Dalla cecità collettiva all’apatia, Mia Couto (seconda parte)

Ecco la seconda parte della conferenza con cui lo scrittore mozambicano Mia Couto ha inaugurato l’anno accademico  all’Università “Eduardo Mondlane” di Maputo. Buona lettura. 

Traduzione di Maria Serena Felici

Ho abbozzato un elenco dei fenomeni sociali che sono diventati invisibili in Mozambico. Siccome è molto lungo, ne citerò solo alcuni.

La violenza contro i più deboli

La violenza è il primo di questi fenomeni. Diciamo così spesso di essere un popolo pacifico, ed è vero; ma tutti i popoli del mondo sono pacifici per natura: è la storia che fa la differenza. In questi termini, se è vero che siamo pacifici, è altrettanto vero che abbiamo fatto una guerra civile che ha ucciso più di un milione di persone. Quella guerra è finita nel 1992, e forse questa è la data più importante della nostra storia recente, dopo l’Indipendenza. Ma la fine dei conflitti armati non ha impedito che continuassero altre guerre minori, invisibili ma spietate.

Oggigiorno siamo una società in guerra contro se stessa, e le vittime di questa guerra sono sempre i più deboli: siamo in guerra contro le donne, i bambini, i vecchi, siamo in guerra contro i poveri, contro quelli che non hanno nessun potere. Siamo una società accecata dal Potere. Chi non ha il potere è come chi sta sul cassone del furgone: non esiste. Vediamo tutto secondo una prospettiva politica, ove il più piccolo dettaglio è un messaggio in codice, uno stabilirsi di gerarchie: chi arriva per primo alla riunione, dove si siede, chi non va alla cerimonia, quale macchina ha, da chi è accompagnato, sono tutti segnali di potere. Per strada a me capita di essere chiamato “signore”, “capo”, perché il colore della mia pelle mi conferisce potere. Un giorno volevo comprare una macchina, ne avevo scelta una, ma il venditore si è opposto, dicendo: “Lasci che gliene trovi io una adatta al suo status”.

Siamo in guerra con noi stessi e curiosamente le principali vittime di questa guerra sono una maggioranza: le donne. In Mozambico le donne sono circa un milione in più degli uomini. Ma gli uomini danno pochissima importanza a questo dato di fatto. Loro sono i capi, i padroni, e considerano le donne una loro proprietà privata. Queste, d’altra parte, ancora sembra che chiedano il permesso di esistere. La maggior parte delle donne che subiscono violenze da parte dei propri mariti sostiene che ciò sia lecito. Lo trovano normale, naturale. Essere aggredite fa parte del loro destino, della condizione femminile.

Vi cito tre episodi apparsi sulle pagine dei giornali nelle ultime settimane:

A Cabo Delgado diciassette uomini hanno violentato una donna che si era permessa di entrare nell’accampamento dove si stavano svolgendo i riti d’iniziazione. Da parte delle autorità c’è stato un inaccettabile  silenzio, ed è stato necessario l’intervento delle ONG per avere delle risposte, peraltro minime.

A Manica due giovani hanno stuprato una donna al settimo mese di gravidanza.

A Tete, in pieno giorno, un uomo è piombato in casa, ha ucciso il figlio di due mesi e accoltellato la moglie che aveva rifiutato un rapporto sessuale con lui. Il giornalista che ha intervistato l’uomo sembrava quasi giustificarlo: “Doveva essere un bisogno proprio impellente, vero?”

Si parla spesso delle violenze che avvengono in strada, eppure quelle domestiche sono ancora più frequenti. È più probabile che una bambina venga aggredita e molestata dai propri familiari che non dagli estranei. E ciò non riguarda solo il Mozambico, ma il mondo intero. Le statistiche parlano chiaro: il 70% circa degli stupri avviene tra le mura domestiche. Tra le donne uccise, più del 60% sono assassinate da compagni o ex. In tutto il mondo, una donna su tre è stata aggredita o violentata. Dunque quello della violenza non è un problema prettamente mozambicano; tuttavia da noi acquista una gravità accentuata dal fatto che la violenza viene in qualche modo legittimata adducendo motivazioni cosiddette culturali. Come siamo bravi a banalizzare… È ancora diffusa l’idea secondo cui la donna è colpevole perché provocante, e ancora riteniamo che la denuncia spetti alle ONG, non a noi. Ci scrolliamo di dosso le responsabilità. Le donne pensano che il problema riguardi sempre gli altri; gli uomini, pur avendo madri, sorelle e figlie, non si ritengono chiamati in causa.

Un’altra guerra: le vedove

Vi consiglio di leggere “Le vedove della mia terra”, di Fabrício Sabat, per avere un’idea del crimine che quotidianamente viene commesso contro donne che vivono una fase così drammatica della loro vita. In tale momento di estrema fragilità vengono prese d’assalto dai loro stessi parenti, che tolgono loro i figli, i mezzi per vivere, la pace.

Le donne anziane

Accusate di stregoneria, dopo aver perso la possibilità di vivere un’infanzia e una giovinezza normali, si vedono sottrarre anche il dono di una vecchiaia serena da poter trascorrere in compagnia dei nipoti e dei ricordi. È assai lontana l’immagine dell’Africa che rispetta e venera gli anziani.

Guerra contro gay e lesbiche

Il Mozambico non è tra i Paesi africani più intolleranti; ce ne sono alcuni le cui leggi stabiliscono che basta avere propensioni omosessuali per essere colpevoli. Ad ogni modo anche nel nostro Paese c’è molta intolleranza.

Casi di malati di mente

Ci preoccupiamo tanto per le malattie virali che dimentichiamo che non è solo l’AIDS la piaga sociale africana: anche le malattie mentali lo sono, sebbene meno conclamate. Non credo che esistano statistiche che parlino di una prevalenza delle malattie mentali in Mozambico. Ma la media in Africa è pari al 14% della popolazione.

Gli albini

Vi racconto un episodio realmente accaduto che riguarda un muratore venuto a casa mia per un lavoro. Un giorno, una ragazza albina bussò alla mia porta per chiedere un po’ d’acqua. L’operaio, che chiamerò convenzionalmente Fabião, scese dalla scala su cui stava lavorando per dirmi: “È meglio non dargliene, o al massimo metterla in un bicchiere da gettare subito dopo”. Gli domandai il perché e quello rispose: “Quella è una tjidajna, non si sa mai…” e si mise a snocciolare le solite leggende e superstizioni contro gli albini. Concluse dicendo: “Fortunatamente nella mia famiglia non abbiamo casi simili”.

A distanza di anni, la settimana scorsa lo stesso Fabião mi ha telefonato per chiedermi se era possibile entrare senza invito all’esposizione “Figli della luna” allestita nella fortezza di Maputo: aveva sentito alla radio che ci sarebbe stata quella mostra sugli albini e ci voleva portare la figlia. “Sa, lei è albina”, aveva spiegato. Fabião non avrebbe mai immaginato di diventare padre di una tjidjana. Ma così è successo. E ora, per amore di questa bambina, vuole combattere insieme a lei quegli stessi pregiudizi che prima sosteneva. Ho chiamato Fabião e gli ho regalato due dischi per la bambina: uno di Salif Keita, l’altro del mozambicano Aly Fake[1]. Gli ho detto: “Questi sono i migliori bicchieri d’acqua. Rinfrescano l’anima”.

A volte pensiamo che tutte queste “diversità” appartengano agli altri. Invece la “diversità” è insita in ciascuno di noi. Un mozambicano su trentacinque è portatore del gene dell’albinismo. In altre parole, un mozambicano su trentacinque potrebbe generare figli albini. E la cosa sfugge a qualsiasi previsione.

Guerra contro i morti

Finora ho parlato di donne, bambini, anziani: insomma, persone vive. Purtroppo, però,  la nostra società in guerra non risparmia ormai neanche i suoi stessi morti. Questo è il sintomo più grave della nostra “patologia sociale”: siamo capaci di maltrattare persino i defunti. Ciò che avviene nei cimiteri di questo Paese è un attentato contro i principi morali più basilari: le famiglie seppelliscono i loro cari, e sono costrette a togliere loro qualsiasi oggetto di valore, per paura che la tomba sia profanata e il cadavere spogliato. Persino i vasi dei fiori vengono scheggiati prima di deporli sulla tomba per evitare che qualcuno li rubi e li rivenda. Non contente di derubare i vivi, alcune gangs si sono specializzate nelle rapine contro i morti. Neanche dopo l’ultimo respiro possiamo considerarci liberi dai ladri.

Amici miei,

come ho già detto, siamo in guerra contro noi stessi. E questa guerra interna è composta da due tipi di violenza: la violenza di chi attacca, e la violenza di chi tace. Marthin Luther King disse: “quello che mi spaventa non è la violenza dei potenti, ma il silenzio degli onesti”.

La lista delle nostre guerre interne è molto lunga e comprende tanti ambiti. Gli esempi che ho scelto dimostrano che non siamo affatto la società pacifica che diciamo di essere. C’è tanta strada da fare prima di raggiungere questo obiettivo, un cammino innanzi tutto interiore che si realizzerà solo se voi saprete “vedere” e non accettare. Tutto quanto detto finora si può ben riassumere in due brevi testi di due autori tedeschi. Il primo è una parabola, e dice:

“Un giorno venne qualcuno e portò via il mio vicino, che era ebreo. Non essendo ebreo, non me ne curai. Il giorno dopo, vennero e portarono via un altro mio vicino, che era comunista. Non essendo comunista, non me ne curai. Il terzo giorno vennero e portarono via il mio vicino cattolico. Non essendo cattolico, non me ne curai. Il quarto giorno, vennero e portarono via me. Solo che ormai non c’era più nessuno che potesse difendermi”.

Il secondo testo è un vero e proprio appello in versi, che porta la firma del drammaturgo Bertolt Brecht:

“E – vi preghiamo – quello che succede ogni giorno, non trovatelo naturale. Di nulla sia detto: è naturale in questi tempi di sanguinoso smarrimento, ordinato disordine, pianificato arbitrio, disumana umanità, così che nulla valga come cosa immutabile”.

Amici cari,

questi nostri tempi sono in guerra anche contro i giovani. Si preannunciano giorni difficili, e non solo in Mozambico. Si preannuncia grigio il futuro, dove sembra esserci posto solo per alcuni. Il messaggio che passa è che conviene farci la guerra gli uni contro gli altri, per vedere chi è il più forte. Ma forse sarà possibile creare un altro futuro, più accogliente.

Sarete accerchiati. Da forze politiche che mirano solo al Potere individuale, e non alla risoluzione dei problemi che affliggono la società. Forze che si ricordano dei giovani solo quando c’è qualche voto da raccattare. Forze che magari parlano ai giovani, ma mai con i giovani.

E i giovani siete voi. Ma la gioventù è una condizione intrinseca, naturale: oltre che giovani, siate diversi. Portate in questo nostro tempo qualcosa di inatteso, di nuovo, di concreto per la nostra storia.

Si sta formando una nuova classe politica in Mozambico: la classe dei pappagalli, che ripetono pedissequamente i discorsi dei leader. La maggior parte sono giovani, ma solo anagraficamente; sono vecchi  dentro, e parlano del futuro con ottimismo perché guardano al Paese come gli uccelli guardano alla propria gabbia. Ma il futuro di una nazione non si costruisce senza audacia, vitalità e infinito rispetto verso il prossimo.

Restiamo sempre in attesa che il governo prenda provvedimenti. Abbiamo paura di esporci, lo troviamo rischioso. Non ci attiviamo perché diciamo che mancano i mezzi, i soldi, l’autorizzazione da parte dei superiori. Ma esistono lezioni di vita che, nel loro piccolo, possono far breccia nel cuore e nella mente di qualcuno per sempre: quel maestro che lesse il tema sulle mani callose della madre non poteva immaginare che il suo gesto avrebbe lasciato un segno profondo nella vita di uno dei suoi alunni; il poeta William Henley non poteva immaginare che alcuni suoi versi sarebbero stati, a distanza di un secolo, il bastone in grado di sorreggere un uomo africano in un cammino che lo avrebbe portato a cambiare il destino di milioni di persone.

Facciamo la nostra parte, non perché si debbano trattare iniziative grandiose, ma perché, come dice la poesia, vogliamo essere padroni del nostro destino e timonieri della nostra anima universale”.


[1] Due cantanti africani albini.

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