Diario di traduzione / Scritti apolidi 2

Scritti apolidi è una traduzione collettiva. Nasce come stage conclusivo del Corso di traduzione editoriale dallo spagnolo dell’Agenzia formativa Tuttoeuropa di Torino, anno di corso 2013-2014. Diciassette gli studenti, coordinati da Gina Maneri. Ogni traduttore si è quindi occupato di un certo numero di frammenti, ma la discussione collettiva e la supervisione da parte della tutor hanno garantito l’uniformità dell’opera.
Nel corso delle discussioni sono emersi diversi “nodi” da sciogliere, di cui vi presentiamo qualche assaggio.

Ci vuole un’amica di Lima

Julio Ramón Ribeiro, Scritti Apolidi, frammento 168, prima riga, sesta parola.
Alt, fermi tutti.
Entre ellas se llaman las pavitas, scrive Julio Ramón parlando di certe ragazze di Lima.
“Ecco, ti pareva. Le pavitas…”, pensa la traduttrice.
Che fare? All’autore di certo non può chiedere. E allora comincia ad addentrarsi in blog culinari dove la povera consorte del tacchino, la pava, viene messa in pentola con patate e chuchoa o farcita con ripieno alla Karmel; impara tutto sulle trovate pubblicitarie di una specie di Mulino Bianco peruviano in versione carnivora che ha inventato una giornata consacrata al consumo dei suoi prodotti, il giovedì, il jueves de pavita; poi, una volta scartate le proposte dei dizionari di lunfardo che conducono a soluzioni pruriginose, si avventura in ricerche bibliografiche dove la attendono illusorie rivelazioni. Ecco il primo miraggio: la traduzione spagnola de L’Adolescente di Dostoevsky (libro che la traduttrice, suo malgrado, non ha mai letto) contiene proprio quella parola, pavita, e guarda caso è un epiteto che si riferisce a una donna. Basterà dunque cercare la sua versione originale e capirne il significato. Difficile descrivere il disappunto della traduttrice quando scopre che Fëdor Michajlovič chiama il personaggio femminile in questione paduška, che in russo, come del resto riflette la traduzione italiana, non vuol dire né più né meno che “il cuscino”.
È punto e a capo.
È arrivato il momento di ricorrere alle amicizie latinoamericane: Argentina (niña), Guatemala (muchacha pícara), Venezuela (dove pare sia un tipo di civetta, che questo possa dirci qualcosa?), ma niente, nessuno sembra avere la chiave per risolvere con certezza il mistero. L’unico indizio logico si trova ancora nel buon vecchio dizionario, che definisce pava come “mujer sosa y desgarbada”, donna sciocca e sgarbata.
Ma ci vuole un’amica di Lima per scoprire che pavita ha una specifica accezione limegna, e che anzi si usa solo in certi quartieri e appartiene a un gruppo sociale ristretto. È così che si chiamano tra loro, ancora oggi, certe ragazze della buona società, con status sociale e comportamenti simili a quelli delle cheerleader americane. Forse allora le pavitas non erano altro che delle chicks, delle pollastrelle.

Marianna Scaramucci

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