Diario di traduzione/Missing 4

di Chiara Muzzi

Credo che un traduttore viva sempre il momento in cui deve consegnare la sua creazione all’editore con un misto di liberazione per il lavoro finalmente finito e di malinconia per un nuovo capitolo della sua “carriera” che si chiude. Punto a capo. Mi godo quindi questi ultimi giorni di ritocchi a Missing con particolare intensità. Cosa dire a questo punto? Un libro a dir poco poliglotta, dove italiano, spagnolo e inglese, oltre a qualche parola tedesca, si mescolano in continuazione e richiedono al traduttore particolare cura per non impoverire i giochi linguistici del testo originale. Ma allora il traduttore quante lingue deve sapere, più o meno bene? Io direi il più possibile. Ma non basta. Per tradurre bisogna anche possedere una cultura generale tanto ampia da spaventare chi ammette, come me, di avere molte lacune (deformazione professionale, sorry, qui parla l’insegnante). Quando mi sono accorta di aver tradotto Motown come se fosse una città e non una casa discografica o l’agente arancio usato in Vietnam dagli americani come l’agente arancione, mi sono sentita molto ignorante… Insomma, quello che voglio dire, a parte i problemi tecnici che ho incontrato io, è che i lettori di Missing verranno travolti da una stimolante tempesta di riferimenti alla musica, al cinema, alla storia, alla geografia, alla gastronomia, alle auto, alle abitudini quotidiane degli americani e chi più ne ha più ne metta, proprio come è successo a me. A presto!

Diario di traduzione/Missing 3

di Chiara Muzzi

Ma è sempre vero che i libri rispecchiano la personalità di chi li scrive? Emiliano Monge non me lo sarei di certo aspettata un uomo in giacca e cravatta, sempre serio e poco loquace, ma Alberto Fuguet, per il libro che ha scritto, mi dava l’impressione di essere più formale e che avrei dovuto pormi in modo più professionale. Ma come si fa a continuare a esserlo se alla mia prima mail, in cui mi sono presentata e in cui gli ho esposto come collaboreremo, mi scrive una mail dal titolo “missing en la selva”, dicendo che si trova sperduto nella foresta amazzonica per un film che vuole girare, senza internet, senza telefono e senza luce? E se al suo ritorno mi dice che “está todo picado de mosquitos” e che non c’erano i ventilatori perchè non c’era la luce? Come si può, dico io, essere formali? In realtà qualche avvisaglia di originalità l’avevo colta traducendo, qualche battuta particolare o qualche paragone curioso mi hanno fatto sorridere più di una volta, rivelando molto dell’autore, ma mai dare le cose per scontate, ho pensato.

La rilettura procede rapida, sarà un libro molto piacevole da leggere, più facile di Morire di memoria, non c’è dubbio. Il tono colloquiale con cui l’autore ha impostato buona parte del libro ha il vantaggio di rendere spontaneo lo stile, ma lo svantaggio di creare al traduttore qualche problema a livello lessicale, di scelta della “volgarità” migliore, già che di “puta” e “mierda” ce ne sono parecchi…

Diario di traduzione/Missing 2

E si procede, a volte più spediti, sorprendendosi dell’apparente facilità di traduzione, a volte meno, e ci si incaglia in ostacoli imprevisti su cui si passano ore a ragionare. Uno di questi scogli è stata la frase “de cuarto a sexto de humanidades viví en diez de julio”. Allora, che diez de julio sia una strada, e in particolar modo una strada di Santiago de Chile, non ci sono dubbi e lo si capisce anche agevolmente. Il problema è il resto. Inizia quindi la ricerca, Dio benedica internet, di come funziona, o funzionava negli anni 50/60, il sistema scolastico cileno, perché tradurre “dalla quarta alla sesta del liceo classico” non la vedo una soluzione felice. Scopro così che in Cile il sesto anno di humanidades non esiste più e ora corrisponde al quarto, e che l’ultimo anno delle superiori coincide con i diciotto anni, quindi raduno tutte le mie facoltà matematiche per fare il seguente calcolo: se il sesto anno, o adesso quarto, per loro è l’ultimo anno di superiori, possiamo dedurre che corrisponde alla nostra quinta. Il problema è che in Cile l’ultimo anno delle superiori si fa a diciotto anni, da noi a diciannove. Dilemma: se scelgo di rispettare l’età, allora “de cuarto a sexto” deve diventare “dalla seconda alla quarta”, ma non mi convince, devono essere gli ultimi tre anni di scuola superiore. Quindi mi viene da pensare che tradurre “dalla terza alla quinta” sia forse la soluzione migliore. Non dirò quanto tempo mi ci è voluto per arrivare a quella che è solo una proposta di traduzione, tutta da vedere ancora…

Diari di traduzione / Missing 1

di Chiara Muzzi

Eccoci qui per una nuova avventura. Dopo due messicani, questa volta si tratta di un cileno, Alberto Fuguet, vincitore in Cile del Premio della Critica UDP nel 2010 per il suo Missing: una investigación, il libro di cui vi parlerò nei prossimi mesi. Uno dei problemi che ho già incontrato è la presenza massiccia di parole in inglese, sia nei dialoghi sia nella narrazione. Cosa fare? Lasciare l’inglese, lingua straniera sia per un hispanohablante sia per un italiano? Tradurle solo nella narrazione? Ma per i cileni, primi destinatari del libro, l’inglese suona davvero così straniero? E poi i titoli dei film: che italiano capirebbe che Reality Bites è in realtà Giovani, carini e disoccupati, film di Ben Stiller del 1994, o che The Shawshank Redemption qui si conosce come Le ali della libertà, sempre del 1994 di Frank Darabont? Altro problema: il linguaggio gergale. Mi sono imbattuta in un’intera pagina in cui il protagonista spiega al nonno le varianti della parola-jolly huevón, sempre sulla bocca di qualsiasi cileno che si rispetti in varie combinazioni: puta la hueá, hueón, el huevón huea, no huevís, ¿me estás hueveando? Che parola triviale italiana si presta meglio a essere usata nei più svariati contesti? Accetto consigli, il cantiere è appena iniziato…