Diari di traduzione / Barroco tropical 2

Quando traduco un libro, ho spesso la sensazione – lo confesso subito, una sensazione assolutamente ridicola e del tutto irrazionale – che il libro in questione sia stato scritto solo per me. Un po’ come se stessi traducendo una lettera privata, indirizzata a Giorgio de Marchis. Riprendendo, invece, il filo del discorso, nel precedente post avevo fatto riferimento alla diabolica perfidia di Agualusa. Anche per questo motivo, non mi sono stupito quando, a pagina 99 di Barocco tropicale (nel frattempo sono arrivato, in una prima e ancora impresentabile versione, a pagina 209), mi sono imbattuto in un passaggio come al solito impervio. Riferendosi al canto di uno dei personaggi del romanzo, una giovane angolana di nome Kianda, il protagonista, Bartolomeu Falcato, dice: “A melodia? Pois o mel que há na palavra, com a sua doçura e cor, mais a mansa lucidez do dia.” Una bella immagine per la voce “allo stesso tempo evidente e impossibile” della cantante. In termini di resa traduttiva, però, il solito problema: nella melodia italiana, non riesco proprio a ritrovare né il miele (mel) né, tanto meno, tracce della placida lucidità del giorno (dia). Sarei anche disposto a rassegnarmi, a elaborare il lutto, come saggiamente consiglia Paul Ricoeur, della traduzione perfetta, ma nessuno mi toglie dalla testa che l’autore, anche in questo caso, stia giocando con i suoi traduttori. Ecco, infatti, cosa dichiara subito dopo Kianda (alias José Eduardo Agualusa) allo stupefatto Bartolomeu (alias Michael Kegler, Geneviève Leibrich, Harrie Lemmens, Tanja Tarbuk e Giorgio de Marchis): “Consegues ler-me? Consegues traduzir-me?” (Riesci a leggermi? Riesci a tradurmi?). Diavolo di uno scrittore…!

Nel frattempo, è arrivata da Parigi l’edizione francese del romanzo (Barroco tropical, Paris, Métailié, 2011). Io, quando traduco, mi servo di qualunque strumento possa aiutarmi a raggiungere un buon risultato. All’epoca delle Donne di mio padre, mi era stata molto utile la traduzione di Daniel Hahn (My father’s wives, London, Arcadia, 2009). Daniel, lo dico sempre, è un traduttore brillante e molto creativo e le sue soluzioni sono sempre interessanti. Ovviamente, quello che funziona per altre lingue si rivela spesso inutilizzabile in italiano, ma non di rado permette almeno di intravedere una possibile via d’uscita. E anche quando la soluzione proposta da un altro traduttore non sembra soddisfacente, dal mio punto di vista, è sempre estremamente utile (e piacevole) seguirlo nella strada presa per uscire dal rompicapo in cui ora mi trovo io. Purtroppo, Daniel non ha ancora tradotto Barocco tropicale e io non parlo il tedesco, il croato e l’olandese. Sono curioso, però, di vedere come si è comportata Geneviève Leibrich, così come sono certo che mi sarà di grande aiuto.

Diari di traduzione / Barroco tropical 1

Giorgio de Marchis coordina insieme a Lorenzo Ribaldi la collana Liberamente. Per La Nuova Frontiera ha tradotto i romanzi di José Eduardo Agualusa, Paulina Chiziane e Felipe Benítez Reyes. Nel 2006, ha curato l’antologia Lusofônica. La nuova narrativa in lingua portoghese.

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Dopo aver presentato i “Diari” alla Casa delle Traduzioni di Roma e aver convinto Elisa e Chiara a scriverne uno, temo sia arrivato anche per me il momento di cominciare a raccontare la traduzione del romanzo che mi è stato affidato. Dopo averlo letto almeno un paio di volte, in questo momento sto lavorando su Barocco tropicale, il quarto romanzo dell’angolano José Eduardo Agualusa che traduco. So di poter fare affidamento in ogni momento sull’aiuto e sulla pazienza di Zé Eduardo, che in passato mi ha chiarito più di un dubbio, e, in un certo senso, avendo già tradotto 823 pagine di questo autore (pagina più, pagina meno), posso dire di sentirmi abbastanza a mio agio con la sua lingua e il suo stile. In realtà, però, proprio le passate esperienze mi insegnano che Agualusa sa sempre come far disperare i suoi traduttori. Con Michael Kegler, il suo bravissimo traduttore tedesco, una volta, a Pisa, ci abbiamo scherzato su tutta una sera, ricordandoci a vicenda i passaggi più ostici delle varie opere e gli improperi più frequenti e coloriti lanciati dall’Italia e dalla Germania contro il loro autore…
Parlando di un autore angolano, si potrebbe pensare che le difficoltà della resa in italiano del suo portoghese provengano da interferenze con altre lingue nazionali, dalla presenza di numerosi prestiti oppure dallo sfoggio di un gran numero di neologismi. Niente di tutto questo. Agualusa non mi è mai sembrato molto interessato ad “africanizzare” la sua lingua. Ciononostante, non per questo l’autore del Venditore di passati rinuncia a giocare con la sua lingua; anzi, ama i giochi di parole questo scrittore e si diverte, quindi, a scherzare con i suoni e significati dei termini che con perfidia sceglie. Volete un esempio? Al momento sono arrivato a pagina 94 e a pagina 53 dell’edizione che sto usando (Dom Quixote, 2009) trovo questa frase: “Pássaros são pássaros, piô. Seu uso é passar”. Senza prendere in considerazione piô, su cui si potrebbe aprire una lunga parentesi, non c’è bisogno di conoscere il portoghese per riconoscere una paronomasia. Il problema, però, è che, come spesso capita, in italiano posso conservare il significato di questa frase, tutto il resto posso solo perderlo (forse!). Pássaro, infatti, vuol dire uccello (ahimè, non posso cavarmela neanche ricorrendo al nostro passer domesticus che, tra l’altro, in Angola sarebbe un uccello alquanto esotico…) e una frase come “gli uccelli sono uccelli, piô. Volano via” mi sembra molto meno felice dell’originale.