Dieci anni di solitudine, Mario Benedetti

Questo articolo di Mario Benedetti è uscito su El País nel 1983, a 10 anni dall’inizio della dittatura in Uruguay. Oggi ne sono passati 40. E proprio il 27 novembre ricorre il trentesimo anniversario dell’Acto del Obelisco, una straordinaria manifestazione politica avvenuta a Montevideo che con la parola d’ordine “per un Uruguay senza esclusioni” innescò il lungo processo che avrebbe poi portato alla fine della dittatura il 28 febbraio del 1985.

Ecco l’articolo di Benedetti sulle terribili condizioni di detenzione di alcuni esponenti del Movimiento de Liberación Nacional-Tupamaros, tra i quali figura l’attuale presidente della Repubblica uruguaiana, Pepe Mujica. Buona lettura.

 

Il 7 settembre saranno passati 10 anni da un evento poco comune, direi quasi eccezionale, nella storia mondiale delle carceri. In Uruguay ci sono attualmente più di mille prigionieri politici, la maggior parte dei quali vive in condizioni di estrema durezza; ma tra questi ci sono nove detenuti, i cosiddetti ostaggi, che in questi giorni compiono 10 anni di isolamento. Durante questo lasso di tempo hanno sempre occupato celle individuali, ma non nelle carceri riservate ai prigionieri politici, ma in caserme o altri locali dislocati in tutto il Paese. In alcuni casi è stata utilizzata anche la rete fognaria. In generale, questi cubicoli sono privi di finestre e le condizioni sanitarie sono minime. Per lunghi periodi, a questi reclusi viene negata qualsiasi visita, e quando viene loro permesso di vedere soltanto familiari diretti (coniugi, genitori, figli), i colloqui, che raramente superano i dieci minuti ogni quindici giorni, hanno luogo tramite un magnetofono e in presenza di guardie armate, e nel dialogo è assolutamente proibito fare qualsiasi tipo di riferimento all’attualità nazionale e internazionale. Inoltre, il luogo di detenzione cambia di continuo, e a volte trascorrono lunghi e angosciosi mesi prima che i familiari riescano a scoprirlo. Di solito distano 300 chilometri o più dalla capitale, e ciò aggiunge ulteriore disagio alla situazione dei familiari.

Nei primi tempi, gli avvocati potevano fare visita regolarmente ai loro clienti; in seguito, i permessi sono andati sempre più rarefacendosi. Gli avvocati hanno poi cominciato a ricevere sempre più spesso minacce o a subire numerosi attentati, e alcuni di loro sono stati addirittura arrestati. Alla fine, a causa di questa sistematica persecuzione, quasi tutti sono stati costretti all’esilio e ad abbandonare, di conseguenza, questi prigionieri così speciali nelle mani di difensori d’ufficio (che, ovviamente, sono militari), il che nell’Uruguay di oggi equivale a dire che non godono di nessuna difesa.

In questo decennio gli ostaggi non hanno potuto parlare con nessun altro prigioniero (è raro che ci sia più di un ostaggio in un luogo di detenzione, ma nel caso che ce ne siano due o più non possono mai né vedersi né parlarsi) e, come se non bastasse, non hanno il permesso di rivolgere la parola ai loro carcerieri, e viceversa. Neanche nei casi in cui debbano ricevere precarie cure mediche possono dialogare con il personale che si occupa di loro. Alcune celle sono talmente piccole che quasi impediscono i movimenti del recluso. Per lunghissimi periodi vengono privati addirittura della luce elettrica e, pertanto, di ogni possibilità di leggere e di informarsi. Il divieto include i giornali e le radio. Durante il processo, questi reclusi non compaiono in nessun tribunale né possono rispondere ai testimoni dell’accusa.

Questi sono i nomi dei nove ostaggi con le rispettive professioni e occupazioni: Henry Engler (studente di Medicina), Eleuterio Fernández Huidobro (impiegato bancario), Jorge Manera (ingegnere), Julio Marenales (professore di Belle Arti), José Mujica (venditore ambulante), Mauricio Rosencof (drammaturgo e poeta), Raúl Sendic (avvocato), Adolfo Wassen (studente di Diritto) e Jorge Zabalza (studente di notariato). Tutti quanti loro, prima dell’isolamento, erano già stati brutalmente torturati. Appartengono al Movimento di Liberazione Nazionale.

Sfruttare il tempo

In un dossier consegnato a Washington alla Camera dei Deputati il 27 giugno del 1976 da parte di Eddy Kaufman, di Amnesty Internacional, viene citata l’opinione dell’allora direttore del penitenziario di Libertad: “Non abbiamo avuto il coraggio di liquidarli quando ne abbiamo avuto l’opportunità e in futuro dovremo rilasciarli. Dobbiamo sfruttare il tempo che ci resta per farli impazzire”. A quanto pare l’hanno sfruttato bene. In un altro dossier di Amnesty International (sezione francese) viene segnalato che le condizioni di confino hanno compromesso la salute mentale di almeno due dei detenuti. Ciò che è veramente strano è che non siano impazziti tutti e nove e non siano diventati delle bestie.

Non enumererò qui le aberrazioni giuridiche di questi nove casi. Esperti di fama internazionale hanno già segnalato l’impressionante sequela di violazioni della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, delle più elementari norme giuridiche e della stessa Costituzione uruguaiana che si accumulano in questa situazione paradossale. Non è neanche questa l’occasione per delucidarvi sulle ragioni o le non ragioni dell’azione rivoluzionaria di questi combattenti politici. Tuttavia, non serve essere esperti in materia per constatare l’orrore di questa circostanza. Pensate soltanto che questi detenuti sono in isolamento da quattro giorni prima del golpe di Pinochet e fate mente locale su alcuni dei fatti accaduti negli ultimi 10 anni.

Due Olimpiadi e tre Coppe del Mondo; crisi del petrolio e guerra del Libano, incluso il massacro di Sabra e Shatila; Rivoluzione dei Garofani in Portogallo; apogeo della Trilaterale e fallimento della Scuola di Chicago; premio Cervantes a Carpentier, Onetti, Rulfo, e premio Nobel a García Márquez e Pérez Esquivel; morte di Franco e ritorno della democrazia in Spagna; rovesciamento di Idi Amin, Bokassa I, Somoza, lo scià di Iran, Galtieri, Ríos Montt; rivoluzioni trionfanti in Angola, Mozambico, Etiopia, Iran, Nicaragua, Granada; arrivo di Maradona a Barcellona e di Julio Iglesias a Miami; assassinio di Michelini, Anwar al-Sadat, monsignor Romero, John Lennon; trasformazione della Guyana olandese in Suriname e di Karol Jozef Wojtyla in Giovanni Paolo II; Brizzola a Río e la Guernica in Spagna; scomparsa di Henry Miller e ricomparsa dell’Uomo di Orce; decisivi plebisciti contro la dittatura uruguaiana: guerra delle Malvine e requiem per il panamericanismo; truppe sovietiche in Afghanistan e statunitensi ovunque; sparizione in Argentina di Haroldo Conti e di altri 30’000; pubblicazione de La guerra della fine del mondo e orgia di missili per ribadirla; sparisce la P2 e appare il gas nervino; morte di Mao, Perón, Makarios, Tito, Agostinho Neto, Boumedienne, Kenyatta, Brežnev; fine della sindrome da olio tossico e inaugurazione di quella dell’immunodeficienza; morte di Neruda, Ingrid Bergman, René Clair, Carpentier, Buñuel; crisi in Polonia, crisi in Centroamerica, crisi nel Chad; seconda generazione di manifestazioni (le cacerolas) cilene e prima generazione di manifestazioni uruguaiane.

Questo e molto altro è accaduto nel mondo dal 1973 al 1983 senza che i nove prigionieri potessero saperlo. Dieci anni di prigione sono molti, ma dieci anni di solitudine sono un castigo che nessuno al mondo si merita. Ognuno di questi reietti dell’umanità, ridotto a un infame isolamento, conosce ormai a memoria le ombre sulle pareti, le crepe nel pavimento, le macchie sul soffitto. Forse lotta contro se stesso per non ammuffire, per non abbandonarsi alla prostrazione o al delirio, mantenendo accesa la speranza come una candela senza fiamma; consapevole, tuttavia, che lo sprofondare nella disperazione significherebbe il trionfo dell’altro, del nemico. Bisognerebbe andare un bel po’ indietro nel tempo per ritrovare pratiche di un sadismo così esplicito. In un concetto moderno della giustizia, neanche i criminali più spietati e irrecuperabili vengono sottomessi a questo tipo di tortura morale, di castigo senza tregua. Soltanto nove ostaggi, dei quali probabilmente nessuno sa che cos’è successo agli altri otto.

Di loro si parla sempre meno. Perciò questo articolo vuole soltanto essere un promemoria. Non scordiamoci che se i rivoluzionari trionfanti ricevono onori e ammirazione, e addirittura i loro nemici si sforzano di rispettarli, i rivoluzionari incarcerati si meritano almeno di essere considerati come esseri umani.

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Traduzione di elisa tramontin

Elisa Tramontin è nata a Belluno, ma vive e lavora a Roma. Laureata in Lingue e Letterature Straniere a Bologna, dal 2005 collabora con diverse case editrici e si occupa di traduzione e sottotitolazione di film e documentari. Per laNuovafrontiera ha tradotto Mario Benedetti, Fernando Aramburu, Antonio Dal Masetto, Lucía Puenzo, Sergio Álvarez e Valeria Luiselli.

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