Dalla cecità collettiva all’apatia, Mia Couto (prima parte)

Probabilmente molti dei nostri lettori, in questo momento, sono impegnati con gli esami di maturità e con i vari esami universitari. Dedichiamo a loro il testo della conferenza con cui lo scrittore mozambicano Mia Couto ha inaugurato l’anno accademico  all’Università “Eduardo Mondlane” di Maputo. Buona lettura e in bocca al lupo!

Traduzione di Maria Serena Felici

Vorrei innanzi tutto rendere omaggio agli insegnanti.

Per anni e anni  sono stato insegnante. E quando dico questo provo un’emozione fortissima. Non so se esista una professione più nobile di quella dell’insegnante; e dico insegnante perché c’è una bella differenza tra insegnare e trasmettere nozioni. L’insegnante che merita veramente il nome di maestro è colui che insegna.

Gli insegnanti che più hanno lasciato il segno nella mia vita sono stati quelli che andavano ben al di là delle semplici materie scolastiche. Non dimenticherò mai un  maestro delle elementari che un giorno ci lesse, visibilmente emozionato, un suo testo. Sin da quando ci comunicò questa intenzione rimanemmo stupiti: di solito eravamo noi alunni a scrivere temi e a leggerli poi ad alta voce affinché lui li correggesse. Com’era possibile che quell’uomo si prestasse a quell’inversione di ruoli? Com’era possibile che accettasse di fare qualcosa che di norma fa solo chi sta imparando?

Lo ricordo come se fosse ieri: il maestro era un uomo molto alto e magro e, quel giorno, salì sulla predella tenendo tra le mani tremanti un quaderno. Era come se si fosse improvvisamente trasformato in un bambino spaurito durante un’interrogazione. Sembrava l’albero maestro di una nave, solitario e in balia delle intemperie. Solo la sua passione avrebbe potuto soccorrerlo.

Quando poi annunciò il titolo del tema, il nostro stupore giunse al culmine per quanto era semplice, quasi infantile: il maestro ci avrebbe parlato delle mani di sua madre. Eravamo bambini e ci sembrava così strano che un adulto, tanto più un maestro, condividesse con noi quel tipo di sentimento… Quando poi iniziò a leggere, lo stupore lasciò il posto a qualcosa di più grande: parlava di sua madre come io avrei potuto parlare della mia. Anch’io avevo conosciuto quelle stesse mani  segnate dal lavoro, raggrinzite per la durezza della vita, che mai avevano sperimentato il balsamo d’un cosmetico. Il testo non si chiudeva con artifici letterari. Terminava semplicemente così, lo cito a memoria: “Vorrei dirti questo, mamma: dirti che sono orgoglioso delle tue mani incallite, e vorrei dirtelo adesso che posso solo ricordare la dolcezza dei tuoi gesti per sempre.

C’era qualcosa di  profondamente autentico in quel testo, che lo rendeva diverso da quelli del nostro libro di scuola. Perché non allegava una morale edificante, proclamata come una rivelazione sacra, esibita come uno stendardo. Quel momento non fu una lezione qualunque, fu un’esperienza di vita che interiorizzammo come avviene con le esperienze più significative: si impara senza rendersi conto che si sta imparando. Ricordo questo episodio come un omaggio a tutti gli insegnanti, a questi lavoratori pieni di zelo che ogni giorno si adoperano tanto per il futuro del nostro Paese.

Ho cominciato dagli insegnanti, e forse può sembrare che stia dimenticando gli alunni, o che li voglia mettere in secondo piano. Ma non è così.

Siamo tutti insegnanti, seppure inconsapevolmente. Per gli altri, per i nostri genitori, per gli amici, per noi stessi, con esempi buoni o cattivi, con esperienze tristi o piacevoli, tutti siamo insegnanti. Uno dei più grandi insegnanti del nostro tempo è un uomo che non si è mai seduto in cattedra. Un uomo che ci ha insegnato ad essere più umani, un uomo che ha insegnato ad avere speranza in un mondo disperato. Questo maestro di tutta l’umanità, di ogni razza e religione, è un africano e si chiama Nelson Mandela. La sua vita è stata un continuo insegnamento. Mandela è oggi un simbolo mondiale non solo perché, come politico, ha restituito dignità alla politica, ma anche perché ha restituito dignità a noi tutti esseri umani.

Lasciate che parli un po’ di Mandela. Quest’uomo, oggi ammalato e affaticato, ha trascorso ventisette anni in carcere. Ventisette anni significa più dell’intera vita della maggior parte delle persone qui presenti. In ventisette anni di prigione possono nascere rabbia, odio e insuperabili rancori; e invece lui ha trasformato questa potenziale negatività in una straordinaria forza costruttiva e riconciliatrice. Un grande stimolo gli venne da una poesia che si intitola “Invictus”, che ora leggerò.

 

     Invictus

     Dal profondo della notte che mi avvolge,

     Nera come il pozzo senza fondo che va da un polo all’altro,

     Ringrazio qualunque dio possa esistere

     Per la mia anima indomabile.

 

     Nella stretta morsa delle circostanze

     Non mi sono tirato indietro né ho gridato

     Sotto i colpi avversi della sorte

     Il mio capo sanguina, ma non si china.

 

     Oltre questo luogo di rabbia e lacrime

     Incombe solo l’orrore dell’ombra

     Eppure, la minaccia degli anni

     Mi trova, e mi troverà, senza paura.

 

Questi versi, cari amici, sono stati il supporto morale che ha dato la forza a Nelson Mandela. Molte volte il detenuto 46664 della prigione di Robben Island li ha ricordati per non soccombere. In qualità di poeta e scrittore, mi dà una grande gioia sapere che la poesia ha questo potere. Una piccola curiosità a proposito di questa poesia: in realtà, fu scritta nel 1875 e il suo autore non solo non era sudafricano, ma non era neanche africano. Si chiamava William Ernest Henley ed era inglese. Questi versi hanno viaggiato attraverso i secoli e i continenti, e hanno illuminato le speranze di un uomo che, invece di compiangersi e cercare vendetta, ci ha offerto un’intramontabile lezione di fiducia nel prossimo.

Mi sono soffermato su questi episodi perché siamo alla Facoltà d’Arte e Comunicazione e io sono convinto che l’arte e i mezzi di comunicazione possano essere importanti tanto quanto la politica per il rinnovamento culturale. Mandela, in un Paese come il suo, così diviso dai pregiudizi, ha fatto della politica uno strumento di verità e riconciliazione. E probabilmente la cultura è il più potente e duraturo veicolo di giustizia sociale. In Africa questo è evidentissimo. Solo un esempio: da cinquant’anni a questa parte, e cioè dalle prime indipendenze, nel nostro continente si sono succeduti più di 210 presidenti. Ora io vi chiedo: citatemene dieci, solo dieci, che si siano distinti per le loro qualità umane. Sarà un’impresa ardua. È molto più facile elencare artisti e intellettuali degni di memoria. Per questo la figura di Mandela è così importante per noi africani: possiamo non ricordare molti politici importanti, ma il nome di Mandela è sufficiente per colmare questo vuoto e restituirci l’orgoglio di essere ciò che siamo.

Cari amici, passerò ora al tema centrale di questa conferenza.

Ogni giorno, centinaia di furgoni a cassone aperto transitano per le vie di Maputo, città che poco ricorda il motto che la vuole “bella, fiorente, pulita, sicura e solidale”. Ciascuno di questi furgoni circola zeppo di persone stipate l’una contro l’altra, in un equilibrio insicuro e precario. Quello dovrebbe essere un mezzo di trasporto. Ma non lo è. È un crimine ambulante. È un attentato contro la dignità, una bomba a orologeria contro la vita umana. In nessun  Paese del mondo sarebbe tollerata una cosa simile. Gli animali, le bestie si trasportano così, non le persone. Il problema è che per molti di noi questi attentati contro il rispetto e la dignità ormai sono entrati a far parte della normalità. Li troviamo ingiusti, ma accettiamo che si tratti di mali necessari data la mancanza di alternative. L’abitudine a ciò che è inammissibile genera un rischio: a poco a poco, quello che prima appariva ingiusto finisce per sembrare normale. E la momentanea rassegnazione si trasforma in accettazione definitiva. Prima o poi finiamo col dire: “Siamo fatti così, noi mozambicani”. Così dicendo, ammettiamo di essere limitati, incapaci e indegni di rispetto.

Quella dei furgoni non è che un’immagine esemplare del processo che io chiamo “causare l’inevitabile”. È semplice: a poco a poco, i passeggeri del furgone non vengono più notati. In una società come la nostra contavano già poco, gente povera, senza volto, gente che non appare in TV o sui giornali. Apparirà sui giornali quando il furgone si ribalterà: ma non avrà una voce, né un nome. Sarà un semplice numero usato per contare morti e feriti. In compenso, altre cose hanno guadagnato visibilità nel nostro Paese: ad esempio le auto di lusso, ostentate da una ristretta minoranza, quelle che ci fermiamo a guardare per strada, mentre ignoriamo i furgoni dei poveri mortali.

Ciò di cui volevo parlare oggi è questo meccanismo che banalizza l’ingiustizia e rende invisibile la miseria materiale e morale. Questa assuefazione non fa altro che perpetuare la povertà e paralizzare la storia. Usciamo di casa tutti i giorni per produrre ricchezza eppure ritorniamo più poveri di prima, più stanchi, senza idee, senza speranza. A forza di lasciarci banalizzare dagli altri finiamo per banalizzare noi stessi la nostra vita.

Stiamo vivendo una sorta di “formattazione” mentale e morale. Il messaggio che ci vogliono trasmettere è che la nostra “malattia sociale” è incurabile, e che non ci resta che vivere di stenti o espedienti.

Un giorno è venuto a trovarmi un amico scrittore dalla Nigeria. Ha visitato alcune città del Mozambico e mi ha telefonato da Pemba. La prima cosa che mi ha detto è stata: “Non ci posso credere! Voi avete distributori di benzina che funzionano!” Un tale stupore mi ha meravigliato, soprattutto perché a parlare era un nigeriano, il cui Paese è il maggiore produttore africano di petrolio. Solo più tardi ho capito. È che le città nigeriane, dopo cinquant’anni di esportazioni di greggio, non possiedono quello che per noi è normalissimo: pompe di benzina che vendano benzina. I distributori sono quasi tutti chiusi e la benzina è venduta in bottiglie e taniche nei parchi pubblici. Per alcuni questo è normale in Africa; e invece non lo è. Il fatto è che il governo ha stanziato dei fondi per calmierare il prezzo dei carburanti, ma a guadagnarci non sono stati i più bisognosi: è stata una parte dell’élite nigeriana che si è impossessata dei circuiti formali, indirizzando verso quelli informali la distribuzione della benzina. Per l’ennesima volta, dunque, i ricchi sono diventati ancora più ricchi. Ma il punto qui non è la politica. Il punto è che il cittadino nigeriano quel sistema di vendita, come il dumba-nengue [1], lo considera normale. Vedere distributori di benzina che funzionano normalmente in un Paese molto più povero come il Mozambico, per il mio amico è stata una grande sorpresa. Io sento dire da molti africani che il mercato nero è l’unico modo per commerciare in Africa, ma non è così. L’economia stile dumba-nengue è una strategia inventata per sfuggire alle imposte e alla burocrazia. Quando il mio amico nigeriano è tornato a Maputo mi ha detto: “La mia sorpresa non derivava tanto da quello che avevo visto in Mozambico, quanto da quello che non notavo in Nigeria”.

Il principale alleato dei tiranni è la cultura dell’accettazione. Alcuni di voi sapranno che io sono stato uno degli autori dell’inno nazionale: ebbene, quando abbiamo sottoposto l’inno all’approvazione del Parlamento, non avremmo mai immaginato che alcuni deputati avrebbero storto la bocca dinanzi al passo che dice Nessun tiranno ci renderà schiavi. È ovvio che quel verso non si riferisce al presente, ma un inno nazionale non si cambia da un giorno all’altro, e chi può dire che in futuro non spunti un possibile tiranno nella storia del nostro Paese? Il modo migliore per prevenire questo rischio non è solo consolidare la democrazia in politica. È investire in una cultura vitale, in un progetto rivolto al futuro dei cittadini. Ciò di cui voglio parlare qui, in una Facoltà umanistica, è della dimensione culturale delle nostre piccole e grandi miserie.

Il ricorso alla cosiddetta “africanità” è una delle trappole più usate dai tiranni. Nel Malawi alcune donne sono state picchiate e i loro abiti strappati perché indossavano pantaloni: “Una donna con i pantaloni non è africana” è stata la motivazione addotta dagli aggressori. In nome dell’Africa sono state aggredite e uccise persone solo perché omosessuali; in nome della “purezza” africana si continua a impedire che le bambine proseguano gli studi, perché di sesso femminile. In nome dell’Africa si commettono i peggiori crimini contro l’Africa. È senz’altro vero che il nostro continente ha un passato e delle tradizioni molto antiche; ma ha anche un presente che richiede cambiamenti. Come tutti i continenti, del resto.

Le dinamiche evolutive si devono confrontare con un’identità fatta di passato e tradizione. Tutto questo si ricollega al “creare l’inevitabile” di cui sopra, quel meccanismo che ci porta ad assuefarci al male e a non vederlo più. L’assuefazione assume vari aspetti; sappiamo che la tal cosa è ingiusta, ma non facciamo niente, perché abbiamo paura, o perché pensiamo che non ci riguardi in prima persona, o magari perché facciamo i nostri interessi: meglio tacere e non inimicarsi nessuno. Meglio guadagnarsi qualche magro favore in cambio del nostro silenzio e della nostra complicità.

Questo “bendarsi gli occhi” è ben rappresentato da José Saramago nel romanzo che, non a caso, si intitola Cecità: siamo ciechi, non perché realmente affetti da una malattia, ma perché abbiamo smesso di vedere, abbiamo smesso di voler vedere. E non vediamo più neppure noi stessi. In fondo è questo il naturale epilogo di un processo di alienazione: si diventa ciechi. E chi non vede accetta che siano gli altri a dirgli com’è il mondo.

… continua…


[1] Mercato ambulante spontaneo.

 

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