Di bestie e bastardi

Pubblichiamo la postfazione di Maria Fernanda Garbero al libro Di uomini e bestie di Ana Paula Maia.
La traduzione è di Giorgio de Marchis

Perché le bestie uno le marchia
le frusta, le ferra, le ingrassa e le ammazza,
ma con le persone è diverso
E se non la pensi così
Mica posso scusarmi
“Disparada”, Geraldo Vandré e Théo Barros

La vacca morta non può essere salvata.
E neanche lui, che è ancora vivo.
Frammento da Di uomini e bestie

Parlare del bastardo, rendendolo il protagonista delle proprie narrazioni, è la via intrapresa dalla letteratura di Ana Paula Maia. Con uno sguardo attento agli invisibili, a quanti vengono “nessunizzati” e a quelli che, stando alle sue parole, sono dei bruti e si occupano del “lavoro sporco degli altri” (titolo, per inciso, di uno dei suoi romanzi), questa autrice si è lanciata nel mercato editoriale brasiliano con una proposta rischiosa, e perché no, scomoda. In un paese in cui i giornali sono collusi con gli interessi delle classi più agiate, per una serie di implicazioni che caratterizzano la complessa storia delle molteplici specificità brasiliane, Maia mette il dito nella piaga, impedendo che la lettura delle violenze che narra possa in qualche modo cicatrizzare la ferita.
Dilacerante, il confronto con questo scenario inospitale si offre al lettore come l’immagine rovesciata di uno specchio che, per quanto noto, richiede nuove riflessioni. Non sarà, infatti, da una ripresa in diretta, oppure da un reality, che lo sguardo dovrà fare ritorno, ma dall’incontro con personaggi che, privi della benché minima forma di tutela o assistenza da parte dello Stato, sopravvivono grazie alla loro essenza bastarda. È a partire da questa condizione (e servendosi anche degli strumenti per stordire i buoi) che i figli illegittimi di una società intollerante nei confronti della povertà tessono la precarietà di quanti abbattono, sì, gli animali ma ignorano il sapore della carne nei piatti serviti alla loro tavola.
Abbandonati a loro stessi, i personaggi della Maia si muovono in cerchi tarantiniani nel tentativo di contrastare una condizione, la loro, che non offre alcuna via d’uscita. Come parte essenziale di un progetto letterario, poiché le relazioni sociali non contemplano alcuna possibilità affettiva, la bastardaggine si rivela nell’impossibilità di riconoscersi nell’Altro, una volta che le relazioni sociali non contemplano alcuna possibilità affettiva. E, in quanto parte di un tutto, i personaggi di Di uomini e bestie ritornano da altre narrazioni perché, come si legge in uno dei dialoghi tra Edgar Wilson ed Erasmo Wagner, «Qualcuno deve pur fare il lavoro sporco. Il lavoro sporco degli altri. Nessuno vuole fare questo tipo di cose. Per questo Dio mette al mondo persone come me e te.» (Maia, 2016: p. 15). Se per questo tipo di cose la richiesta è grande, “me e te” non può che essere molto più di due.

A proposito di questo recupero, una breve contestualizzazione appare necessaria: con la pubblicazione di Carvão animal (2011), Maia concludeva quella che aveva chiamato “La saga dei bruti”, una trilogia iniziata con i romanzi brevi Entre rinhas de cachorros e porcos abatidos e il già ricordato O trabalho sujo dos outros, in seguito riuniti in un volume pubblicato, nel 2009, dalla casa editrice Rocco. Nella breve presentazione ai lettori del romanzo del 2011, introducendo quest’ultima opera come una proposta di inizio di quanto era già stato narrato in precedenza, la scrittrice spiegò che tra le prime opere e questo romanzo vi era un intervallo di un decennio. I personaggi ora si ripresentavano e facevano mestieri diversi ma l’invito a guardare quanti vengono socialmente cancellati si riaffermava come progetto letterario sin dalla presentazione del libro: «Evidentemente, se ci guardiamo intorno, c’è ancora molto da raccontare. Ci sono ancora molti bruti che possono stupirci.» (Maia, 2011: p. 7). E, visto che la saga non si è conclusa, Maia ora può di nuovo recuperare i suoi bruti e renderli protagonisti delle loro disavventure.
Il romanzo che ora si offre in traduzione al pubblico italiano, riscatta il personaggio che, in un certo senso, era il protagonista della trilogia, Edgar Wilson (riferimento piuttosto chiaro che riecheggia Edgar Allan Poe e il suo racconto William Wilson), investito dalla brutalità di quanti, sin da A guerra dos bastardos (2007), esprimono la propria condizione bastarda. E, sebbene non venga presentato come parte della “saga”, il racconto del 2007 è la base su cui Maia costruirà tutte le opere seguenti. Tutte variazioni su possibili modalità di sopravvivenza in un mondo “cane”, che determinano le azioni dei personaggi del sottosuolo, scaraventati lì dalla forza violenta delle strategie di cancellazione messe in atto dalla società.
In Di uomini e bestie, il ritorno di Edgar Wilson conferma l’implacabilità di quanti nascono senza alternative. Questo personaggio appare per la prima volta nel sesto capitolo della Guerra dos bastardos, come una sorta di “capataz sanguinario” al servizio di un narcotrafficante. Abbandonato sotto un cavalcavia ancora bambino, la condizione di orfano cede il posto alla sua irrevocabile condizione di “bastardo”, espressa nel rifiuto, nell’odio. Nel presentarlo, l’infanzia e l’inizio della vita adulta costituiscono una sorta di bagaglio di esperienze tali da giustificare il suo “ruolo”:

Andai a lavorare come impacchettatore e macinatore di ossa nel mercato del quartiere, dove non facevo che sentire le offese e gli insulti proferiti da Dona Betinha, 65 anni, vedova, senza figli, 38 gatti e due pensioni (…) Dona Betinha ce l’aveva particolarmente con Edgar Wilson. Diceva che era un imbecille, che metteva le lattine d’olio sopra le uova, che con le sue ditacce rovinava i pomodori quando li metteva nelle buste e che non era neanche capace di raccogliere le porcherie lasciate dai maiali per strada. “Non puoi fidarti di qualcuno che neanche i genitori hanno voluto.”

(Maia, 2007: pp. 101-102).

In effetti, più tardi si assiste alla scelta della crudeltà come difesa e, durante le preghiere del Salve Regina trasmesse dalla radio, Edgar Wilson scarnifica Dona Betinha, le cui ossa saranno macinate al suono di Fernando, degli ABBA, sottolineando così la banalità della violenza come strumento di mediazione in relazioni di questo tipo.
Tra la crudeltà e una religiosità dimentica della salvezza, il personaggio che nel 2007 ascolta delle preghiere mentre uccide maiali e si “difende” dalla padrona macinandone le ossa, ora è uno storditore “rispettoso” del proprio ruolo: prima di abbattere le vacche, fa loro il segno della croce e non tollera che muoiano soffrendo. Inversamente proporzionale è, invece, il suo comportamento con i colleghi. A quanti infliggono dolore, Edgar Wilson infligge la sua violenta e inappellabile scelta di annichilimento, come fa con Zeca, rimandando la simbologia religiosa a dopo il colpo letale.
Inserita all’interno di inaccessibili pratiche dell’alterità, l’immagine dell’Altro non si riflette neanche negli spazi che in queste narrazioni traducono il soffocamento. Il fetore dell’immondizia, il fumo del crematorio e la puzza dei mattatoi forniscono elementi neonaturalistici: come conseguenza dei loro duri lavori, gli uomini hanno bisogno di essere molto più che solo forti e resistenti ed è da questa necessità che scaturisce la loro brutalità. E, se l’Altro è qualcuno con cui il dialogo non esula da una dinamica di attacco/minaccia, i personaggi cambiano nome ma continuano a mettere in scena un unico ruolo, variando lungo una stessa scala la dose di bastardaggine inscritta nelle iniziali E.W.: Edgar Wilson (2007, 2009, 2011, 2016), Erasmo Wagner (2009, 2013) ed Ernesto Wesley (2011).
Sempre a proposito dei nomi, il dialogo con la violenta cinematografia di Quentin Tarantino e i riferimenti all’universo pulp spiccano in un intreccio influenzato dal trash e dal clima da far west, come nel caso del richiamo ai fumetti di Bronc Peeler, il cowboy creato dallo statunitense Fred Harman nel 1933, evidente nel personaggio di Bronco Gil. Da questo miscuglio di tragicomico e bang-bang, di agonia e rozzezza, scaturisce il riso e, dallo scherno, il disagio. Lanciata la sfida, il lettore si ritrova con scene rese quotidiane dai giornali sensazionalistici, che con la violenza alimentano il panico contemporaneo. L’assemblaggio delle citazioni si accompagna a una tensione narrativa di matrice dostoievskiana, contribuendo alla carenza di tutto e al completo smarrimento dei personaggi.
Ma di che carenza stiamo parlando? In Di uomini e bestie, come negli altri romanzi, l’assoluta carenza di tutto è la condizione stessa dell’essere al mondo. Edgar Wilson e quanti gli sono affini sin dalle iniziali condividono in questa aporia “lavori sporchi” e totale abbandono. Lavoro e occupazione, dunque, non rappresentando più due facce di una stessa moneta – così come l’Altro non è garanzia di legami affettivi –, tratteggiano il “nessuno”, cosificato in un groviglio di anonime contingenze. Ambivalente, la carenza di tutto svela una sporcizia che è sociale: da un punto di vista tanto simbolico quanto effettivo, il bastardo è figlio di una società che, per quanto intollerante, è comunque sufficientemente perversa da servirsi della sua bastardaggine.
Scoprire la neve o mangiare della carne in forma di hamburger inscatolato, come avviene nei molteplici Edgar Wilson, rispettivamente in A guerra dos bastardos e in Di uomini e bestie, genera uno specchio capovolto in cui si riflette l’immagine del “padrone”, che non si discute e di cui, obbedendo, si eseguono gli ordini. Subalterni, Edgar, Bronco e gli altri storditori rivelano desideri modesti, limitati a una sopravvivenza per mera ostinazione.
Dalla vacca del mattatoio ai maiali in grado di fornire cibo e far sparire i cadaveri, vediamo il confluire di immagini che tratteggiano il bastardo. Registrato all’anagrafe come rifiuto – a differenza, quindi, dell’orfano, che si battezza per pietà e compassione – la deriva è la sua principale condizione nell’incontro con l’Altro. Il fratello (il)legittimo, sperimenta il nulla affettivo che limita il suo posto, precludendogli possibili alleanze o qualsivoglia prospettiva comunitaria. Quandanche si riconoscessero simili nel loro destino, la miserabile condizione dei bastardi li rende, infatti, solitari. Alla fine, “riescono a scamparla” (Maia, 2007) e ci regalano una potente fessura attraverso la quale osservare l’abisso che ci separa da quelli che ci permettono di non sporcarci le mani, consentendoci di non dover rinunciare ai nostri odori piacevoli, ai nostri hamburger succulenti e ai nostri ricordi addormentati. Insonni, la saga è la loro; la critica, invece, è tutta per noi.

Bibliografia
Maia, Ana Paula, A guerra dos bastardos, Rio de Janeiro, Língua Geral, 2007.
Id., O trabalho sujo dos outros, Rio de Janeiro, Record, 2009.
Id., Carvão animal, Rio de Janeiro, Record, 2011.
Id., Di uomini e bestie, Roma, La Nuova Frontiera, 2016 (2013).

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