Continuiamo a lavorare, di Claudio Zeiger

Come era stato già annunciato, Papeles de Trabajo II, continua il progetto, che si concluderà con un terzo volume di poesie e saggi, di pubblicare le bozze inedite di Juan José Saer. In questo caso, il lettore può avvicinarsi al periodo più fertile dell’opera dello scrittore, che va dalla fine degli anni sessanta, quando si trasferisce a Parigi, fino alla morte, nel 2005, quando lascia incompiuto il monumentale romanzo La Grande. Probabilmente, la cosa più importante di questi scritti risiede nella possibilità di assistere al dialogo interiore di uno scrittore che si è dato anima e corpo alla passione per la letteratura.
C’è sempre un che di ambiguo intorno a uno scrittore che sostiene o confessa di scrivere per se stesso. Lo sosteneva Onetti, che lo accettava come parte del gioco, quel suo gioco da uomo appartato, eterno solitario nascosto dietro al fumo. Bisogna giungere a un punto ben preciso della relazione con la letteratura per capire veramente il senso di questo tipo di dichiarazioni e andare oltre a ciò che di artefatto o sprezzante vi può essere in quell’entità schiva e talvolta temibile conosciuta con il nome di “pubblico”. Se non si scrive per se stessi, per chi si scrive? Per i lettori? E chi sarebbero? Perché non sono presenti in quel momento di grande solitudine che è il processo di scrittura? Quando poi comprano i libri o li leggono diventando in questo modo pubblico, esistono veramente per lo scrittore? È lo scrittore che fornisce finzioni letterarie e idee per i lettori o devono essere i lettori ad andare incontro a un autore, scoprirlo e, in certo qual modo, rispettarlo ciecamente?
Su questi interrogativi, e sulle loro più che ambigue risposte, è possibile riflettere al momento di confrontarsi – ancora una volta – con i fogli di lavoro di Juan José Saer: Papeles de trabajo II. E non perché, come appare ovvio, rappresentano una sorta di scrittura privata, di documenti e testimonianze che non cercavano l’accesso alla sfera pubblica della lettura. Queste domande apparterrebbero semmai a una sorta di metalinguaggio, “una filosofia della letteratura” (da non confondere con una letteratura filosofica), che Saer ha perseguito in tutta la sua vita di narratore, poeta e saggista, sin da molto giovane ma, specialmente, nella sua maturità. Questa filosofia della letteratura consisterebbe in un’indagine che non disdegna, come Balzac e Dostoevskij, una forte supremazia dell’intuizione, radicata in un aspetto fisico della narrazione, in qualcosa di essenziale nella poesia e nella percezione posta al di sopra della descrizione. Una primordiale intuizione. L’intuizione che un uomo che si alza dal letto ed esce per strada al mattino quell’uomo arriva, in realtà, da molto più lontano che dal suo letto.
La messa in atto di questa intuizione primordiale è qualcosa di familiare per qualsiasi lettore, più o meno attento, di Saer. La sorpresa di questi fogli di lavoro risiede, in ogni caso, nella persistenza reale di queste convinzioni, di queste riflessioni e di questi interessi dello scrittore.
Saer a un certo punto annota che i suoi affetti più cari e la sua poetica sono le uniche cose che gli importino davvero. Questo può apparire come qualcosa di limitato, di egoista, in realtà è qualcosa di molto profondo. Un amico, un libro, un personaggio si trovano nella stessa condizione di parità sia al momento di buttare giù degli appunti, sia al momento di scrivere un vero e proprio romanzo.
Se Papeles de trabajo conteneva varie bozze di testi posteriori, versioni e addirittura racconti inediti praticamente finiti, il materiale di Papeles de trabajo II è molto più frammentario e discontinuo e, allo stesso tempo, più preciso. Si tratta essenzialmente delle annotazioni di uno scrittore che diventa riconoscibile nelle opere che scrive in quegli anni, dagli anni settanta in poi, quando Saer si trasferisce a Parigi e torna in Argentina solo in visita, e l’Argentina e Santa Fe si trasformano in una piccola terra d’intensa nostalgia per la sua giovinezza, gli amici e i libri su cui si è formato. A parte qualche eccezione, però, in questo secondo volume si nota che Saer si è lasciato la giovinezza alle spalle. Lo scrittore affronta l’abisso della maturità e le incognite del mondo inteso come una massa debordante, una sfera disarticolata, un caotico amalgama. Qualcosa lo travolge sempre. Cosa si può fare se non registrare, progettare, catturare i frammenti confusi di questo amalgama? A tutto ciò si deve la profusione di brevi epigrammi, di guizzi con o senza senso, che cercano di trattenere l’atmosfera dell’epoca e catturare l’epifania di un momento.
Il profumo di questo materiale è quello di La Mayor, in particolare di Argumentos che condiscono la seconda parte di quel volume famoso per il racconto delle virgole, ellos, antes, podían, e anche per A medio borrar, uno dei suoi racconti più importanti. Ma il Saer del frammento e dei paradossi, quello dello stupore e dell’ontologia fattasi carne, è quello di Argumentos e di questi fogli.
Il lettore di Saer si troverà per quasi tutto il tempo in una terra conosciuta, come a casa propria, salvo, forse, nell’autofiction sulla sua ludopatia, il suo piccolo trattato catartico-curativo (perlomeno questa sembra essere la sua intenzione manifesta), sul gioco. Come è noto, questa esperienza di casinò clandestini, notti in bianco e portafogli vuoti era già stata raccontata in Cicatrici, del 1969, ma la materia qui esibita è di un’altra indole, e si pone come uno dei momenti più alti del volume.
È importante sottolineare anche la “genetica” di La Grande, che occupa l’ultima parte del libro e, al di là dell’interesse specifico per coloro che desiderano seguire quel che si suole definire come “opera in costruzione”, pone una domanda: il fatto di essere rimasto un romanzo incompiuto non è diventata una cifra significativa di tutta l’opera di Saer, un’opera senza approdi, limo primigenio sul quale è stato edificato una enorme illusione di luce e colore?
Per dirla tutta: Saer non ha mai dichiarato di scrivere per se stesso come invece ha fatto Onetti, ma in questi suoi fogli lo ha messo in pratica esercitando, di fatto, un modo di scrivere a voce bassa o di parlare a voce alta con se stesso. È evidente che questo materiale differisce abbastanza dalle sue opere pubblicate. Sono sussurri, scambi, momenti brillanti, scintille e bagliori del fuoco di un falò.
«Il tempo dei manifesti ormai è passato: è ora di entrare nel dettaglio», annota Saer, con humor, rassegnazione e un impeto combattivo che lo fa stare sempre in allerta.
La battaglia della letteratura è stata una passione che lo ha sostenuto in ogni momento, insieme ai dettagli, agli affetti e alla sua poetica. Una trama in cui persone e personaggi, lettori e scrittori, hanno finito per confondersi in un mondo che adesso possiamo chiamare “saeriano” e che, nonostante alcuni tentativi, va avanti felicemente rimanendo fuori dai bronzi, dai marmi e dai canoni.

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Traduzione di Sara Pagnini

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