Diari di traduzione/Morirse de memoria 2

13 luglio 2011

Il più è fatto, la consegna è a fine estate, ma il lavoro è ancora parecchio.

Ripensandoci, credo che uno degli aspetti più impegnativi, e anche più peculiari, del rompecabezas di Monge siano state le ripetizioni di cui l’autore si avvale spessissimo, espressioni che compaiono più volte nel corso dell’intero libro, quasi a scandirne il ritmo, e che bisogna ricordarsi di tradurre sempre allo stesso modo (si merita un’ode la funzione “trova” di Word…): dal protagonista che non fuma da nove mesi o che scuote la testa, dal fischio che sente al bidone arrugginito a cui si appoggia, ogni scelta deve essere mantenuta con estremo rigore ed è difficile da spiegare la soddisfazione che dà sapere con certezza ogni volta come la si è tradotta la volta prima, direi esaltazione quasi…

Il problema delle espressioni ripetute si è presentato già nella prima riga, ma in modo ancora più insidioso. In spagnolo ci sono modi di dire che hanno più significati, più sfumature, come l’espressione tener gracia che apre il libro, e neanche l’autore stesso, a una mia richiesta di precisazione del significato che lui intendeva, me ne ha potuto indicare uno univoco. La nostra conversazione è andata più o meno così: (io) con tener gracia intendi qualcosa di buffo, divertente, strano o piacevole? (lui) intendo tutto, il gioco è con l’indeterminatezza dell’espressione, deve rimanere vaga apposta (io, tra me e me) andiamo bene.

Quindi, tra un’esaltazione e l’altra, grandi dilemmi e piccoli inghippi, sono arrivata alla fine, il testo è quasi pronto, sono alla seconda rilettura, ma posso solo dire che ce ne saranno ancora mooolte…

Chiara Muzzi

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Traduzione di Lorenzo Ribaldi

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