Diario di traduzione / Scritti apolidi 4

Scritti apolidi è una traduzione collettiva. Nasce come stage conclusivo del Corso di traduzione editoriale dallo spagnolo dell’Agenzia formativa Tuttoeuropa di Torino, anno di corso 2013-2014. Diciassette gli studenti, coordinati da Gina Maneri. Ogni traduttore si è quindi occupato di un certo numero di frammenti, ma la discussione collettiva e la supervisione da parte della tutor hanno garantito l’uniformità dell’opera.
Nel corso delle discussioni sono emersi diversi “nodi” da sciogliere, di cui vi presentiamo qualche assaggio.

Il bello di tradurre un autore come Ribeyro è che è lui a guidarti. Ci sono sì decisioni da prendere, com’è ovvio, ma si tende a restare il più possibile vicini al suo lavoro. Questo però non esclude che ci siano punti un po’ ostici, e che restare aderenti al testo non aiuti. Un esempio lo si trova nel frammento 43, in cui si descrive un impiegato che, dopo un periodo di malattia, torna al lavoro fisicamente molto cambiato. Per descriverlo, l’autore usa tutta una serie di aggettivi: tajado, recortado, humillado, hundido, encorvado, pelado, aterrado.
Ora, qui si presentano ben due problemi: il primo è che in italiano non è possibile rendere tutto l’elenco con dei participi (una frase come “la malattia lo ha pelato” non è proprio il massimo), il secondo ‒ e anche il più difficile da risolvere ‒ è rappresentato da tajado e recortado, che sono due sinonimi e, come detto prima, restare aderenti al testo d’origine era impossibile. Si è quindi deciso di tradurre recortado con “rimpicciolito” e, dopo sondaggi fatti tra parenti, amici, cugini di cugini e ragionamenti vari ed eventuali sul perché “lacerato” non andasse bene (perché non dava l’idea del taglio netto che invece si ha con tajado, per la cronaca), si è giunti alla conclusione di rendere il termine spagnolo con “segnato”, che richiama la malattia che lascia un segno indelebile.
Ecco il risultato finale: “La malattia lo ha segnato, rimpicciolito, umiliato, abbattuto, incurvato, reso calvo, annientato, trasformato in un altro uomo”.
Era questa l’immagine che Ribeyro voleva darci? È una domanda che non troverà risposta, dal momento che ‒ purtroppo ‒ non glielo si può chiedere. Quindi non resta che sperare di aver interpretato bene quello che l’autore ha scritto e lasciare che il lettore interpreti a sua volta il testo e sciolga l’ambiguità. Perché, in fondo, tutto il processo di traduzione, dal testo originale a quello tradotto che arriva nelle mani del lettore, è un lavoro di squadra.

Valentina Cabras

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