Chi sono e perché scrivo, di Jaume Cabré

Ringraziamo il progetto web Lletra, la literatura catalana a internet per averci permesso di pubblicare questo articolo in cui Jaume Cabré ci illustra la sua poetica e il suo approccio, intimo ma anche condiviso, al mondo letterario. Buona lettura!
traduzione di Alessandro Stoppoloni

Spesso mi hanno domandato perché scrivo. All’inizio rispondevo in maniera evasiva, non lo sapevo nemmeno io. Oppure avevo la tentazione di snocciolare un discorso più o meno solenne sul fatto letterario. Ora, quando me lo chiedono, rimango sempre evasivo però, allo stesso tempo, aggiungo degli elementi personali perché arriva un momento in cui mi accorgo che la scrittura è, per me, un atto necessario così come da tempo lo è la lettura. Una cosa però è chiara: sono arrivato alla scrittura attraverso la lettura. In quanto lettore aprire un libro equivale ad accettare l’invito che fa l’autore a entrare nel mondo delle sue riflessioni e delle sue scelte stilistiche. Allo stesso modo scrivere, per me, è la possibilità di mettere in ordine la mia vita interiore e tirare fuori, con l’aiuto di questa grande metafora che è la letteratura, ciò che penso, ciò che non mi fa dormire la notte, ciò che temo, ciò che spero, ciò che mi rallegra o ciò che mi intristisce. Con un gran vantaggio: il mezzo che uso, il linguaggio, mi permettere di usare una struttura che mi piace ogni giorno di più. I fonemi, le parole, le frasi, i paragrafi sono materiali palpitanti, vivi, che si intrecciano e ottengono un ritmo e una cadenza propri e che, questo è il miracolo, acquisiscono loro stessi un significato.

Periodicamente, in tutte le letterature, si dà vita a delle polemiche sul livello di qualità letteraria del momento. Fatalmente nascono due posizioni contrapposte: quella di coloro che credono che andiamo verso il disastro perché tutta la produzione del momento è irrilevante e quella di coloro che credono che la situazione non sia così grave e sfoderano perfino nomi e titoli per dimostrare che ci sono opere di qualità. Più di una volta mi hanno invitato a partecipare attivamente a queste polemiche però, nonostante io le consideri utili (ogni revisione è positiva), le considero anche sterili per ragioni di carattere personale che non mi permettono di entrarci. Ne parlo ora perché hanno molto a che vedere con il mio modo di vedere la prassi letteraria.

Per me scrivere è dubitare. Io non mi considero in possesso di nessuna verità. Al massimo, possiedo delle opinioni. Però in una polemica le posizioni si semplificano e raggiungono la categoria di dogma. Ciò, personalmente, mi dà fastidio. Non credo che sia giusto comparare corpus letterari che si stanno costituendo, in divenire, con corpus letterari finiti, assimilati, e ricollocati nel loro contesto storico a causa della facilità che il passare del tempo offre per “ricordare” solo i punti culminanti di tutta questa produzione che ha compiuto il suo ciclo ed è stata già analizzata dagli studiosi. D’altra parte, non sono nemmeno soddisfatto di gran parte della produzione letteraria attuale nonostante riconosca che l’analisi si basa spesso solo sui gusti personali dei consumatori. Inoltre, il successo o il disastro delle vendite può influire nelle valutazioni. Ciò non succede per un libro pubblicato sessant’anni fa. Voglio dire che non mi sembra pertinente “comparare” Solitud (un romanzo di Caterina Albert i Paradís pubblicato a puntate fra il 1902 e il 1905, N.d.T.)  con Ventada de Morts (romanzo di Josep Albanell pubblicato del 1978, N.d.T.) o le Estances (libri di poesie di Carles Riba pubblicati fra il 1919 e il 1930, N.d.T.) con En quarantena (poesie di  Narcís Comadira pubblicate nel 1990) o L’edat d’or (libro di memorie di Artur Bladé pubblicato nel 1995, N.d.T.). Utilizzo dei libri che apprezzo molto per non dire cose inesatte. Succede anche che, in una polemica di questo calibro, la discussione nasca a partire dei gusti personali di chi interviene. Tenendo a mente questo fatto capisco bene che ciò che scrivo possa piacere a qualcuno, dispiacere ad altri e lasciare indifferenti altre persone ancora. È logico. Però visto che noi scrittori (i creatori, in generale) abbiamo la coda di paglia, sfumiamo le cose e ci risulta difficile districare le ragioni obiettive dalle manie personali, dalle strategie editoriali, dai maudarinismes individuali o dai gusti del momento. È molto difficile essere obiettivo. Secondo me, come dicevo prima, scrivere è dubitare. È mettere alla luce i propri tentennamenti e le proprie speranze; è un modo di vivere. Credo che il tempo farà la sua selezione e nel frattempo io mi limito a trovare il tempo (personale) per affrontare il foglio bianco o scritto a metà, cioè la cosa che mi appassiona veramente.

Ho detto queste cose per chiarire al lettore che mi ha seguito fino a qui che non ho la predisposizione a fare una valutazione personale del mio lavoro, cosa che, più o meno velatamente, mi si chiede di fare in questa introduzione.

Posso però fare un ripasso descrittivo di come sono andate le cose. Dal momento in cui «mi sono trovato a scrivere» è stata una specie di epifania: ho scoperto che una buona audizione musicale, una buona lettura, un buon film, una buona conversazione, una buona esperienza, potevano finire sulla carta e ho dedicato moltissime ore a questa attività. Con una strana fede (per me, che sono molto insicuro) in ciò che stavo facendo. Ho trascorso i primi tre o quattro anni scrivendo, cercando elementi tecnici o stilistici che mi aiutassero a esprimere ciò che volevo dire, leggendo e rileggendo autori che mi arrivavano al cuore per trovare la loro scintilla magica, ciò che nei loro scritti mi seduceva. Ho anche buttato molta carta. Ho pubblicato un paio di libri di narrativa dai quali ora mi sono molto allontanato, soprattutto del primo. Ricordo che in quel periodo avevo interesse a mantenere un certo distacco dalle cose che scrivevo. Avevo paura di essere macchiato dall’inchiostro della mia penna. A causa di un’intima insoddisfazione ho poi deciso di cambiare atteggiamenti e di coinvolgermi in ciò che scrivevo. È andata così per il primo romanzo breve, la storia di un bandito di metà ottocento che è un eroe ma ha paura. Il libro si chiama Galceran, l’heroi de la guerra negra e, nonostante la sua brevità, ho impiegato molto tempo per finirlo. Ultimamente l’ho profondamente rivisto. Con Galceran… mi sono sentito più coinvolto con ciò che scrivevo. Mi trovavo a mio agio mentre costruivo un personaggio che aveva delle contraddizioni e lo mettevo in un paesaggio della mia infanzia. Al margine dell’ipotetico valore oggettivo del romanzo vi riconosco una influenza del mio modo di pormi rispetto a ciò che facevo. Dopo ho scritto Carn d’olla (1978) che andava nella stessa direzione. È un romanzo che ricordo con nostalgia.

Quando stavo per finire Carn d’olla mi è venuto in mente l’embrione di ciò che sarebbero diventa i tre libri di Feixes (un ciclo pubblicato fra il 1984 e il 1985, N.d.T.); però prima ho voluto togliermi dalla testa un’idea che mi ossessionava e nel giro di meno di un anno ho scritto El mirall i l’ombra (1980), un romanzo così ignorato che posso quasi considerarlo clandestino. Nel frattempo un racconto breve, di cinque linee, che parlava di monaci e vampiri alle terme e che avevo scritto tre o quattro anni prima stava crescendo dentro di me. Allora io vivevo a Vila-real e facevo il professore in un liceo. Lì ho scritto Luvobski o la desraó, un romanzo breve su questa atmosfera da terme che mi ossessionava. È una storia d’amori e egoismi con uno sfondo musicale che è diventato il motivo conduttore di Feixes. Credo che a partire da questi momenti ho smesso di concepire la scrittura come un compromesso fra il coinvolgimento con la storia che scrivo, la lingua che uso e il fatto artistico in generale; a partire da allora non «scrivo» i romanzi, li «vivo». Forse per questo motivo ci metto molto a dare loro una struttura. Per sei anni mi sono immerso nel mondo che, piano piano, è diventato Fra Junoy o l’agonia dels sons. Durante la gestazione di questa novella, una fase che faceva riferimento alla famiglia di una monaca mi ha portato a fare una parentesi di due anni che è diventata La teranyina. Allora iniziavo ad avere chiaro che tutto ciò che stavo spiegando doveva risolversi in tre libri collegati fra loro. Il risultato è stato La teranyina (1984), Fra Junoy o l’agonia dels sons (1984) e Luvobski o la desraó, pubblicato nel Llibre de preludis (1985). Ricordo perfettamente che quando ho deciso che Fra Junoy era finito l’ho tirato fuori da me stesso, ho provato una sensazione di vuoto fisico che mi ha spaventato.

A partire da questo momento ho iniziato a collaborare con Joaquim M. Puyal per i suoi programmi televisivi. Ciò mi ha condotto lentamente a lasciare il lavoro di professore e a orientare diversamente la mia attività professionale. In questa nuova tappa personale ho vissuto un altro romanzo, Signoria (1991), che ho elaborato nel giro di poco più di cinque anni. Anche in questo caso, quando l’ho finito e l’ho allontanato da me mi sono sentito separato, come se mi mancasse qualcosa che difficilmente può essere spiegato.

Ora torno ad avere della nebbia in testa, circa duecento abbozzi di romanzi, un personaggio, un’atmosfera, un nucleo di argomento e, soprattutto, molta voglia elaborarlo e continuare a spiegare me stesso scrivendo. Confesso che, oltre al modo di trattare i personaggi, la letteratura è una delle mia ragioni di vita, è un modo di amare. Se non la pensassi così sono sicuro che non dedicherei tanto sforzo e tanto tempo a questa avventura. Non avrebbe senso. So che ciò che faccio può piacere come no; e che prendendola come la prendo mi sto mettendo in gioco. Però non riuscirei a farlo diversamente.

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