Diario di traduzione / Scritti apolidi 3

Scritti apolidi è una traduzione collettiva. Nasce come stage conclusivo del Corso di traduzione editoriale dallo spagnolo dell’Agenzia formativa Tuttoeuropa di Torino, anno di corso 2013-2014. Diciassette gli studenti, coordinati da Gina Maneri. Ogni traduttore si è quindi occupato di un certo numero di frammenti, ma la discussione collettiva e la supervisione da parte della tutor hanno garantito l’uniformità dell’opera.
Nel corso delle discussioni sono emersi diversi “nodi” da sciogliere, di cui vi presentiamo qualche assaggio.

Parvenu peruviani

Frammento 76. La differenza tra le classi sociali sta tutta nelle maniere, dice Ribeyro. Caso emblematico, per lui, sono quelli che in Perù vengono detti huachafos, persone che cercano di passare da una classe all’altra imitando le maniere e non le idee, esponendosi così al ridicolo. Sono, in sostanza, dei parvenu! Ma un prestito dal francese, in bocca a uno scrittore peruviano, in una traduzione italiana, mi sembra crei un po’ di confusione. Insomma, io questi huachafos non so proprio come tradurli.
Provo con i dizionari. Huachafo: “que presume de fino y elegante sin serlo”, sinonimo di cursi, “pacchiano”, “volgare”, “kitsch”, “persona pretenziosa, affettata”. Certo, il concetto è chiaro, ma non basta, non credo che il termine si possa ridurre al kitsch, al pacchiano, a un sinonimo di qualcos’altro.
Continuo con le ricerche e incappo in un paio di articoli in cui Mario Vargas Llosa cerca di spiegare che cos’è questa huachafería. Lui dice che è un modo particolare che hanno i peruviani di essere cursi, kitsch, ma a differenza di Ribeyro non ha un’accezione negativa, anzi, per Vargas Llosa è qualcosa di “profundamente creativo“, “una de las contribuciones del Perú a la experiencia universal” . Vargas Llosa passa in rassegna i diversi modi di essere huachafo: nella musica, in politica, nella religione, fino alla letteratura, e rintraccia un certo grado di huachafería in tutti gli autori peruviani più noti, come César Vallejo, Alfredo Bryce Echenique o Manuel Scorza. In questo elenco c’è una sola eccezione, un caso insolito: Julio Ramón Ribeyro, che, dice Vargas Llosa, non è mai huachafo, e per uno scrittore peruviano, continua, è davvero una extravagancia.
Fantastico, ma il problema rimane. Come tradurlo? Sono convinta che mantenere il termine spagnolo sia d’obbligo, bisogna trovare una sorta di spiegazione minima. Mi vengono in mente i cafoni, gli zotici, gli arricchiti, ma una sola parola non basta, ed è la mia compagna di revisione a suggerirmi di utilizzare un sostantivo che dia un’idea del loro modo di comportarsi e di apparire, accompagnandolo con un aggettivo che indichi la loro estrazione sociale, per rendere chiari entrambi gli aspetti.
Questo è il risultato: “L’importanza delle maniere è tale che quelli che nel mio paese vengono chiamati huachafos, i cafoni arricchiti, cercano di passare da una classe all’altra non attraverso un cambio di mentalità, ma imitando le maniere, senza rendersi conto, come fanno invece gli arrivisti, che la cosa più semplice è copiare le idee, visto che sono invisibili, e non le maniere le quali richiedono una costante dimostrazione che di solito espone le persone al ridicolo”.

 
Federica Gavioli

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