua vita, le sue scelte spesso controverse e laceranti, hanno una universalità che non può essere relegata solo alla sua epoca e a quel periodo storico.</p>
<p><strong>Quanto fu importante la figura di Edward Weston per Tina?</strong></p>
<p>Molto, sia per la tecnica fotografica, che comunque grazie a Weston poté affinare, sia per il rapporto umano: il fatto che vissero quei primi anni in Messico assieme, costituisce una ricchezza di esperienze inestimabili nella vita di Tina. Però, riguardo la fotografia, non dimentichiamo che Tina aveva uno zio, Pietro Modotti, che era il fotografo di Udine, e fin da bambina aveva assistito meravigliata alla magia delle immagini che emergono sulla carta nella camera oscura, ne aveva respirato l’odore degli acidi di sviluppo… E per molti versi, Tina da «allieva» finì per superare il maestro, avviando ciò che poi sarebbe diventato il «reportage fotografico sociale».</p>
<p><strong>Modella, attrice, la Modotti sembra trovare però nella fotografia un linguaggio artistico a lei molto congeniale. Per quale ragione secondo te?</strong></p>
<p>Perché non si accontentò di «registrare» la realtà ma tentò di usare la fotografia come mezzo di denuncia, colse aspetti della vita quotidiana quando i fotografi dell’epoca prediligevano sperimentazione e naturalismo, e lo fece con profondo rispetto per le persone, con smisurato amore per l’umanità.</p>
<p>da MagicBus magazine:<a title="MagiBus magazine" href="http://www.magicbusmagazine.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=139:tina-modotti&amp;catid=27:fotografia&amp;Itemid=4" target="_blank"> http://www.magicbusmagazine.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=139:tina-modotti&amp;catid=27:fotografia&amp;Itemid=4</a></p>
</div>
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		<title>La tastiera magica di Felisberto</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 09:47:57 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://lanuovafrontiera.files.wordpress.com/2012/02/felisberto-hernndez-tocando-el-piano.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1122" style="border-color:black;border-style:solid;border-width:5px;margin:7px;" title="felisberto hernndez tocando el piano" src="http://lanuovafrontiera.files.wordpress.com/2012/02/felisberto-hernndez-tocando-el-piano.jpg?w=150&#038;h=83" alt="" width="150" height="83" /></a>di Francesca Lazzarato</p>
<p>Tra la metà degli anni ’60 e i primi anni ottanta la casa editrice Einaudi pubblicò nelle sue collane di narrativa una serie di autori ispano-americani di grande importanza, come Borges, Bioy Casares, Ocampo, Puig, Arguedas, Hernández, Rulfo, Vargas Llosa, Amado, Cortazar, Soriano, per lo più in traduzioni pregevoli e curate.</p>
<p dir="ltr">Alcuni di questi autori sono rimasti in catalogo, altri ne sono usciti per riapparire altrove, ma tra tutti ce n’è uno che si è inabissato per non riaffiorare più, inghiottito da qualche misterioso “triangolo delle Bermude” editoriale che l’ha cancellato dall’orizzonte del lettore italiano.</p>
<p dir="ltr">  Il desaparecido in questione è Felisberto Hernandez (Montevideo 1902-1964), sommo cuentista uruguyano apprezzato da Borges e Roger Caillois (che l’aveva definito “lo scrittore più originale dell’America Latina”), amato da Jules Supervielle e carissimo a Julio Cortázar, prefatore della traduzione francese di Las hortensias (Denoël, 1975)  e di La casa inundada y otros cuentos (a cura di  Cristina Peri Rossi, Lumen, 1975).</p>
<p dir="ltr">Il suo Nessuno accendeva le lampade (Supercoralli 1974, traduzione di Umberto Bonetti) è oggi introvabile nei remainders e reperibile solo in un numero limitato di biblioteche, ma vale la pena, per chi non possa leggerlo in lingua originale, di andarselo a cercare, magari per farlo poi girare generosamente in forma di samiszdat fotocopiato, tanto più prezioso in quanto si tratta dell’unico libro di Hernández  mai tradotto in italiano.</p>
<p dir="ltr">  Letto e apprezzato nei paesi di lingua spagnola (e in Francia, dove l’opera completa è apparsa nel 1997 presso Seuil) soprattutto dopo la sua morte, oggetto in America Latina di celebrazioni e convegni in occasione del centenario della nascita, nonché al centro di un’attenzione critica intensa e costante, nel nostro paese Hernández resta uno sconosciuto al di fuori della ristrettissima rosa di lettori che per loro fortuna possiedono una copia di  Nessuno accendeva le lampade e che non hanno mai smesso di rileggere i dieci splendidi racconti brevi preceduti da una nota introduttiva di Italo Calvino, in cui si parla dell’uruguayano come di uno scrittore diverso da tutti gli altri, che non assomiglia a nessuno degli europei o dei latino americani e si presenta piuttosto come un inconfondibile “franco tiratore” capace di sfidare ogni classificazione.</p>
<p dir="ltr">   Nadie encendía las lámparas (questo il titolo originale) fu pubblicato per la prima volta a Buenos Aires nel 1947 da Sudamericana, ma i racconti erano già apparsi  in precedenza in riviste uruguayane e argentine: alcuni  piacquero al poeta franco-uruguayano Jules Supervielle, che li propose alla rivista Sur fondata e diretta da Vittoria Ocampo, mentre Borges ne inserì uno, El acomodador, in Los Anales de Buenos Aires.</p>
<p dir="ltr">  Oltre a ricevere un’ottima accoglienza critica, la raccolta venne premiata dalla Cámara del Libro Argentina come miglior libro dell’anno,  ottenendo perfino un suo modesto esito commerciale (i precedenti libri di Hernández arrivavano raramente oltre le duecento copie). E fu proprio grazie a questo piccolo successo che autori come Cortázar o García Márquez si resero conto dell’esistenza di Felisberto, cominciarono a leggerlo e, nel caso di Cortázar, entrarono a far parte della sua cerchia di estimatori ed amici. Quel momento di gloria e di improvvisa visibilità, però, fu davvero brevissimo, e solo dopo molti anni l’opera di Hernández sarebbe stata valorizzata come meritava.</p>
<p dir="ltr">  In Italia la sua pubblicazione avvenne probabilmente a margine di un fenomeno quale il cosidetto “boom” della letteratura latino americana, iniziato proprio mentre Hernández moriva e dal quale, per ragioni anagrafiche oltre che per la sua natura di outsider e di “caso particolare” per definizione, di fatto sarebbe rimasto escluso, come accadde anche a un’autrice cilena preziosa e singolare, Maria Luisa Bombal, che come l’uruguayano visitò le zone più “nobili” e appartate del fantastico.</p>
<p dir="ltr">  Nonostante Calvino nella sua introduzione non esiti ad accostarlo a Borges, l’assenza di Felisberto dall’immaginario libresco degli italiani è tuttavia così assoluta da indispettire, soprattutto se si considerano l’eccezionale modernità e la ricchezza metaforica di questo autore che fatica a rientrare nell’orizzonte del fantastico rioplatense in cui abitualmente lo si inscrive e disegna piuttosto un percorso totalmente suo, in cui confluiscono echi hoffmaniani, tracce surrealiste, sfumature gotiche e la capacacità di legare l’inammissibile, il perturbante, il bizzarro al gesto quotidiano, alla realtà di luoghi riconoscibili e  a un uso proustiano della memoria.</p>
<p dir="ltr">  Ciascuno dei dieci racconti di Nessuno accendeva le lampade ci propone differenti gradi di mistero perfettamente incastonati nella realtà, non alieni da tocchi ironici, che si concretizzano quasi sempre attraverso un medesimo procedimento, del resto tipico di Hernández, che prevede la “cosificazione” o l’animalizzazione dei protagonisti umani, e l’umanizzazione di oggetti o bestie, secondo una sua particolarissima fisiognomica: un commesso viaggiatore che impara a piangere come un coccodrillo, indipendentemente da qualsiasi impulso psicologico, e usa questa sua capacità per vendere di più e meglio (una trovata commerciale che alla fine approda al dubbio metafisico); un uomo che ricorda la propria trasmutazione in cavallo;  un balcone che crolla volontariamente; un acomodador (la maschera che accompagna gli spettatori al proprio posto) i cui occhi splendono come lanterne nel buio della sala cinematografica. Ed è Calvino a sottolineare come le associazioni di idee e le percezioni inattese siano il gioco preferito dei personaggi di Hernández, uno “strano gioco” interno al racconto le cui regole vengono stabilite di volta in volta e forniscono una struttura narrativa all’automatismo quasi onirico della sua immaginazione.</p>
<p dir="ltr">   Nessuno accendeva le lampade appartiene, secondo il critico Francisco Lasarte (Función de ‘misterio’ y ‘memoria’ en la obra de Felisberto Hernández ,1978) al terzo segmento dell’opera di Hernández: il primo include quattro piccoli  e magistrali libri dal testo brevissimo  (Fulano de Tal, 1925; Libro sin tapas, 1929; La cara de Ana,1930; La envenenada,1931); il secondo, i romanzi brevi dedicati alla  memoria (lo splendido Por los tiempos de Clemente Colling,1942; El caballo perdido,1943; Tierras de la memoria, uscito postumo); l’ultimo  le raccolte di racconti che dal 1943 in poi presentano testi usciti in ordine sparso negli anni precedenti, come Nadie encendía las lámparas, Las Hortensias, La casa inundada.</p>
<p dir="ltr">  Nel suo complesso, tutta l’ opera di Felisberto arriva sì e no a settecento pagine, veicolo di un mondo fittizio che scorre in parallelo con la sua vicenda biografica, i cui fili sono rintracciabili anche nei racconti più stranianti. E certo la vita di Hernández non fu meno bizzarra dei racconti e dei romanzi brevi alle cui trame  l’autore l’ha spesso intrecciata: la vita di un ragazzo timido dalla vocazione musicale precoce, che dopo aver studiato con Clemente Colling (l’organista cieco di una chiesa di Montevideo, poi divenuto personaggio di uno dei suoi romanzi) comincia  a guadagnarsi da vivere accompagnando al piano la proiezione dei film muti. Pianista errante, dagli anni ’20 sino al 1942,  Felisberto si guadagna da vivere soprattutto suonando con fortuna disuguale, da solo o con un trio dal  vasto ed eterogeneo repertorio: dai cinema ai caffè, dai teatri alle sale da concerto dove esegue Stravinsky.</p>
<p dir="ltr">  In perenni ristrettezze economiche, prova ad aprire una libreria che fallisce, dà lezioni di piano, si sposa tre volte e ogni volta divorzia, intreccia intense relazioni amorose, trascorre due anni a Parigi con una borsa di studio ottenuta tramite Jules Supervielle, vive in misere pensioni, ingrassa mostruosamente per via di una fame insaziabile che lo renderà obeso (al punto che il suo cadavere, dopo la morte per leucemia nel 1964, dovrà essere calato dalla finestra). E, pur non definendosi mai uno scrittore, scrive da autodidatta e corregge incessantemente, componendo i suoi testi come partiture muscali dal fraseggio preciso e riuscendo a pubblicare non per ostinazione propria, ma per quella dei pochi che lo conoscono e lo ammirano.</p>
<p dir="ltr">  Scrittore straordinario e “non per la maggioranza”, come lo definisce Onetti, senza essere mai davvero arrivato al grande pubblico è oggi considerato uno dei grandi autori latino-americani del ‘900, un maestro, un classico attorno al quale si è addensato un corpus critico di tutto rispetto. Per i lettori del nostro paese, un autore ancora da scoprire, del quale sarebbe meraviglioso veder tradotti almeno La casa inundada, storia di una donna dal corpo possente e dall’anima autoritaria che si fa costruire una casa per poi inondarla d’acqua e viverci insieme alle sue serve come in una minuscola Venezia domestica, prendendo al proprio servizio, come rematore e confidente, uno scrittore silenzioso capace di ascoltarla all’infinito. Oppure Las Hortensias,  in cui  donne-bambole fatte di gomma, con vene artificiali in cui circola acqua calda, sono tanto seduttive da scatenare l’amore di un bizzarro collezionista, torbidi drammi e gelosie coniugali.</p>
<p>  Ma Felisberto non ha mai avuto vita facile e non c’è da stupirsi del fatto che, di fronte alla sua opera inafferrabile e squisita, la nostra editoria, ghiotta di “casi” presunti o reali , best seller veri o finti, autori effimeri che si prendono atrocemente sul serio e sono pronti a qualunque comparsata, da oltre vent’anni volti la faccia dell’altra parte, liquidandola come invendibile e “per pochi”.</p>
<p dir="ltr">foto:<em> <em>Fundación </em>Felisberto Hernández</em></p>
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		<title>Diario di traduzione/Missing 3</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 08:55:20 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Diari di traduzione]]></category>
		<category><![CDATA[Missing]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Fuguet]]></category>
		<category><![CDATA[Chiara Muzzi]]></category>
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		<description><![CDATA[di Chiara Muzzi Ma è sempre vero che i libri rispecchiano la personalità di chi li scrive? Emiliano Monge non me lo sarei di certo aspettata un uomo in giacca e cravatta, sempre serio e poco loquace, ma Alberto Fuguet, per il libro che ha scritto, mi dava l’impressione di essere più formale e che [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lineadifrontiera.com&amp;blog=2702853&amp;post=1108&amp;subd=lanuovafrontiera&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://lanuovafrontiera.files.wordpress.com/2011/12/diarioditraduzione_missing_es.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1021" title="diarioditraduzione_missing_es" src="http://lanuovafrontiera.files.wordpress.com/2011/12/diarioditraduzione_missing_es.jpg?w=150&#038;h=83" alt="" width="150" height="83" /></a></p>
<p>di Chiara Muzzi</p>
<p>Ma è sempre vero che i libri rispecchiano la personalità di chi li scrive? Emiliano Monge non me lo sarei di certo aspettata un uomo in giacca e cravatta, sempre serio e poco loquace, ma Alberto Fuguet, per il libro che ha scritto, mi dava l’impressione di essere più formale e che avrei dovuto pormi in modo più professionale. Ma come si fa a continuare a esserlo se alla mia prima mail, in cui mi sono presentata e in cui gli ho esposto come collaboreremo, mi scrive una mail dal titolo “missing en la selva”, dicendo che si trova sperduto nella foresta amazzonica per un film che vuole girare, senza internet, senza telefono e senza luce? E se al suo ritorno mi dice che “está todo picado de mosquitos” e che non c’erano i ventilatori perchè non c’era la luce? Come si può, dico io, essere formali? In realtà qualche avvisaglia di originalità l’avevo colta traducendo, qualche battuta particolare o qualche paragone curioso mi hanno fatto sorridere più di una volta, rivelando molto dell’autore, ma mai dare le cose per scontate, ho pensato.</p>
<p>La rilettura procede rapida, sarà un libro molto piacevole da leggere, più facile di <em>Morire di memoria</em>, non c’è dubbio. Il tono colloquiale con cui l’autore ha impostato buona parte del libro ha il vantaggio di rendere spontaneo lo stile, ma lo svantaggio di creare al traduttore qualche problema a livello lessicale, di scelta della “volgarità” migliore, già che di “puta” e “mierda” ce ne sono parecchi…</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/lanuovafrontiera.wordpress.com/1108/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/lanuovafrontiera.wordpress.com/1108/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/lanuovafrontiera.wordpress.com/1108/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/lanuovafrontiera.wordpress.com/1108/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/lanuovafrontiera.wordpress.com/1108/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/lanuovafrontiera.wordpress.com/1108/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/lanuovafrontiera.wordpress.com/1108/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/lanuovafrontiera.wordpress.com/1108/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/lanuovafrontiera.wordpress.com/1108/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/lanuovafrontiera.wordpress.com/1108/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/lanuovafrontiera.wordpress.com/1108/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/lanuovafrontiera.wordpress.com/1108/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/lanuovafrontiera.wordpress.com/1108/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/lanuovafrontiera.wordpress.com/1108/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lineadifrontiera.com&amp;blog=2702853&amp;post=1108&amp;subd=lanuovafrontiera&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Consigli a un giovane giornalista.</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 11:43:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>f</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronache di frontiera]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Salcedo Ramos]]></category>
		<category><![CDATA[consigli]]></category>
		<category><![CDATA[cronache di frontiera]]></category>
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		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo narrativo]]></category>

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		<description><![CDATA[di Alberto Salcedo Ramos Se non sei caparbio, scordatelo. Ti diranno che non c&#8217;è lavoro, né soldi, né lettori. Invece di perdere tempo a lamentarti, metti il culo sulla sedia come suggeriva Balzac. E quando cominci a lavorare segui il consiglio di Katherine Anne Porter: non invischiarti in fatti estranei alla tua vocazione. Un narratore [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lineadifrontiera.com&amp;blog=2702853&amp;post=1078&amp;subd=lanuovafrontiera&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr">di Alberto Salcedo Ramos</p>
<p dir="ltr"><a href="http://lanuovafrontiera.files.wordpress.com/2012/01/salcedo-ramos.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1102" title="salcedo ramos" src="http://lanuovafrontiera.files.wordpress.com/2012/01/salcedo-ramos.jpg?w=150&#038;h=120" alt="" width="150" height="120" /></a>Se non sei caparbio, scordatelo. Ti diranno che non c&#8217;è lavoro, né soldi, né lettori. Invece di perdere tempo a lamentarti, metti il culo sulla sedia come suggeriva Balzac. E quando cominci a lavorare segui il consiglio di Katherine Anne Porter: non invischiarti in fatti estranei alla tua vocazione. Un narratore si deve preoccupare solo di raccontare la storia.</p>
<p dir="ltr">Una buona storia ben raccontata forse interesserà un editore. Ma non te lo garantisce nessuno. Se non dovessi pubblicarla, almeno ti resterà un pezzo finito. Conservalo come un tesoro: potrebbe spingerti a scriverne altri. Se smetti di scrivere perché gli editori ti chiudono la porta in faccia, meriti che te la chiudano.</p>
<p dir="ltr">Non importa se hai un lavoro a tempo pieno in un giornale o guidi un camion, devi scrivere. Niente scuse. Se stai a sentire solo il tuo stomaco, allora è inutile continuare a parlarne.</p>
<p dir="ltr">Credi negli argomenti che ti spingono a scrivere. Lo ha già detto Mailer: se un argomento cattura la tua attenzione non dubitarne.</p>
<p dir="ltr">Puoi scrivere di ciò che ti pare: un ladro di strada, la sottoveste di tua nonna, la scorta del presidente, la forfora di Tarzan, qualcosa di triste, folcloristico o tragico, il freddo, il caldo, il lievito del pane francese o il rasoio elettrico di Einstein. Ma, per favore, non annoiare il lettore. Scrivere un pezzo di giornalismo narrativo significa narrare, narrare significa sedurre. I bravi narratori di storie trasformano il verbo narrare in un sinonimo di eccitare. Sono come Don Vito Corleone: fanno al lettore una proposta che non potrà rifiutare.</p>
<p dir="ltr">Confesso che sono allergico alle storie in cui tutto è bianco o nero. Non mi fido delle morali e per questo non leggo favole, o al massimo le lascio giusto in tempo perché il lupo continui a vivere in pace dopo aver mangiato Cappuccetto Rosso e il padrone della gallina dalle uova d&#8217;oro possa ucciderla senza pentirsene.</p>
<p dir="ltr">Qualcuno pensa di poter scrivere mentre balla una cumbia o guarda una partita di calcio. Ma il lavoro e il divertimento sono due cose diverse. Concentrati in ciò che fai. Se non dedichi al testo tutta la tua attenzione è probabile che nemmeno il lettore lo farà.</p>
<p dir="ltr">Starsene isolati è dura, ti avverto, specialmente quando scrivi storie di ampio respiro. Sai quando cominci ma non sai quando finisci. A volte mi sono sentito così fiaccato dalla solitudine che il mio più grande sogno era andare a pagare la bolletta del telefono. Poi ci sono le difficoltà del mestiere: perdi una giornata intera per scegliere un aggettivo, e il giorno dopo lo cancelli perché già non ti piace più. Ricordati di Dorothy Parker: «Odio scrivere, ma adoro l&#8217;idea di aver scritto».</p>
<p dir="ltr">Se scrivi pensando allo stile, se non ti limiti a mettere le parole una dietro l&#8217;altra alla rinfusa, è probabile che tu tenda a bloccarti. Bloccarsi è un pericolo del mestiere. Significa che lo stai prendendo sul serio. Esci per strada a prendere un po’ d’aria. Anche distanziarsi è una forma di scrivere.</p>
<p dir="ltr">Se sei uno di quei giornalisti che leggono solo i giornali, considerati sconfitto. C&#8217;è bisogno di buoni modelli per il lavoro. È solo ascoltando le voci dei maestri – Talese, Capote, Hemingway – e guardando il mondo con genuina curiosità che imparerai a trovare la tua voce.</p>
<p dir="ltr">Alcuni giornalisti ed editori ortodossi possono anche denigrare il giornalismo narrativo quanto vogliono, ma tu ci devi credere. Perché il giornalismo narrativo dà volto e anima ad una notizia per soddisfare il lettore che non vuole solo ingozzarsi di dati. Alcuni pensano che se una verità non rivela uno scandalo allora non merita di essere pubblicata. In un continente corrotto fino all&#8217;osso sarà sempre apprezzata la figura dell&#8217;igienista che elimina le bestiacce. Tuttavia, temo che la verità non si cerchi soltanto spargendo pesticidi o frequentando le tavole dei potenti, ma anche prestando attenzione alla gente comune, quel tipo di persone che, disgraziatamente, esistono per i grandi giornali soltanto quando uccidono o muoiono.</p>
<p dir="ltr">Traduzione di Alessio Mirarchi</p>
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		<title>Diario di traduzione/Missing 2</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 15:33:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>L.</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Missing]]></category>

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		<description><![CDATA[E si procede, a volte più spediti, sorprendendosi dell’apparente facilità di traduzione, a volte meno, e ci si incaglia in ostacoli imprevisti su cui si passano ore a ragionare. Uno di questi scogli è stata la frase “de cuarto a sexto de humanidades viví en diez de julio”. Allora, che diez de julio sia una [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lineadifrontiera.com&amp;blog=2702853&amp;post=1029&amp;subd=lanuovafrontiera&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://lanuovafrontiera.files.wordpress.com/2011/12/diarioditraduzione_missing_es.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1021" title="diarioditraduzione_missing_es" src="http://lanuovafrontiera.files.wordpress.com/2011/12/diarioditraduzione_missing_es.jpg?w=150&#038;h=83" alt="" width="150" height="83" /></a>E si procede, a volte più spediti, sorprendendosi dell’apparente facilità di traduzione, a volte meno, e ci si incaglia in ostacoli imprevisti su cui si passano ore a ragionare. Uno di questi scogli è stata la frase “de cuarto a sexto de humanidades viví en diez de julio”. Allora, che diez de julio sia una strada, e in particolar modo una strada di Santiago de Chile, non ci sono dubbi e lo si capisce anche agevolmente. Il problema è il resto. Inizia quindi la ricerca, Dio benedica internet, di come funziona, o funzionava negli anni 50/60, il sistema scolastico cileno, perché tradurre “dalla quarta alla sesta del liceo classico” non la vedo una soluzione felice. Scopro così che in Cile il sesto anno di humanidades non esiste più e ora corrisponde al quarto, e che l’ultimo anno delle superiori coincide con i diciotto anni, quindi raduno tutte le mie facoltà matematiche per fare il seguente calcolo: se il sesto anno, o adesso quarto, per loro è l’ultimo anno di superiori, possiamo dedurre che corrisponde alla nostra quinta. Il problema è che in Cile l’ultimo anno delle superiori si fa a diciotto anni, da noi a diciannove. Dilemma: se scelgo di rispettare l’età, allora “de cuarto a sexto” deve diventare “dalla seconda alla quarta”, ma non mi convince, devono essere gli ultimi tre anni di scuola superiore. Quindi mi viene da pensare che tradurre “dalla terza alla quinta” sia forse la soluzione migliore. Non dirò quanto tempo mi ci è voluto per arrivare a quella che è solo una proposta di traduzione, tutta da vedere ancora…</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/lanuovafrontiera.wordpress.com/1029/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/lanuovafrontiera.wordpress.com/1029/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/lanuovafrontiera.wordpress.com/1029/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/lanuovafrontiera.wordpress.com/1029/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/lanuovafrontiera.wordpress.com/1029/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/lanuovafrontiera.wordpress.com/1029/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/lanuovafrontiera.wordpress.com/1029/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/lanuovafrontiera.wordpress.com/1029/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/lanuovafrontiera.wordpress.com/1029/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/lanuovafrontiera.wordpress.com/1029/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/lanuovafrontiera.wordpress.com/1029/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/lanuovafrontiera.wordpress.com/1029/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/lanuovafrontiera.wordpress.com/1029/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/lanuovafrontiera.wordpress.com/1029/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lineadifrontiera.com&amp;blog=2702853&amp;post=1029&amp;subd=lanuovafrontiera&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>48  Migrante non ancora identificato</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 15:31:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronache di frontiera]]></category>
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		<description><![CDATA[Traduzione di francesca bianchi Del mio migrante non so niente: non mi hanno detto il suo nome né ho ricevuto altre informazioni che mi permettessero di conoscerlo. Ciononostante sento che è parte di me e la sua morte proprio non la capisco. Dal momento che sono state decine le vittime di questo massacro e che [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lineadifrontiera.com&amp;blog=2702853&amp;post=989&amp;subd=lanuovafrontiera&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Traduzione di francesca bianchi</p>
<p>Del mio migrante non so niente: non mi hanno d<a href="http://lanuovafrontiera.files.wordpress.com/2012/01/frontera-ee-uu-mexico1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1030" title="FRONTERA-EE-UU-MEXICO1" src="http://lanuovafrontiera.files.wordpress.com/2012/01/frontera-ee-uu-mexico1.jpg?w=150&#038;h=80" alt="" width="150" height="80" /></a>etto il suo nome né ho ricevuto altre informazioni che mi permettessero di conoscerlo. Ciononostante sento che è parte di me e la sua morte proprio non la capisco. Dal momento che sono state decine le vittime di questo massacro e che  il totale che si calcola a livello nazionale negli ultimi anni ha ormai superato il migliaio, credo sia utile iniziare a citare il seguente rapporto che è stato scritto, pubblicato e ignorato prima che quest’enorme tragedia dei migranti ci colpisse tutti.</p>
<p><strong>A causa della loro situazione migratoria irregolare</strong>, [i migranti] non si rivolgono alle autorità ma, anzi, le evitano…  Sono facilmente intercettati da chi vuole approfittarsi di loro; non sanno di potersi rivolgere alle autorità per denunciare abusi e delitti commessi contro di loro o, comunque, preferiscono non farlo per timore di essere ricondotti nel paese d’origine.</p>
<p>Tutto quanto fin qui detto li rende soggetti potenzialmente esposti a una vasta serie di rischi e abusi e li pone in uno stato di vulnerabilità. Infatti, spesso, sono vittime di bande organizzate e in molti casi anche delle autorità federali, locali e municipali, soprattutto quelle incaricate della sicurezza pubblica&#8230;</p>
<p>Testimonianza di un migrante guatemalteco:</p>
<p><em> “Ci avevano rinchiuso in una piccola stanza fredda, con l’aria condizionata, ci avevano fatto mettere due paia di pantaloni e con una sistola ci buttavano addosso acqua gelata, non facevamo che tremare dal freddo. Nel frattempo, ci facevano delle foto, tutto per farci tirar fuori i soldi. I primi tre giorni non ci hanno dato da mangiare…” </em></p>
<p><em>“… solo uno di noi non aveva soldi, nessuno che lo aiutasse, e l’hanno ammazzato lì davanti a noi, picchiandolo con una mazza da baseball, sulla testa, dappertutto, era salvadoregno…  Al primo colpo sulla testa è svenuto e hanno continuato a colpirlo sullo stomaco, e poi si sono messi a picchiarlo in cinque, tutti insieme…” </em></p>
<p><em>“… a me hanno spaccato la testa con la mazza da baseball e mi hanno colpito sul braccio con il calcio della pistola, e anche sul naso mi hanno percosso con una nove millimetri. Mentre mi picchiavano mi filmavano con sei telecamere e tre computer…” </em></p>
<p><em>“… quando le nostre famiglie hanno pagato, ci hanno fatto salire su un furgone e ci hanno detto che ci avrebbero buttato in un fiume, ci hanno bendato e ci hanno buttato giù, anche il corpo del salvadoregno che avevano ucciso, hanno sparato dei colpi a terra e ci hanno detto di buttarci nel fiume…”</em></p>
<p>Testo: Alma Guillermoprieto; Foto:<strong> </strong>Nicola Frioli</p>
<p><em> Rapporto Speciale sui casi di sequestro ai danni di migranti, p. 5 Commissione Nazionale per i Diritti Umani</em></p>
<p><em>Città del Messico, D.F., 15 giugno, 2009</em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/lanuovafrontiera.wordpress.com/989/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/lanuovafrontiera.wordpress.com/989/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/lanuovafrontiera.wordpress.com/989/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/lanuovafrontiera.wordpress.com/989/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/lanuovafrontiera.wordpress.com/989/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/lanuovafrontiera.wordpress.com/989/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/lanuovafrontiera.wordpress.com/989/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/lanuovafrontiera.wordpress.com/989/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/lanuovafrontiera.wordpress.com/989/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/lanuovafrontiera.wordpress.com/989/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/lanuovafrontiera.wordpress.com/989/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/lanuovafrontiera.wordpress.com/989/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/lanuovafrontiera.wordpress.com/989/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/lanuovafrontiera.wordpress.com/989/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lineadifrontiera.com&amp;blog=2702853&amp;post=989&amp;subd=lanuovafrontiera&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>72 migrantes: un altare virtuale per i migranti messicani</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 12:02:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronache di frontiera]]></category>
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		<description><![CDATA[72migrantes è un omaggio realizzato da scrittori, giornalisti, attivisti, politologi e artisti. Un omaggio concretizzatosi in un altare virtuale su internet che è cresciuto col tempo trasformandosi in uno e poi molti altari veri e propri, in un¹opera teatrale, in una serie di pillole trasmesse alla radio, in un libro. Un omaggio alla memoria dei [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lineadifrontiera.com&amp;blog=2702853&amp;post=986&amp;subd=lanuovafrontiera&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>72migrantes<em> è un omaggio realizzato da scrittori, giornalisti, attivisti, politologi e artisti. Un omaggio concretizzatosi in un altare virtuale su internet che è cresciuto col tempo trasformandosi in uno e poi molti altari veri e propri, in un¹opera teatrale, in una serie di pillole trasmesse alla radio, in un libro. Un omaggio alla memoria dei 72 migranti clandestini provenienti dall¹America Centrale assassinati nell&#8217;agosto del 2010 a San Fernando, nello stato di Tamaulipas, in Messico.</em><br />
<em> Il libro, curato dalla scrittrice e giornalista Alma Guillermoprieto e pubblicato dalle case editrici Editorial Almadía e Fronteras Press, raccoglie testi che raccontano ognuno un aspetto diverso della vita e della tragica morte dei migranti scomparsi. 72 migranti raccontati da 72 scrittori, tra cui Elena Poniatowska, Marcela Turati, Juan Villoro, Jorge Volpi e Valeria Luiselli. Un modo per dare voce a chi si è visto strappare ogni</em><br />
<em> possibilità di futuro.</em><br />
<a href="http://72migrantes.com/" target="_blank">72migrantes.com</a><em>, come afferma Guillermoprieto, si propone di restituire un volto, un nome e un&#8217;individualità alle vittime di quell&#8217;attentato, che, più che come persone, i mezzi di comunicazione trattano come cadaveri negando l&#8217;importanza delle loro vite interrotte, dei sogni infranti e delle famiglie distrutte.</em><br />
<em> Per sua gentile concessione pubblicheremo, nei prossimi giorni, alcuni dei testi. Iniziamo oggi con la sua introduzione.</em></p>
<p id="internal-source-marker_0.5435289085625751" dir="ltr">Cari lettori,</p>
<p>benvenuti nell’altare virtuale <a href="http://72migrantes.com/">72migrantes.com</a>. Vi ringraziamo sentitamente per la vostra visita a questo progetto che si propone di commemorare la morte di 72 migranti in una misera fattoria nei dintorni di El Huzache, comune di San Fernando, stato di Tamaulipas. È passato un anno da quel massacro, un lasso di tempo sufficiente per iniziare a dimenticare, e per questo forse la cosa migliore è offrire un breve riassunto dei fatti. La brevità, ovviamente, non ci è imposta da un’ipotetica preferenza dei nostri lettori, ma dal fatto che, seppure c’è così tanto da raccontare, ignoriamo quasi tutto. Abbiamo un luogo, una data, e quanto segue:</p>
<p>Fra il 22 e il 23 agosto, un gruppo di uomini – forse sette o otto – confinarono 73 o 74 persone in un campo nelle vicinanze di El Huizachal e spararono a quasi tutte con un colpo alla nuca. Secondo le dichiarazioni rilasciate in diversi momenti dalla Procuraduría General de la República, le vittime si dirigevano su due camion verso gli Stati Uniti, con lo scopo di entrarci clandestinamente. Immaginiamo che fossero scortati da almeno un pollero, un trafficante di immigrati senza documenti. Nel loro peregrinare, lasciarono lo stato di Veracruz il 21 agosto, con l’intenzione di passare la notte in uno dei paesi dello stato di frontiera di Tamaulipas – anche se, sapendo ciò che sappiamo, e ciò che probabilmente sapeva chi li trasportava, non avrebbero potuto scegliere un posto peggiore per dormire. Ormai, infatti, qualunque messicano e qualunque pollero sa che a Tamaulipas vige la legge de los Zetas, e che los Zetas vivono, come avvoltoi, della carne dei clandestini.</p>
<p dir="ltr">Quando los Zetas si lanciano in picchiata sui migranti che attraversano il Messico, portano via prima di tutto i cellulari, perché sanno che i migranti che arrivano alla frontiera hanno pochi soldi e probabilmente durante il viaggio hanno già subito qualche rapina da parte di altre bande di delinquenti sempre comandate da los Zetas. Però spesso hanno con sé un cellulare, per avvisare le proprie famiglie che stanno bene. Quando los Zetas trovano i cellulari chiamano quei familiari e pretendono soldi in cambio della libertà dei loro cari.</p>
<p dir="ltr">Non sappiamo cosa accadde da quando i camion dei migranti partirono da Veracruz la mattina del 22 agosto, ma né i familiari ricevettero chiamate dalle vittime che li informavano di essere stati rapiti e che i sequestratori chiedevano soldi per la liberazione, né i migranti poterono continuare il loro viaggio dopo aver subito un breve sequestro, come sarebbe stato, diciamo, normale. In realtà, non riusciamo a capire neanche la versione data dai portavoce della Procuraduría, perché i familiari di alcune vittime dicono invece di aver ricevuto delle chiamate da figli, fratelli o mariti, con cui venivano informati che erano stati sequestrati e che avevano bisogno di soldi, o che stavano per arrivare alla frontiera e la stavano per attraversare. Ma quelle telefonate le hanno ricevute circa dieci giorni prima del massacro, e da diversi punti del Messico.</p>
<p dir="ltr">Sappiamo, dunque, con assoluta certezza solo una cosa: che il 24 agosto una squadra della Marina trovò i cadaveri di 72 persone che erano morte il giorno prima. I corpi giacevano in modo ordinato intorno alle quattro pareti di una stanza senza pavimento e senza tetto, nei dintorni di El Huizache.</p>
<p>Il ritrovamento non fu casuale; furono piuttosto le autorità Stato che arrivarono tardi perché, attenendoci a ciò che sappiamo, una della vittime sopravvisse al massacro. Luis Fredy Lala Pomavila, ecuadoriano, figlio di contadini, di 22 anni, ferito da un colpo d’arma da fuoco alla mandibola e alla spalla, aspettò che gli assassini finissero il loro lavoro. Poi con l’aiuto di un honduregno, di cui non sappiamo il nome, che si era nascosto in un campo incolto prima del massacro, riuscì a slegarsi le mani e iniziò a camminare, senza incontrare aiuto, fino alle sette di mattina di martedì 24 agosto, quando, alla fine s’imbatté un posto di blocco dell’esercito e li informò di quanto era accaduto. (L’honduregno prese un’altra strada e giunse più tardi in un rifugio per migranti. Appena gli fu possibile si mise in contatto con la sua ambasciata. Sappiamo anche, ma senza informazioni precise, di un’altra sopravvissuta salvadoregna.) Poche ore dopo aver raccolto la denuncia di Lala Pomavila, i militari che arrivarono a El Huizache comprovarono che il ragazzo non aveva mentito: i 72 cadaveri di cui aveva parlato erano lì.</p>
<p>Il 25 agosto la notizia fu riportata da tutti i giornali nazionali e, subito dopo, anche dalla stampa internazionale. Un fatto spaventoso era accaduto in Messico, il nostro paese, il paese di molti dei partecipanti al progetto 72migrantes.com</p>
<p dir="ltr">Perché abbiamo deciso di creare un altare nello spazio cibernetico? Perché noi, che abbiamo realizzato questo progetto, pieni di vergogna per i nostri compatrioti e di spavento per le vittime, abbiamo così iniziato a venire a conoscenza dei molti e terribili crimini che si commettono tutti i giorni contro i migranti, quegli esseri silenziosi che vagano per il Messico senza documenti, e senza altra speranza che fuggire dalla miseria che affligge, loro e i loro cari, nei paesi di origine. In un paese di migranti, questi uomini e donne, e in molti casi addirittura adolescenti e bambini, sono sfruttati, torturati, umiliati e assassinati impunemente – nei registri ufficiali non c’è nessun condannato per crimini contro i migranti – dai nostri compatrioti alla luce del giorno.  Sono più poveri dei nostri poveri, più indifesi dei nostri indigeni, perché camminano da soli. Questi 72 morti, dunque, erano i nostri morti, e abbiamo voluto commemorare la vita di ogni migrante identificato. Abbiamo voluto anche – forse soprattutto – parlare di coloro ai quali fu sottratto perfino il nome quando persero la vita.</p>
<p dir="ltr">Questo libro è la trasposizione cartacea di quell’altare virtuale, che si può visitare sul sito www.72migrantes.com. È stato allestito in tre mesi da un gruppo crescente di scrittori, giornalisti, saggisti, e fotografi, ed è stato inaugurato ufficialmente il Giorno dei Morti del 2010. Durante l’allestimento successe però una cosa che non ci aspettavamo: quelli di noi che sentivano il tormento della vergogna e un grande smarrimento si ritrovarono con una comunità di intellettuali, artisti, grafici, programmatori, attori, musicisti e fotografi messicani che provavano gli stessi sentimenti di fronte ad avvenimenti che corrispondono alla realtà ma sembrano uscire da un incubo. Da questa comunità, della quale fanno parte più di cento persone, provengono le foto, il progetto del blog e il radiodramma trasmesso dalla radio dell’Università Autonoma del Messico che ha dato vita ai testi grazie alla voce di alcuni tra gli attori e i presentatori più importanti del paese. Ci piace pensare che, senza essercelo proposti, abbiamo contribuito anche a un diverso modo di riflettere sulla questione della migrazione, a far si che la si guardi con altri occhi e maggiore informazione, e che la (scarsa) copertura mediatica che riceve oggi si occupi più delle persone e meno dei cadaveri.</p>
<p dir="ltr">Per lasciare una traccia durevole di questo sforzo abbiamo deciso di trasporlo in quel mezzo permanente e tecnologicamente perfetto che è il libro.</p>
<p dir="ltr"> Quando pubblicammo l’altare nel ciberspazio avevamo solo poche informazioni. Oggi quasi tutte le vittime del massacro di San Fernando, nelle vicinanze di El Huizachal, sono state identificate, ma preferiamo non cambiare i testi che ci raccontano di vittime anonime. Riteniamo che parlino anche a nome di tanti altri migranti che sono morti nella nostra terra senza che nessuno si sia accorto della loro scomparsa. Sono, dunque, 72 testi, uno per ogni vittima, e 72 fotografie. Alcuni testi danno informazioni sul fenomeno della migrazione e della violenza. Altri sono saggi che inseriscono la migrazione latinoamericana in un contesto globale. Molti sono ritratti delle vittime, elaborati a partire da una conversazione con i loro familiari. Altri immaginano la peregrinazione di una di quelle persone di cui non sapevamo il nome quando abbiamo iniziato il progetto. Le immagini sono il frutto del contributo di 16 fotografi messicani, centroamericani e spagnoli, e permettono di immaginare il percorso che fecero i nostri 72 dall’inizio alla fine.</p>
<p dir="ltr"> A un anno dal massacro, e nonostante ormai conosciamo la lista completa delle vittime, noi ricercatori e i giornalisti che ci siamo occupati del tema non siamo ancora riusciti a costruire una narrativa coerente dei fatti che portarono a quella strage. Nonostante siano state fermate 82 persone per questo e per un altro massacro scoperto sei mesi dopo nello stesso municipio di San Fernando, e di cui fino ad oggi abbiamo potuto identificare 193 cadaveri, non abbiamo notizia di un solo condannato per i due crimini.</p>
<p dir="ltr">Ai familiari dei migranti morti non è stato conforto né aiuto. In un primo momento, sopraffatti dall’orrore e dallo sgomento, i governi dei paesi coinvolti ricevettero le salme con picchetti d’onore e funerali di stato, e vennero promessi ai familiari alloggio, risarcimento e aiuto psicologico. Oggi, sappiamo che le famiglie continuano a vivere come hanno sempre fatto, nelle stesse terribili condizioni che avevano costretto i loro figli o mariti all’esilio economico. Sappiamo anche che alcuni di loro continuano a lottare per ripagare il debito che i loro figli e mariti avevano contratto con un pollero mafioso che li doveva far uscire dal paese. Non riusciamo a immaginare cosa significherebbe una simile perdita nella nostra vita, non ci rimane neppure l’illusione che nutrivamo al principio che i familiari, vedendo l’altare, potessero almeno non sentirsi lasciati soli con il loro dolore.</p>
<p dir="ltr">Ciononostante ci sembra ancora importante condividere le loro vite e quelle delle 72 vittime, affinché il loro peregrinare lasci una piccola traccia contro l’oblio.</p>
<p dir="ltr">Grazie, e buon viaggio,</p>
<p dir="ltr">Alma Guillermoprieto</p>
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