Diari di traduzione 5/Morirse de memoria

09/09/2011

Se il primo libro di un traduttore non si scorda mai, posso ormai assicurare che nemmeno il secondo, dato che gli si dedica una tale quantità di tempo che entra a far parte della quotidianità. Quando non vedi l’ora di lavorarci, quando ti ritagli anche una mezz’oretta tra un impegno e l’altro, quando non hai tempo ma devi farlo o semplicemente quando faresti anche dell’altro, la traduzione da portare avanti e perfezionare è sempre lì che ti aspetta e ci si sente un po’ come il pittore che con il pennello più piccolo che ha deve ritoccare le sbavature in un affresco gigantesco.

Ripensando a Morire di ricordi, chi sceglierà di vivere l’avventura del rompecabezas capirà cosa intendo se dico che in ogni fase del lavoro, dalla lettura in lingua originale alla prima stesura e persino durante le molteplici riletture, ho sperimentato i più svariati stati d’animo, passando a volte dall’angoscia al riso o dalla rabbia allo sfinimento in men che non si dica. Alcune immagini incredibili vi resteranno in testa per sempre, alcune frasi ripetute più volte nel libro entreranno nel vostro modo di parlare diventando una specie di lingua in codice che gli altri non capiranno, vi inizierete a porre mille domande, gli oggetti di tutti giorni si mostreranno sotto una luce diversa e finirete per parlare con loro, o da soli (è uguale). Ve lo assicuro, a me è successo…

Chiara Muzzi

Diari di traduzione/Morirse de memoria 4

25/08/2011

Chi più sa più dubita, si dice, e mentre si traduce un autentico, splendido, delirio come quello di Monge me lo sono ripetuta spesso, ogni volta che una parola in apparenza facile mi ha aperto interi mondi, che sinceramente non avrei mai pensato di dover esplorare… Esemplare è stata la mia avventura con il ministerio público messicano e con el acta che il protagonista deve consegnare a quelli del tanatorio, un’avventura che mi ha portato a scoprire cosa fare nel nostro Bel paese in caso di morte violenta di un familiare (sempre utile, per carità, ma tocchiamo ferro). Ebbene, in Messico il ministerio, che ho tradotto subito ovviamente con ministero, riunisce, intelligentemente direi, vari servizi, per cui per denunciare la morte di un familiare o per rispondere a un interrogatorio si va tutti lì. In Italia invece, per avere il permesso di disporre del corpo del defunto, occorrono vari giri tra comune, tribunale e questura, mentre di ministero ne sentiamo parlare solo al telegiornale. Come tradurre quindi un organo istituzionale che da noi non c’è se non cercando di capire cosa si farebbe qui se succedesse quello che succede nel libro?

Ebbene sì, tradurre è anche questo, doversi fare una cultura su argomenti di cui si preferirebbe non sapere niente, ma forse il fascino di tradurre sta anche qui…

Diari di traduzione/Morirse de memoria 3

1/8/2011

Dunque, quella che doveva essere una lettura piuttosto rapida e, in teoria, la penultima rilettura, si sta rivelando più ardua del previsto. È una questione di dettagli, sfumature, virgole, lavoro che credevo di avere già fatto alla prima rilettura, ma mi sbagliavo. Quello che sembrava chiaro e definitivo spesso non lo è più, magari alla luce di un qualche elemento a cui non avevo prestato la giusta attenzione. È quello che è successo con la scelta dei tempi verbali.

Forse perché l’autore è messicano, forse perché in spagnolo anche quello che hai fatto ieri si racconta al passato remoto, Morire di ricordi in lingua originale si presenta praticamente dalla prima all’ultima riga al passato remoto, mettendo sullo stesso piano temporale azioni lontane nel tempo e azioni molto più recenti. In un libro come questo, un susseguirsi e un accavallarsi continuo di scene e immagini del passato che si sovrappongono al presente, il problema è stato proprio capire la differenza sul piano temporale dei ricordi del protagonista, per poterli rendere in italiano in modo più immediato ricorrendo vuoi al passato prossimo vuoi al passato remoto. Allora, l’incendio quando l’ha visto? Il telefono quand’è suonato? Che ore sono? Da quando Claudia se n’è andata? Il taxi quando l’ha preso? Perché ha le unghie sporche? La risposta la si deve cercare spezzettata tra le righe di un libro che più che un romanzo sembra un gioco di memoria…

Chiara Muzzi

Diari di traduzione/Morirse de memoria 2

13 luglio 2011

Il più è fatto, la consegna è a fine estate, ma il lavoro è ancora parecchio.

Ripensandoci, credo che uno degli aspetti più impegnativi, e anche più peculiari, del rompecabezas di Monge siano state le ripetizioni di cui l’autore si avvale spessissimo, espressioni che compaiono più volte nel corso dell’intero libro, quasi a scandirne il ritmo, e che bisogna ricordarsi di tradurre sempre allo stesso modo (si merita un’ode la funzione “trova” di Word…): dal protagonista che non fuma da nove mesi o che scuote la testa, dal fischio che sente al bidone arrugginito a cui si appoggia, ogni scelta deve essere mantenuta con estremo rigore ed è difficile da spiegare la soddisfazione che dà sapere con certezza ogni volta come la si è tradotta la volta prima, direi esaltazione quasi…

Il problema delle espressioni ripetute si è presentato già nella prima riga, ma in modo ancora più insidioso. In spagnolo ci sono modi di dire che hanno più significati, più sfumature, come l’espressione tener gracia che apre il libro, e neanche l’autore stesso, a una mia richiesta di precisazione del significato che lui intendeva, me ne ha potuto indicare uno univoco. La nostra conversazione è andata più o meno così: (io) con tener gracia intendi qualcosa di buffo, divertente, strano o piacevole? (lui) intendo tutto, il gioco è con l’indeterminatezza dell’espressione, deve rimanere vaga apposta (io, tra me e me) andiamo bene.

Quindi, tra un’esaltazione e l’altra, grandi dilemmi e piccoli inghippi, sono arrivata alla fine, il testo è quasi pronto, sono alla seconda rilettura, ma posso solo dire che ce ne saranno ancora mooolte…

Chiara Muzzi

Diari di traduzione/Morirse de memoria 1

30 giugno 2011

Chiara, il prossimo sarà un po’ difficile, dimmi se te la senti. Così l’editore mi ha presentato Morirse de memoria di Emiliano Monge, l’impresa titanica in cui sono impegnata, dopo essere uscita soddisfatta e ancora piuttosto sana di mente da Salone di bellezza di Mario Bellatin.

Un testo voluminoso quello di Monge, il secondo dell’autore ma il primo a essere tradotto in Italia, diviso in quattro parti, comprensibile alla prima lettura dal punto di vista della lingua… come se bastasse! Siamo davanti a un vero monologo ininterrotto di 180 pagine, una più una meno. Da quando il protagonista, nella prima pagina, cerca faticosamente di alzarsi da letto, si iniziano poco a poco a mescolare ricordi della sua vita, da quelli più recenti dominati dal fuoco di un incendio di cui non sappiamo nulla di preciso, a quelli più lontani nel tempo, legati alla sua infanzia. Una successione quasi infinita di immagini, tutte di una concretezza e di una semplicità sorprendenti ma piene di metafore a dir poco geniali. Lo stesso autore, a cui ho chiesto di spiegarmi alcune parole per le quali nemmeno l’onnipotenza di internet ha saputo aiutarmi, ha definito il libro un rompecabezas, se lo dice lui figuriamoci chi lo deve tradurre! Ammetto che ormai, arrivata quasi alla fine della prima stesura, penso e vedo il mondo come lui, tale è ormai la mia immedesimazione. E ne sono affascinata, ovviamente. Chi leggerà quello che per noi italiani sarà Morire di ricordi capirà a cosa mi riferisco… Alla prossima!
Chiara Muzzi