Briciole d’amore. Intervista a Guadalupe Nettel

Guadalupe Nettel ci parla del romanzo Después del invierno (Anagrama), per il quale è stata insignita del Premio Herralde de Novela 2014. «L’amore è un luogo di passaggio, non di arrivo» ha detto.

La messicana Guadalupe Nettel è una delle scrittrici più interessanti degli ultimi anni, non solo per l’asprezza della sua scrittura ma anche per il modo poco convenzionale di avvicinarsi ai personaggi. «Mi interessa puntare il riflettore sulle fratture – racconta – perché è lì, in quella crepa, che si trova ciò che di più umano, luminoso e commovente c’è in noi, ciò che ci rende unici e – proprio perché commoventi – belli». Per esemplificare questa affermazione, potremmo rievocare il fotografo di Pétalos (Anagrama 2008) che lavorava per un chirurgo plastico e che, dopo essersi innamorato di una ragazza con un difetto a una palpebra, fa di tutto perché non si operi.

Nettel ha ottenuto molti riconoscimenti nell’arco degli anni. Oltre a essere stata inclusa nella mitica selezione “Bogotá 39” – con cui l’Hay Festival poneva l’accento su 39 autori con meno di 39 anni – ha ricevuto il premio Anna Seghers (2009), l’Antonin Artaud (2008), il Ribera del Duero (2013) e molti altri. Nel 2005 è stata finalista del Premio Herralde con El huésped, il suo primo romanzo; quasi dieci anni dopo, se l’è aggiudicato con Después del invierno.

I protagonisti del romanzo sono seduttori e nevrotici in parti uguali. Claudio è un cubano che vive a New York e lavora in una casa editrice, mentre Cecilia è messicana e si mantiene in Francia con una borsa di studio. Il modo meticoloso con cui entrambi mantengono la loro vita al riparo dagli intrusi non fa che accentuare la solitudine che li circonda. Si conoscono per caso, durante un viaggio di Claudio a Parigi; li attende il destino, ma non il lieto fine da favola.

«Volevo parlare della solitudine» racconta Nettel «nelle grandi società come quella parigina o newyorkese dove, per quanto la gente sia circondata da milioni di persone, è prigioniera dalla propria immaginazione e dalla propria soggettività».

Se focalizziamo lo sguardo su questo tipo di personaggi, possiamo considerare la scrittura come una specie di cura?

Come una catarsi. C’è qualcosa di questo, ma non credo sia tutto. La funzione della scrittura non è soltanto quella di essere al servizio di chi scrive, ma anche di chi legge. Una delle esperienze più intense della letteratura è quando nel mezzo di un momento molto difficile della vita ti ritrovi tra le mani un libro che parla esattamente di quello che ti sta succedendo. Come fa questo tizio giapponese del XIX secolo a comprendere perfettamente ciò che mi succede? La letteratura crea un legame intimo tra due soggettività: quella di chi scrive e quella di chi legge. Il fatto di sentirsi compreso da lettore dà un enorme sollievo; se si tiene sempre presente quest’intimità, quest’onestà, la scrittura diventa una liberazione.

Io ti ho fatto una domanda sulla scrittura e tu hai parlato anche della lettura: è per questo che ci sono così tanti rimandi a libri e autori nel romanzo?

Ci sono persone che non hanno il coraggio di parlare delle proprie emozioni o dei propri sentimenti, ma consigliare un libro è come spedire una lettera: «Leggi questo libro e capirai come mi sento».

Uno dei libri che citi è L’infra-ordinario di Perec.

È un libro molto importante per questo romanzo; per me lo è stato. Perec ci esorta a prestare attenzione non ai grandi titoli di giornale o ai grandi avvenimenti, ma ai piccoli dettagli della vita di ogni giorno; dove ci sono cose fuori dall’ordinario. In questo romanzo ho seguito il suo consiglio, soprattutto quando la protagonista è da sola e si mette ad ascoltare i rumori del palazzo (la teiera della vicina, lo scaldabagno di un altro vicino, i passi sulle scale), i segni sulla strada e nel cimitero. L’infra-ordinario mi ha spinta a stupirmi del quotidiano.

Il fatto che entrambi i personaggi siano stranieri è un modo per aumentare lo stupore?

Gli stranieri sono persone ai margini. Non hanno molti legami, non hanno appigli. Sono come piante acquatiche. L’ho sperimentato spesso, specie in Francia, ma anche in Canada e in Spagna. Essere uno straniero riconfigura la tua identità. Se sei in Europa diventi “latinoamericano” o un “extracomunitario”, non solo perché ti chiamano così, ma perché tu stessa instauri legami fraterni con persone che prima avresti considerato degli estranei. Non avresti mai immaginato di avere qualcosa in comune con un peruviano o un colombiano, ad esempio, ma quando ti trovi in un ambiente così diverso senti che fanno parte del tuo stesso gruppo.

Che significato hanno i cimiteri nel romanzo?

Il cimitero è un luogo simbolico in ogni città. È dove si trova il passato, le persone che sono legate a noi ma che se ne sono già andate, e al tempo stesso rappresenta la nostra condizione transitoria, l’orizzonte al quale sappiamo che arriveremo un giorno. Inoltre rappresenta un particolare luogo di coscienza, perché è un posto di raccoglimento e rispetto. E anche di fragilità.

L’argomento del romanzo è l’amore. Come pensi l’amore?

Ti vendono l’amore come un luogo paradisiaco cui arriverai e dove vivrai per sempre, ma secondo la mia esperienza, l’amore è un luogo di passaggio, non di arrivo. Lo stesso vale per la felicità. Questi due personaggi sono dell’idea che prima o poi saranno felici, che costruiranno assieme quella felicità. Ma alla fine si rendono conto che in realtà la ricevi con il contagocce, in piccole dosi. In briciole, come diceva César Vallejo. Hai le briciole: gustatele, goditele al massimo. Non ce ne saranno molte altre, non sprecarle.

Intervista di Patricio Zunini pubblicata sul blog Eterna Cadencia

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Traduzione di Massimiliano Bonatto

Nato e cresciuto ai bordi della foresta (quella del Cansiglio) ha da subito avuto una spiccata predisposizione per imboscarsi, specie nei libri, e da questa condizione di imboscato, dopo varie peripezie che lo hanno portato in giro per l'Europa e alla laurea in traduzione a Venezia, ha deciso che era ora di venire allo scoperto. Ora, divide il suo tempo tra la Spagna e l'Italia traducendo, un po' insegnando e senza mai dimenticare l'antica passione che lo aveva portato in bosco. Collabora con la casa editrice Odoya traducendo saggi di musica, arte, sociologia e via di seguito. Destreggiandosi tra qualche traduzione tecnica e turistica, aspetta l'occasione di dedicarsi alla letteratura, magari ispanofona, la vera aspirazione che gli ha fatto prendere la strada.

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