Diario di traduzione/Missing 2

E si procede, a volte più spediti, sorprendendosi dell’apparente facilità di traduzione, a volte meno, e ci si incaglia in ostacoli imprevisti su cui si passano ore a ragionare. Uno di questi scogli è stata la frase “de cuarto a sexto de humanidades viví en diez de julio”. Allora, che diez de julio sia una strada, e in particolar modo una strada di Santiago de Chile, non ci sono dubbi e lo si capisce anche agevolmente. Il problema è il resto. Inizia quindi la ricerca, Dio benedica internet, di come funziona, o funzionava negli anni 50/60, il sistema scolastico cileno, perché tradurre “dalla quarta alla sesta del liceo classico” non la vedo una soluzione felice. Scopro così che in Cile il sesto anno di humanidades non esiste più e ora corrisponde al quarto, e che l’ultimo anno delle superiori coincide con i diciotto anni, quindi raduno tutte le mie facoltà matematiche per fare il seguente calcolo: se il sesto anno, o adesso quarto, per loro è l’ultimo anno di superiori, possiamo dedurre che corrisponde alla nostra quinta. Il problema è che in Cile l’ultimo anno delle superiori si fa a diciotto anni, da noi a diciannove. Dilemma: se scelgo di rispettare l’età, allora “de cuarto a sexto” deve diventare “dalla seconda alla quarta”, ma non mi convince, devono essere gli ultimi tre anni di scuola superiore. Quindi mi viene da pensare che tradurre “dalla terza alla quinta” sia forse la soluzione migliore. Non dirò quanto tempo mi ci è voluto per arrivare a quella che è solo una proposta di traduzione, tutta da vedere ancora…

Intervista sulla traduzione a Pino Cacucci

Nel processo di traduzione è possibile sostituire una lingua a un’altra senza togliere alla lingua di partenza la propria identità? È possibile insomma far sopravvivere nella lingua di arrivo ciò che costituisce l’anima più profonda della lingua che si sta traducendo e che appare inseparabile da essa?

Ritengo sia doveroso impegnarsi a mantenere viva l’identità del testo traducendolo in un’altra lingua, ma senza sentirsi eccessivamente legati all’originale, cercando piuttosto di ricreare quella stessa anima nella propria lingua, perché una traduzione letterale – anziché letteraria – rischierebbe proprio di appiattire il testo. Direi che la traduzione è una sorta di rinascita, di ri-creazione dell’originale attraverso emozioni trasmesse, suggestioni, mille dettagli di cui occorre cogliere non solo il significato ma anche – o soprattutto – il respiro e la vitalità.

Oltre ad essere uno scrittore e un traduttore, lei è anche un grande viaggiatore. In che modo queste attività possono rivelarsi complementari al fine della comprensione di un paese e del popolo che lo abita?

La conoscenza dei luoghi e delle genti che parlano la lingua da cui si traduce è indubbiamente utilissima a respirare la stessa aria dell’ambiente raccontato dall’autore del testo originale, aiuta a immaginare il clima umano, le abitudini, molti dettagli che nessun vocabolario può rendere senza l’esperienza diretta. Certo, lo spagnolo è parlato – con un’infinità di varianti e diversi modi di dire – da tanti popoli e quasi da un intero continente, e non è possibile conoscere ogni luogo e ogni popolazione, però sono sicuro che i miei viaggi e le lunghe permanenze sia in alcuni paesi latinoamericani che in Spagna siano il più valido aiuto su cui possa contare quando traduco. Inoltre, io instauro sempre un rapporto diretto con l’autore – se già non è un amico, lo diventa traducendo, scambiando pareri su ogni dettaglio – e questo credo sia fondamentale proprio per ricreare l’anima e l’identità del libro.

Lei ha vissuto a lungo nei paesi che hanno dato i natali agli autori delle opere che ha tradotto. È nato prima l’amore per quei paesi o per la loro lingua?

Prima nasce in me l’amore per il Messico, ma fin dal primo giorno di quel primo viaggio, è nato anche l’amore per la lingua, e poi l’appassionante curiosità verso le numerose differenze tra una lingua parlata e l’altra (e di conseguenza anche scritta), la straordinaria vitalità creativa, per esempio, dello spagnolo parlato in Messico che si evolve costantemente rispetto al castigliano della Spagna, più fermo sulla tradizione della lingua originaria.

Edmond Jabès ci insegna che alla lingua è legato il tema dell’ospitalità: è nella lingua che un paese mostra la sua predisposizione all’accoglienza. Pur considerando che lo spagnolo si parla in paesi che hanno storie diverse e popolazioni diverse, si può dire in generale che sia una lingua ospitale?

L’ho avvertito più con l’istinto che con la ragione, che lo spagnolo ha la caratteristica di “lingua ospitale”, ma probabilmente dipende anche dall’indole delle genti latinoamericane (pur con infinite differenze da un luogo all’altro), e questo deriva soprattutto dalle radici indigene e dal meticciato. Un’indole di apertura che riscontro anche in Spagna, pur se non quanto lo senta in America Latina, dove il contatto con l’altro è più immediato e schietto.

Come dice George Steiner, senza le traduzioni abiteremmo paesi che confinano con il silenzio. In che modo il lavoro del traduttore spezza le barriere tra i paesi, avvicinando e consentendo un dialogo tra le culture? In un periodo storico come questo, in cui l’altro è ancora guardato con sospetto e la parola “integrazione” produce spesso timore e resistenza, il traduttore può interpretare anche un ruolo politico, contribuendo così al superamento dei pregiudizi e alla crescita politica e sociale dei cittadini?

Mi piace pensare che la silente attività del traduttore possa favorire dialoghi con altre culture, e di fatto è così, però va considerato il ruolo dell’editore, che decide quali testi tradurre. Al traduttore, comunque, resta la possibilità di consigliare e far conoscere agli editori testi che rivelano altre realtà e altri mondi. Il libro è un veicolo straordinario per calarci a fondo nell’esistenza quotidiana di genti lontane e diverse.

Letteratura spagnola e letteratura latinoamericana. Sembra che in questo momento in Italia ci sia un rinnovato interesse per gli autori di questi paesi. Quali autori secondo lei non ricevono ancora la giusta attenzione da parte dei lettori italiani?

La letteratura latinoamericana – più di quella spagnola – ci ha sempre trasmesso la capacità di provare passioni, e ora più che mai, con l’Europa in crisi di valori e sempre meno capace di appassionarsi alla vita e alla sua straordinaria complessità. Il rinnovato interesse coinvolge editoria e lettori, e al momento c’è un’indubbia ripresa di attenzione, che porta a tradurre molti autori prima sconosciuti o addirittura agli esordi. Il problema è forse l’inverso: non abbiamo più molte occasioni di conoscere il passato di una grande letteratura. Per esempio, autori che hanno fatto la storia della letteratura mondiale come Octavio Paz o Juan Rulfo, non sono più editi, e per conoscerli occorre procurarsi i libri in originale (o nei casi più fortunati ricorrere alle biblioteche che ne conservano le traduzioni di tanti anni fa).

Si sta occupando di una traduzione in questo momento? Ci anticipa qualcosa?

Ho in “cantiere” vari lavori in corso, il romanzo di Antonio Ungar Tres ataudes blancos, per Feltrinelli, ambientato in un paese dell’America Latina solo apparentemente immaginario, feroce satira di certi presidenti tirannici che assume via via toni sempre più forti e coinvolgenti, fino al dramma finale concreto e reale, dove l’ironia lascia il posto a una struggente vicenda umana; sempre per Feltrinelli, il nuovo romanzo di Claudia Piñeiro, apprezzata in Italia per il precedente libro Tua. E una raccolta di saggi e articoli di Javier Cercas, per Guanda, autore che ha raggiunto un grande successo internazionale con Soldati di Salamina, di cui traduco l’intera opera. Successivamente, mi dedicherò al secondo romanzo del mio amico messicano Elmer Mendoza con protagonista il suo personaggio di poliziotto “onesto” nel Messico dei narcos, per l’editore La Nuova Frontiera.
Come dicevo prima con quasi tutti gli autori che traduco ho ormai un rapporto di amicizia (“quasi” nel senso che con alcuni la relazione è fatta di un fitto scambio di mail, in attesa di incontrarci), con altri, come Paco Taibo, l’amicizia è addirittura fraterna, e questo mi pare il lato più proficuo e piacevole del mestiere del traduttore.
In un solo caso non è stato possibile entrare in confidenza diretta con l’autore: traducendo diversi scritti di Ernesto Guevara, in particolare il cosiddetto “diario della motocicletta”, uscito con il titolo di Latinoamericana, più andavo avanti e più sentivo una forte vicinanza e coinvolgimento con quella sua maniera di raccontare così immediata, capace di trasmettere sensazioni vive e profonde, e ogni tanto mi sembrava strano non potergli scrivere…

Cronache di frontiera

“La cronaca è una favola vera”

Gabriel García Márquez

“La cronaca è un modo di guardare e raccontare il mondo”

Martín Caparrós

Sarà in tutte le librerie ad ottobre la nostra prima collana di non fiction. Si chiamerà Cronache di frontiera e raccoglierà le opere del miglior giornalismo narrativo attuale. Questo genere ha avuto come padrini Truman Capote, Rodolfo Walsh, Gay Talese, è cresciuto ed è diventato famoso grazie a giornalisti del calibro di Kapuscinski e Hunter S. Thompson, e nel panorama attuale ha dimostrato la sua maturità nelle opere di David Foster Wallace, tra gli altri.

Negli ultimi anni il giornalismo narrativo ha conquistato il favore di pubblico e critica soprattutto in America Latina dove contaminandosi con la tradizione anglosassone ha dato vita alle crónicas e alla ricchissima scena delle riviste giornalistiche che stanno facendo emergere nuove e interessanti voci di giovani autori che per capire il mondo e il tempo in cui sono nati mescolano realtà e poesia, indagine e narrazione.

«Il giornalismo è nato per raccontare storie» ha affermato Tomás Eloy Martínez, giornalista e scrittore argentino, e le Cronache di frontiera – analizzando un fatto della vita quotidiana con sensibilità e senso critico spesso accompagnato da forti dosi di ironia – offrono al lettore la narrazione del reale. Non basta leggere di più per sapere di più: la realtà ha bisogno della narrazione per essere compresa. In tempi in cui l’accumulo di informazioni rischia di farci perdere il valore e la necessità dell’approfondimento e della comprensione le Cronache di frontiera ci fanno riscoprire il piacere e l’urgenza della narrazione: ci raccontano delle storie, storie reali.

Le nostre cronache sono un genere ibrido, mutante, composto da ingredienti tipici del romanzo, del reportage giornalistico, del racconto, del saggio… che “mescolati” insieme danno vita ad un testo che va oltre la mera rappresentazione della realtà. Una realtà che esplora frontiere sconosciute: quelle tra nazioni, quelle interne alle grandi città, ai piccoli paesi. Le Cronache di frontiera attraversano frontiere geografiche e letterarie.

La collana verrà inaugurata da opere di autori provenienti principalmente dai paesi dell’America Latina perché, proprio da quel continente, provengono le voci più significative e innovative che utilizzano il genere della cronaca come strumento di indagine della realtà, restando sempre allerta per scoprire “nuove frontiere”.

Due i titoli che inaugureranno la collana: Operazione Massacro di Rodolfo Walsh, libro precursore del nuevo periodismo latinoamericano e Cronache dal continente che non c’è della giornalista messicana Alma Guillermoprieto.

Un ricordo di Mario Benedetti

Oggi, 14 settembre, Mario Benedetti avrebbe compiuto novantun anni. In suo ricordo pubblichiamo questo splendido pezzo di Gioconda Belli

Non si sarebbe  detto che Mario Benedetti era un poeta. Era un uomo di statura media, la schiena un po’ ricurva, il viso calmo e osservatore, i baffi, forse, erano i soli a rivelare che si trattava di una persona con una particolare percezione di sé . Nelle riunioni non era il più vivace, né il più rumoroso. Guardava tutto quanto con occhi da gran conoscitore, ma senza mai vantarsi della sua profondità o della sua saggezza.
Sorrideva con quella malinconia propria della gente del sud, gente che ha sofferto e che vive l’allegria e il riso con parsimonia, senza sminuire l’importanza di coloro che sanno far ridere gli altri.
Alle riunioni era una presenza gradevole, senza un minimo di arroganza né smania di attirare l’attenzione. Accompagnava lo spirito del gruppo senza perdere il suo baricentro, gli occhietti da lepre attenti al movimento: un uomo profondo che si abbeverava al mondo in silenzio e senza strepito.

Quando lo conobbi all’Avana nel 1981, nel suo ufficio alla Casa delle Americhe, volli dirgli, e credo gli dissi, quanto mi avesse accompagnato.
Durante il mio esilio in Messico e in Costa Rica ricordavo intere notti passate a leggerlo avidamente. La sua poesia mi faceva riappacificare con me stessa. Gli dissi che i suoi poemi erano come il grilletto di una pistola che mi esplodeva dentro e mi riempiva di parole, di echi. Non c’era volta che lo leggessi senza farmi possedere dal desiderio di scrivere poemi anche io. Mi apriva la strada verso un’intimità che mi rivelava cose di me stessa che ignoravo prima di leggerlo. Lui sorrise mentre mi ascoltava, mi ringraziò per il complimento con un lieve movimento del capo e continuò a parlare del suo lavoro alla Casa delle Americhe dove coordinava il Premio cubano della cui giuria feci parte quell’anno.

Vidi Mario tante altre volte. Divenne un amico, una presenza vicina, uno di quei privilegi che la vita ci concede con la sua misteriosa generosità. Venne in Nicaragua durante la rivoluzione, parlando come era solito fare, con un’umiltà dolce e vera che lo rendeva ancora più adorabile, perché sapendo di chi si trattava, ci si meravigliava di vedere quell’essere il cui nome in America Latina stava sulla bocca di tutti comportarsi con quella semplicità. La semplicità che lo rendeva esattamente il poeta che era, trasparente, senza artifici, un cittadino della vita consapevole che il suo compito era vivere e raccontare.

Andai a visitarlo a Montevideo nel 2008. Mi sembrò un guscio di noce, raggrinzito e fragile nella poltrona dove mi accolse a casa sua. Era già molto malato. Sua moglie Luz era già morta, la solitudine e la tristezza circondavano la sua intimità di passeggero che non riusciva a mettersi comodo neanche in vecchiaia, neanche a ridosso della morte. I suoi occhi vivaci continuavano a brillare. Se possibile brillavano ancora di più rispetto ad alcuni anni addietro quando viveva di più la sua vita. Parlammo di poesia, di Nicaragua. Mi raccontò della sua ingrata stanchezza, ma anche dei suoi progetti, dei libri che continuava a scrivere. E piansi quando me ne andai, quando la porta del suo appartamento si chiuse dietro di me e di Hortensia Campanella con la quale ero andata a visitarlo. Sapevo che non lo avrei più rivisto. Era chiaro che si stava spegnendo come un cero che emana il suo ultimo bagliore. E la certezza che si sarebbe spento, che quella parola si sarebbe diluita nel tempo e nella pioggia, mi riempì di tristezza e di insofferenza.

Ora Mario ha lasciato il suo appartamento. Non tornerà ai suoi libri, alla sua poltrona accanto alla finestra. Non scriverà più i suoi versi con la mano tremolante. Il vuoto lasciato dallo spazio che occupava è una tacca dolente nell’albero della poesia viva dell’America Latina. Se ne è andato nel cielo dei poeti e credo sarà uno di quelli che più si affacceranno alle finestre della notte stellata. Così placido e dolce come era, ho la certezza che sarà uno di quelli a cui più mancherà stare qui, ascoltare il suono degli altri, catturare il movimento del sole sul marciapiede, il trascorrere dei pomeriggi, il mormorio delle coppie nei parchi, perché nessuno come lui era capace di creare quel silenzio interiore che si richiede per ascoltare, per essere attenti, per catturare il battito altrui, quello che rendeva la sua poesia così nostra, come se la scrivesse da un cuore che prestava a chiunque e che restituiva arricchito.

Diari di traduzione 5/Morirse de memoria

09/09/2011

Se il primo libro di un traduttore non si scorda mai, posso ormai assicurare che nemmeno il secondo, dato che gli si dedica una tale quantità di tempo che entra a far parte della quotidianità. Quando non vedi l’ora di lavorarci, quando ti ritagli anche una mezz’oretta tra un impegno e l’altro, quando non hai tempo ma devi farlo o semplicemente quando faresti anche dell’altro, la traduzione da portare avanti e perfezionare è sempre lì che ti aspetta e ci si sente un po’ come il pittore che con il pennello più piccolo che ha deve ritoccare le sbavature in un affresco gigantesco.

Ripensando a Morire di ricordi, chi sceglierà di vivere l’avventura del rompecabezas capirà cosa intendo se dico che in ogni fase del lavoro, dalla lettura in lingua originale alla prima stesura e persino durante le molteplici riletture, ho sperimentato i più svariati stati d’animo, passando a volte dall’angoscia al riso o dalla rabbia allo sfinimento in men che non si dica. Alcune immagini incredibili vi resteranno in testa per sempre, alcune frasi ripetute più volte nel libro entreranno nel vostro modo di parlare diventando una specie di lingua in codice che gli altri non capiranno, vi inizierete a porre mille domande, gli oggetti di tutti giorni si mostreranno sotto una luce diversa e finirete per parlare con loro, o da soli (è uguale). Ve lo assicuro, a me è successo…

Chiara Muzzi