I genietti della domenica su Il Sole 24 Ore

Tra i grandi scrittori latinoamericani più o meno della generazione del ‘boom” non ancora adeguatamente conosciuti e apprezzati in Italia, spiccano sicuramente l’uruguayano Mario Benedetti, il messicano Jorge Ibarguengoitia e il peruviano Julio Ramón Ribeyro, vissuto soprattutto tra Lima e Parigi, e morto nel 1994. Almeno per quanto riguarda quest’ultimo, forse la colpa è anche sua, e non soltanto della sfortuna o degli insondabili misteri delle politiche editoriali. Ribeyro, infatti, fu uno scrittore schivo e appartato, fantasmatico inquilino dei suoi racconti, disposto a scomparire dopo aver pagato la propria quota al bisogno, direi perfino al vizio di scrivere. Non a caso in uno dei suoi libri qualcuno domanda al protagonista: «Non ti preoccupa scrivere da trent’anni e aver raggiunto una fama così minuscola?». La risposta è: «Certo. Mi piacerebbe scrivere altri trent’anni per essere completamente sconosciuto». Nelle sue Prose apatride, inoltre, Ribeyro afferma: «Ogni scrittore ha la faccia della sua opera». E in effetti, l’opera di Ribeyro, discreta e inafferrabile, sta tutta nel volto del suo autore, come lo vediamo nelle poche fotografie che di lui si conservano: magro, timido e malaticcio, con l’immancabile sigaretta tra le dita o sulle labbra, fissato sul negativo come se fosse sempre di passaggio, come se volesse sempre sfuggire alla posterità. E tuttavia, a forza di nascondersi, a forza di dissimulare il proprio talento, Ribeyro si è pian piano trasformato in un autore di culto, in un maestro indiscutibile dell’arte del racconto e addirittura in uno degli autori più letti dentro e fuori il Perù.
Adesso, finalmente, la casa editrice romana La Nuova Frontiera inizia a pubblicarlo in Italia, partendo con uno dei suoi tre romanzi, I genietti della domenica, scritto nel 1965. L’ho già detto: Ribeyro è maestro nei racconti, ma, si sa, da noi questo genere difficilissimo e affascinante non spopola in libreria, sicché dobbiamo per ora accontentarci di un romanzo che, comunque, insieme a La región más transparente di Fuentes, segna l’inizio del romanzo urbano nell’America latina. Come Vargas Llosa, Ribeyro assume su di sé la sfida di fondare la geografia letteraria della Lima moderna, ma, a differenza degli autori del boom, non sceglie l’intento totalizzante, la molteplicità di prospettive, l’ampiezza e l’abbondanza narrativa tipici del boom, bensì la cronaca minima e intensa di eventi apparentemente comuni e correnti. Seguiamo così il personaggio di Ludo Totem, pigro studente di legge, apprendista scrittore e beone, figlio di una famiglia bene in disgrazia, dal momento in cui, l’ultimo giorno dell’anno, si dimette con un urlo dal suo monotono lavoro d’ufficio e prende a girovagare per Lima in compagnia degli amici, consegnandosi a un destino che riconosce come il peggiore possibile, ma al quale non si oppone, fino al punto di essere tentato dalla delinquenza. Ludo e Pirulo, il suo migliore amico, si consegnano quasi rassegnati ad avventure letterarie, universitarie, amorose, pseudolavorative, che si concludono immancabilmente con una frustrazione. Sono le avventure di un fallito, descritte però in una prosa secca e amaramente ironica, che costruisce con cura le frasi cercando, con singolare ostinazione, di raggiungere uno stile neutro, e quindi di eliminare ogni parvenza di stile. Il risultato è un romanzo forse un po’ precipitoso, ma che reca già il marchio del grande autore. In attesa dei suoi indimenticabili racconti, una lettura sicuramente da consigliare.

Recensione di Bruno Arpai, pubblicata su Il Sole24Ore domenica 17 aprile

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