Ana María Matute

Autrice di una trentina di opere narrative, di cui la Sellerio ha avviato il recupero, Ana María Matute (classe 1926) fa parte della generazione dei cosiddetti jóvenes asombrados, termine da lei coniato per definire quegli autori che hanno vissuto gli anni dell’infanzia e adolescenza nel pieno della Guerra Civile spagnola o nel dopoguerra, rappresentando tali esperienze e mettendo in discussione i valori imposti dal nuovo assetto politico. Ana María Matute scrive racconti fin dall’infanzia riscuotendo un immediato successo che la portò a vincere il Premio Planeta con il suo primo romanzo Piccolo teatro, scritto nel 1943 ma pubblicato solo nel 1954. Il tema della guerra civile è sempre presente nelle sue opere, sebbene in maniera velata o traslata che le permise di continuare la produzione letteraria per tutti gli anni del regime franchista. Ottiene la massima onorificenza spagnola entrando nella Real Academia nel 1996, tre candidature al Nobel e il Premio de Literatura Miguel de Cervantes 2010. Tra le sue opere pubblicate in Italia ricordiamo: Prima memoria, Piccolo teatro, Cavaliere senza ritorno, Festa al Nordovest e Dimenticato re Gudú.

Pomeriggio plumbeo da insolazione a Barcellona. Doña Ana María si avvicina  silenziosamente al sofà. Sta scrivendo un romanzo di cui non vuole svelare niente e osserva con tristezza l’acqua che i suoi ospiti bevono per calmare la sete. Lei preferirebbe un gin tonic.

Domanda. Mi sa che quella bambina che si infilava felice nella stanza buia, ora non trova poi tanto divertente la stanza buia in cui si è trasformato il nostro paese.

Risposta. Non tanto, non tanto. Pensa alla povera gente che viene sfrattata, con la nonna a carico, non è che non l’abbia mai visto prima perché queste cose sono sempre successe. Certo… Ma di politica non parlo perché non me ne intendo.

D. Si può essere uno scrittore senza prendere in considerazione la politica?

R. Assolutamente sì.

D. Ho i miei dubbi.

R. Sono sempre stata di sinistra, ma non mi sono mai legata a un partito. Le mie aspirazioni sono il desiderio di giustizia e non essere ingannata. Ingenua, innocente, lo sono, però stupida, no.

D. È rimasta innocente?

R. Purtroppo sì, me la danno a bere ogni giorno.

D. Una volta disse di averla persa l’innocenza. In che momento?

R. Be’, si fa per dire. L’ho persa con l’età giusta, quando ti dicono che la Befana sono i tuoi genitori. Sono scoppiata a piangere. Ci credevo a undici anni, però poi l’ho scoperto, assieme alla guerra. L’ho persa quasi del tutto quando mi sono resa conto che la Befana ero io.

D. Sta scrivendo?

R. Sì, il problema è che le vertigini mi rendono la vita impossibile. Non le auguro a nessuno; be’, a dire il vero a qualcuno sì. Non cado per mia volontà. Però la testa mi funziona: è sottosopra come sempre.

D. Ha sempre avuto la tendenza a perderla la testa. Grazie a Dio.

R. È un modo come un altro di perdersi.

D. Di che cosa parla?

R. Eh no, i libri non si possono svelare. Ne ho parlato un po’ al mio editore di Destino, però non troppo, altrimenti nuocerebbe al libro. Tratta di un intreccio di più cose, che alla fine sfocia in una rivoluzione che è la storia stessa… Una fesseria questo che ti ho appena detto.

D. Può andare bene.

R. Assomigli tanto a un mio ex-alunno degli Stati Uniti! Però non puoi essere lui, ovviamente.

D. No, signora, non sono io.

R. Che vecchia che sono.

D. Però sempre vanitosa.

R. Mica tanto. Diciamo che mi piace vestire bene.

D. Visto che non vuole raccontarmi del suo libro, mi parli della sua vita.

R. Oddio. Ho avuto una vita molto intensa, ho conosciuto gente molto interessante, una vita migliore della media. Ho viaggiato molto, specie con il mio secondo marito.

D. Quello buono?

R. Sì, quello buono.

D. Quello cattivo la teneva legata al letto?

R. Non è che mi tenesse legata, è che con lui niente era possibile. Non faceva niente.

D. Era una faccia tosta?

R. Oddio. Sì.

D. Diamogli una lavata di capo.

R. Ormai è morto… Era poeta. Lei, a ogni modo, faccia qualche domanda in giro, vedrà che la gente ne ha da raccontare. Aveva una simpatia tutta sua, un non so che di attraente, con un mondo molto personale, molto colto, ma molto conflittuale, che mi fece molto male. Era uno scansafatiche e un ubriacone tremendo. A dirla tutta, non do tanta importanza al fatto che fosse un ubriacone. Non c’è niente al mondo che mi piaccia di più di un gin tonic. Anche se mio figlio mi tiene d’occhio.

D. Dev’essere un momento terribile quando i figli diventano i genitori.

R. Hai definito la mia situazione!

D. Parliamo di quello buono.

R. Non era spagnolo ma francese.

D. Con lui, a quanto si dice, ha passato una notte brava a Honk Kong, una specie di rivelazione.

R. Dove lo hai letto? Forse ti riferisci a quando ho fatto l’amore con l’uomo della mia vita sopra il fiume delle Perle… Sì, è successo con lui, è vero.

D. Poi non si è più rinnamorata?

R. Nooooo, macché.

D. Eppure a me hanno raccontato che lei era facile all’innamoramento.

R. No, non proprio, anche se ho avuto molti fidanzati. Ero abbastanza carina.

D. Ora mi sembra stupenda, mi vien voglia di farle la corte.

R. Sì, come no… A dire la verità, sono sempre stata innamorata dei racconti, delle leggende. Ecco spiegato il mio fascino per il Medioevo. Mi dicevano: guarda che non è mica fantasia. E io pensavo: e che ne sanno loro! Il problema è proprio questo, che abbiamo perso l’innocenza.

D. Siamo arrivati a due. Quante altre perdite d’innocenza rimangono?

R. Diverse. Da bambina vedevo cose strane, statue che si muovevano, i bambini percepiscono molte cose. Un inglese che conosco, a due anni – doveva per forza essere inglese – vedeva una lady che attraversava le pareti. Per lui era vero. Io non lo raccontavo a nessuno, erano cose mie che tenevo per me. Non lo condividevo.

D. Per paura?

R. Noooo. Da bambina ero balbuziente perché mia madre era molto severa. Però, dopo i bombardamenti, durante la guerra, mi è passato. Quando mia madre diceva: “Ana María!”, tremavo, pero non a causa sua, per colpa mia, che avrò fatto? mi dicevo. Viceversa, mio padre era un’oasi di pace e allegria. Un mediterraneo che avrebbe potuto essere amico di Ulisse, invece mia madre sembrava una castigliana di quelle che sarebbero andate d’accordo con il Cid.

D. Quando inizia a raccontare le sue storie, lo fa prima di tutto oralmente?

R. No, mai.

D. Me ne sono accorto. Sul romanzo non apre bocca. Teme che io possa perdere l’innocenza?

R. Non credo che perderai l’innocenza se te lo racconto. In ogni caso, la recupereresti. Non parlo dell’innocenza idiota, ma dell’ignoranza del male.

D. La purezza di spirito?

R. Esattamente. La bontà.

D. Quella cosa tanto disprezzata…

R. È più rara la bontà dell’intelligenza.

D. Tuttavia, sono entrambe utili.

R. Senza dubbio.

D. A volte anche le persone migliori possono perdere l’innocenza?

R. Ti resta sempre una barriera per tenere alla larga il male, la ribellione.

D. Continua a notarlo?

R. Indubbiamente. Il male è lì fuori, che ci ronza intorno. In Europa, è sempre stato così. Se negli Stati Uniti hanno perso l’innocenza con la guerra del Vietnam, in maniera brutale, noi non sappiamo dove sia dai tempi di Viriato.

D. Meno male che la gente a lei vuole bene.

R. Molto, mi incontrano per strada e mi dicono: ho letto tutti i suoi libri. Bugie, credo…

D. Non li ha letti neanche lei.

R. Io? Meno di tutti. È già tanto se li scrivo! Ieri ho avuto una giornataccia.

D. Come mai?

R. Perché non mi veniva niente e, sai, inizi a stracciare le pagine.

D. Si riferisce a quel libro di cui non ha proprio voglia di parlarmi.

R. No. Pensi: ma dove credi di andare, decrepita, sei finita, mettiti a fare la calza. Mi tratto sempre così e anche peggio. Però oggi ho ritrovato l’atmosfera… Come dire. Quando ti succede, è come se ti si conficcasse un sasso nel cuore… Stucchevole, no?

D. La capisco, ma che vuole farci… È felice?

R. Felice? Che cos’è la felicità? Sono solo attimi. Quello che non esiste, credo, è la disgrazia continua; mentre la felicità intensa, come quella che ho provato io, così di continuo? Non credo la sopporterei.

Print Friendly

Traduzione di Massimiliano Bonatto

Nato e cresciuto ai bordi della foresta (quella del Cansiglio) ha da subito avuto una spiccata predisposizione per imboscarsi, specie nei libri, e da questa condizione di imboscato, dopo varie peripezie che lo hanno portato in giro per l'Europa e alla laurea in traduzione a Venezia, ha deciso che era ora di venire allo scoperto. Ora, divide il suo tempo tra la Spagna e l'Italia traducendo, un po' insegnando e senza mai dimenticare l'antica passione che lo aveva portato in bosco. Collabora con la casa editrice Odoya traducendo saggi di musica, arte, sociologia e via di seguito. Destreggiandosi tra qualche traduzione tecnica e turistica, aspetta l'occasione di dedicarsi alla letteratura, magari ispanofona, la vera aspirazione che gli ha fatto prendere la strada.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *