Dell’impossibilità del narrare, di Luiz Ruffato

Vi proponiamo il testo di una bellissima conferenza dello scrittore brasiliano Luiz Ruffato tenuta a Lione, nel maggio del 2010, in occasione del IV Congresso Mondiale sul Romanzo. Di Luiz Ruffato LaNuovaFrontiera ha pubblicato Sono stato a Lisbona e ho pensato a te e presto pubblicherà un altro romanzo di cui, però, non vogliamo ancora svelarvi il titolo… Intanto godetevi questa interessante riflessione sulla scrittura.

traduzione di Osvaldo Esposito

Vengo dal Brasile, un paese del terzo mondo, alla periferia del capitalismo, una nazione ancorata nella violenza:

violenza contro gli índios, decimati nei primi anni della scoperta;

violenza contro i neri, schiavizzati ed esiliati per sempre;

violenza contro i miserabili europei e giapponesi, che qui approdavano, con un oceano a separarli definitivamente dai loro antenati;

violenza contro gli abitanti del Nordest e di Minas Gerais, mano d’opera economica ammassata in topaie e favelas.

Vengo da São Paulo, il sesto maggiore agglomerato urbano del pianeta, con circa 20 milioni di abitanti. Una metropoli dove

la seconda flotta di elicotteri privati del mondo sorvola autobus, treni e metropolitane che scaricano lavoratori in stazioni gremite di gente;

narcotrafficanti ricchi nelle loro ville leggono sui giornali notizie su narcotrafficanti poveri braccati dalla polizia corrotta e violenta;

politici rubano a livello comunale, statale e federale;

le vetrine dei ristoranti eleganti riflettono gli affamati e gli straccioni;

fiumi marciscono in fogne, fango, veleno;

favelas cingono edifici futuristici;

università d’eccellenza nutrono la prossima élite politica ed economica, mentre in periferia scuole con professori poco remunerati, poco preparati e poco protetti producono i nuovi dipendenti;

la più avanzata tecnologia medica dell’America Latina assiste, impassibile, al passaggio dei condannati a morte: uomini vittime della violenza, donne vittime di complicazioni di parto, uomini e donne vittime della tubercolosi, bambini vittime della diarrea;

muri nascondono la misera vita che scorre là fuori.

E São Paulo è questo, una terra promessa concimata con il sudore indigeno, nero, meticcio, immigrato – più di metà della popolazione ha un cognome italiano e discendenti di portoghesi, spagnoli, arabi, ebrei, armeni, lituani, giapponesi, cinesi, coreani, boliviani e di più di cinquanta altre nazionalità si sparpagliano per viali, strade e vicoli.

Come rendere il caos di questa città nelle pagine di un libro?

Penso che il narratore dovrebbe essere una specie di scienziato che osserva la Natura per cercare di comprendere il meccanismo di funzionamento dell’Universo. Ogni passo nel cammino di tale conoscenza porta a cambiamenti significativi nella sua concezione del mondo e, quindi, a un’immediata necessità di elaborare nuovi strumenti per continuare la ricerca.

L’oggetto di studio del romanziere è l’Essere Umano immerso nel Mondo. E come la Natura, l’Essere Umano rimane imperscrutabile – quello che abbiamo sono descrizioni, più o meno felici, della vita in determinati periodi storici. Come lo scienziato, il narratore, nella misura in cui cambiano le condizioni oggettive, sente il bisogno di creare strumenti di indagine per avvicinarsi alla natura umana, spesso accogliendo progressi in altre aree della conoscenza.

Noi, eredi e debitori del XX secolo, abbiamo vissuto sulla nostra pelle enormi cambiamenti: Einstein e Heisenberg hanno decostruito la nostra considerazione del tempo e dello spazio; Freud e Lacan hanno messo a soqquadro la nostra autopercezione; Marx e Ford hanno fatto deflagrare le fondamenta dell’antico mondo del lavoro, incidendo direttamente sul nostro quotidiano; il nazismo ci ha restituiti alla nostra barbarie; Baudelaire e Poe, via Benjamin, ci hanno presentato l’uomo nella folla –  e sono poi arrivati Kafka, Proust, Pirandello, Joyce, Faulkner, Breton, il noveau roman, l’Oulipo… Ora il XXI secolo ci svela le nostre incertezze: la teoria delle superstringhe, la neuroscienza, la robotica industriale, internet, le megalopoli…

Bene, se gli avvenimenti esterni possono modificare la nostra costituzione come esseri umani (per esempio, il precariato che scuote le nostre sicurezze psicologiche), allora dobbiamo riconoscere che siamo costretti a ideare nuove forme per comprenderci immersi in questo mondo colmo di molteplici significati. Continuare a pensare il romanzo come un’azione che si svolge in uno spazio e in un determinato tempo, e che ha la pretesa di essere il resoconto autentico di esperienze individuali vere, diventa, quanto meno, anacronistico.

Dunque, vediamo. La disuguaglianza economica, che contamina e necrotizza il tessuto sociale, interferisce nella stessa natura umana. Il tempo e lo spazio, ad esempio, sono assorbiti in modo diverso se abbiamo a che fare con qualcuno che vive tra le comodità di una villa in un quartiere ricco oppure tra le pestilenziali emanazioni delle fogne di una favela. Perché il tempo è elastico per alcuni – che dispongono di veicoli che si muovono velocemente su strade e viali – e per altri il tempo è compresso in vagoni di treni gremiti di gente, oppure semistatico negli interminabili ingorghi. E se lo spazio di alcuni è infinito, dato che mete lontane come gli Stati Uniti o l’Europa si raggiungono in poche ore, per altri è appena il luogo che occupa il loro corpo.

Inoltre, quando una persona abbandona la sua terra natale – e questa è sempre una decisione estrema, presa quando ormai non restano altre opzioni –, questa persona è costretta ad abbandonare non solo la lingua, i costumi, i paesaggi, ma soprattutto le ossa dei suoi cari, ossia, il segno che gli indica che appartiene a un luogo, a una famiglia, che possiede, insomma, un passato. Una volta stabilitosi in un altro luogo, l’immigrato deve inventarsi dal nulla, inaugurandosi giorno dopo giorno.

Come costruire delle narrazioni di carattere biografico se abbiamo a che fare con personaggi senza storia?

Questi i dilemmi con cui mi sono dovuto confrontare quando mi sono messo a pensare come trasformare la città di São Paulo in uno spazio narrativo, come trasportare nelle pagine di un libro tutta la sua complessità. Mi sono ricordato allora di un’istallazione esposta, nel 1996, alla Biennale Internazionale delle Arti di São Paulo (“Riti di passaggio”, di Roberto Evangelista): centinaia di scarpe usate, maschili e femminili, di adulti e bambini, scarpe da ginnastica e mocassini, infradito e pantofole, scarponi e sandali, scarpine da bebè e stivali, caoticamente ammucchiate in un angolo… Ciascuna aveva impressa la storia dei piedi che l’avevano usata ed era impregnata della sporcizia delle strade percorse.

A partire da questa illuminazione, ho capito che invece di cercare di organizzare il caos – che il romanzo tradizionale più o meno rende comprensibile – dovevo semplicemente incorporarlo nel procedimento narrativo: esporre il mio corpo agli odori, alle voci, ai colori, ai sapori, agli spintoni della megalopoli, trasformare le sensazioni collettive in memoria individuale.

Osservare le fermate degli autobus e le veglie funebri, i luoghi dove erano state fatte delle carneficine e i supermercati, le chiese evangeliche e i palazzi popolari, le favelas e le prigioni, gli ospedali e i bar, gli stadi di calcio e le palestre di boxe, le ville e gli alberghi, le fabbriche e i negozi, centri commerciali e le scuole, i ristoranti e i motel, i chioschi e i treni…

Raccogliere dalla spazzatura i libri e gli elettrodomestici, i giocattoli e i menù, i santini e i calendari, i giornali vecchi e le vecchie fotografie, le inserzioni sentimentali e quelle che propongono soluzioni per problemi finanziari…

Capire che il tempo a São Paulo non è progressivo e sequenziale, ma consecutivo e simultaneo.

Accettare la frammentazione come tecnica (le singole storie che compongono la Storia) e la precarietà come sintomo – la precaria architettura del romanzo, la precaria architettura dello spazio urbano.

La violenza dell’invisibilità, la violenza della non appartenenza, la violenza di chi si deve costruire una soggettività in un mondo che ci vuole uniformemente anonimi.

L’impossibilità di narrare: quaderni scolastici, programmi radiofonici, dialoghi ascoltati di sfuggita, romanzi gialli, racconti, poesie, notizie di giornali, annunci, descrizioni insipide, risorse di alta tecnologia (messaggi sul cellulare, pagine internet), omelie, adesivi, lettere… Tutto: cinema, televisione, letteratura, arti plastiche, musica, teatro… Un’ “istallazione letteraria”…

E il linguaggio accompagna questa turbolenza – non la composizione, ma la decomposizione.

La città – cicatrici che mappano il mio corpo.

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1 Comment Dell’impossibilità del narrare, di Luiz Ruffato

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