Autore della casa, di Daniel Divinsky

Continuiamo a ricordare Rodolfo Walsh, nel giorno del 35° anniversario della tragica desaparición dello scrittore e giornalista argentino, con un articolo di Daniel Divinsky, editore di Ediciones de la Flor, un’interessante testimonianza professionale e personale. L’articolo è  uscito sul supplemento culturale Radar del quotidiano argentino Página12.

traduzione di Chiara Muzzi.

Cercando di essere preciso, consulto uno schedario: sotto la “W” è archiviata una nota del 16 gennaio 1966, scritta su carta intestata della Librería di Jorge Álvarez, con in basso la firma minuscola di Rodolfo. Con essa autorizza una casa editrice ancora inesistente e senza nome, che sarebbe diventata poi Ediciones de la Flor, a includere in una raccolta di racconti su Buenos Aires, ancora senza titolo e che alla fine si sarebbe chiamata Buenos Aires, de la fundación a la angustia, il suo racconto La mujer prohibida, previo pagamento della somma di 15.000 pesos – chissà quanto era allora! – per i diritti.

Il libro – e la casa editrice – avrebbe fatto la sua comparsa nel luglio del 1967 e sarebbe stato il primo di questo marchio che sta per compiere quarant’anni[1], ma non è stato il mio primo contatto “professionale” con Walsh. Prima, su incarico del suo editore, Jorge Álvarez, avevo messo in ordine alfabetico le parole che lui aveva tradotto in base all’ordine che avevano in inglese nel Dizionario del Diavolo di Ambrose Bierce: un gioco da ragazzi oggi con il copia e incolla, ma allora avevo dovuto farlo con colla e forbici, cercando di evitare che le correnti d’aria mischiassero le striscioline di carta sul tavolo del salotto della casa dei miei genitori.

Contemporaneamente alla raccolta, dal primo parto di De la Flor nacque El libro de los autores, una brillante idea di Pirí Lugones per fare in modo che il catalogo iniziale potesse vantare nomi illustri: chiedemmo a scrittori argentini famosi – Borges, Sabato, Mujica Láinez – di scegliere il loro racconto preferito della letteratura universale e di spiegare la loro scelta in un prologo. Pirí aveva pensato – e ha avuto ragione – che nessuno dei “grandi” si sarebbe rifiutato di mettere in mostra la propria conoscenza e originalità. Anni dopo, durante il mio esilio a Caracas, quando ricordai a Borges che avevamo collaborato per la raccolta e che aveva scelto Wakefield di Hawthorne, mi chiese quale fosse stato quello di Sabato. Quando gli dissi Bartleby, di Melville, borbottò: “Il mio era meglio”.

Walsh scelse La cólera de un particular, da lui presentato come il racconto di un autore anonimo cinese di alcuni secoli prima di Cristo e che si poteva leggere, legato al testo che lo precedeva, come una parabola sulla resistenza dei vietnamiti. Credemmo per parecchio tempo che il racconto fosse stato inventato da Rodolfo, fino a quando una meticolosa ricerca accademica svelò la sua origine: una raccolta pubblicata in Francia.

Nel 1972, quando era già scomparsa la casa editrice di Álvarez che lo aveva pubblicato fin dalla sua seconda edizione, Walsh cedette a De la Flor Operazione massacro: il contratto conteneva una clausola insolita, che non avevamo mai firmato prima (e che nessuno ci ha mai chiesto dopo). L’autore pretese da Kuki Miler, molto più che la mia socia, con cui si accordò, che venisse fissato un prezzo massimo per il libro: voleva assicurargli la massima diffusione possibile, quindi il prezzo non doveva essere un ostacolo per i lettori.

Per la nostra casa editrice tradusse Johnny fue a la guerra – una traduzione perfetta del titolo originale: Johnny got his gun, che è diventato più avanti in Spagna Johnny cogió su fusil – di Dalton Trumbo. Il romanzo, un virulento discorso antibellico dello scrittore e sceneggiatore nordamericano che fu incluso nelle liste nere del senatore McCarthy e che fu la base di un film struggente diretto dallo stesso Trumbo, è uno dei libri che preferisco del nostro catalogo. La bella traduzione, precisa e convincente, di Walsh ha molto a che vedere con questa scelta.

Decidemmo con lui la pubblicazione di Caso Satanowsky, un altro dei suoi studi minuziosi e politicamente significativi sull’artefice della morte violenta di un famoso avvocato commercialista e sui suoi moventi, legati al possesso delle azioni del quotidiano La Razón, molto potente a quell’epoca. Rodolfo riuscì a trovare, non sappiamo come, la tessera della SIDE che aveva con sé l’assassino, per riprodurla in copertina.

Non siamo mai stati amici intimi, ma con la sua compagna e altri amici festeggiammo insieme a casa mia il capodanno del ’74 o del ’75: una festa che, per molti motivi, avremmo ricordato al di là della data precisa.

Le sue visite alla casa editrice iniziarono a distanziarsi dal momento in cui si dedicò totalmente alla militanza: veniva solo a riscuotere i pagamenti dei diritti. Ci chiese che fossero poco rigorosi nella precisazione della moneta in cui erano effettuati: l’inflazione aveva costretto a una delle tante sottrazioni di zeri e a nuove emissioni di pesos, e tale imprecisione gli permetteva di poter dichiarare maggiori entrate nel caso venisse controllata la sua fonte di sussistenza. Concepiva ancora la repressione con una mentalità da scacchista.

Un critico tedesco scrisse che incrociando Bertold Brecht per strada a Berlino, alcuni mesi prima della morte del drammaturgo, vide in lui una certa somiglianza con Charlie Chaplin: gli dispiaceva non essersi fermato a dirglielo, perché non riuscì più a farlo. Me ne ricordai quando vidi Rodolfo al Centro poco prima che io e Kuki venissimo arrestati, a disposizione del Potere Esecutivo, febbraio del 1977, e poco prima della sua scomparsa nel marzo dello stesso anno. Era riconoscibile, pensai, ma molto cambiato: non potevo dirglielo perché per proteggerci ci aveva chiesto con molta insistenza di non salutarlo se per caso ci fossimo incontrati. Un’altra manifestazione di quella che in altri tempi si chiamava “qualità umana”.

Non sono un critico e, inoltre, si è già scritto molto e bene sull’opera di Walsh. Ripeto solamente con questa evocazione la mia ammirazione per il suo rigore intellettuale e personale e l’orgoglio per il fatto che la nostra casa editrice sia stata scelta da lui per pubblicare la sua opera.

La traduttrice:

Chiara Muzzi, classe 1981, è nata e vive a Parma. Dopo la laurea in Lingue e Letterature Straniere e l’abilitazione all’insegnamento, dal 2007 è docente di lingua spagnola nella scuola secondaria. Collabora dal 2005 come redattrice e traduttrice per alcune riviste italiane e spagnole destinate ai professionisti della ristorazione. Per La Nuova Frontiera ha tradotto Salone di Bellezza, di Mario Bellatin, Morire di memoria, di Emiliano Monge, e Missing, di Alberto Fuguet. Nel luglio del 2011 il manifesto ha pubblicato la sua traduzione del racconto Il cane con un occhio solo, di Mario Bellatin.


[1] Il testo è del 2007. [N.d.T]

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