Amici messicani, di Juan Pablo Villalobos

Esce oggi in libreria il libro di Diego Enrique Osorno «Z. La guerra dei narcos». Cogliamo l’occasione per pubblicare questo bell’articolo di Juan Pablo Villalobos, scrittore messicano, che ci racconta come ha conosciuto Osorno e l’importanza del suo lavoro di giornalista in un Paese difficile come il Messico. Buona lettura

traduzione di Thais Siciliano

«Le bande di assassini hanno introdotto nei loro squadroni della morte cameraman e fotografi, alcuni meno improvvisati di altri, che si occupano di documentare i loro crimini con delle riprese che poi vengono inviate direttamente al Blog del Narco. All’interno del commando un fotografo o un cameraman hanno la stessa importanza di un sicario. Altrimenti chi immortalerebbe con sguardo d’autore tutti quegli omicidi che poi vengono caricati sul Blog del Narco (o, quando va male, su Youtube per pochi minuti)? Primo piano sulla decapitazione, carrellata in avanti sulla raffica di mitra. Aspetta che metto il grandangolo per far entrare tutti i cadaveri nella foto. Accendi la luce che non si vede bene come gli taglia- mo la testa, sennò devo usare il flash.»

Ho conosciuto il giornalista Diego Enrique Osorno all’inizio di quest’anno, in Brasile. Diego, nato nel 1980 a Monterrey in Messico, era a San Paolo per partecipare a una serie di riunioni a porte chiuse della Commissione Latinoamericana su Droghe e Democrazia, con a capo gli ex-presidenti Ernesto Zedillo, César Gaviria e Fernando Henrique Cardoso. Era riuscito a infiltrarsi grazie all’invito dall’attore messicano Gael García Bernal. In realtà la missione di Diego era molto più frivola di quel che poteva sembrare: si trovava in Brasile per intervistare Gael e scrivere un suo profilo per la rivista Gatopardo.

Un paio di mesi prima, durante le mie vacanze di Natale in Messico, avevo letto il reportage “Nessuno si ricorda di Julián”, con cui Diego aveva vinto il Premio Internacional de Periodismo istituito dalla rivista Proceso. Julián era il fratello di Carlos Slim, l’uomo più ricco del mondo. Secondo le indagini di Diego, Julián aveva fatto parte della Dirección Federal de Seguridad, l’organo di polizia responsabile della guerra sporca contro i dissidenti negli anni Settanta. Diego, che nonostante la giovane età aveva una lunga esperienza come reporter del narcotraffico, aveva deciso di pestare i piedi all’uomo più potente del Messico.

«Sui giornali messicani il fenomeno del narcotraffico viene analizzato da un punto di vista molto ridotto. Si contano i morti, i mitra – i cosiddetti cuernos de chivo – sequestrati, quanti chili di marijuana sono stati bruciati, quanti poliziotti arrestati… Sembra che non esistano altri approcci al problema se non quello meramente statistico. Un altro modo di guardare al fenomeno del narcotraffico potrebbe essere concentrarsi sull’aspetto economico. Il narcotraffico, lo dice la parola stessa, è un problema di commercio illegale. Che tipo di struttura finanziaria serve per importare in Messico cocaina proveniente da un Paese del Sudamerica? Quanti soldi servono per spedire a Ibiza le pasticche prodotte a Tierra Caliente, nel Michoacán? Che tipo di logistica serve per trasportare la marijuana coltivata sulle montagne di Oaxaca fino a Città del Messico? Come spendono i loro soldi gli Zetas? Quanto costa avere un punto di spaccio di crystal meth a Monterrey?»

Era prevedibile che io e Diego prima o poi ci saremmo incontrati. Nel 2010 avevo pubblicato Il bambino che collezionava parole, romanzo narrato da un bambino figlio di un narcotrafficante. Negli ultimi anni Diego aveva scritto parecchi articoli riguardo alla cosiddetta guerra contro le droghe del presidente Calderón. E così, com’è prevedibile per due persone che hanno molti amici in comune e sanno usare Facebook, una domenica ci ritrivammo a mangiare picanha e a bere cachaça a Barão Geraldo. C’era qualcosa di sinistro nel fatto che due messicani che si erano appena conosciuti, accompagnati da una brasiliana e da due bambini messicani-brasiliani, si raccontassero per ore e ore macabre storie di narcotraffico in un locale di quella città universitaria. Qualche anno prima quella conversazione non sarebbe stata possibile. Anzi, senza la guerra contro le droghe è molto probabile che io e Diego non avremmo neppure avuto la curiosità di conoscerci.

«Anche se circolano decine di migliaia di articoli sugli Zetas (secondo Google quattro milioni e mezzo) per molte persone è ancora poco chiaro cosa significhi questa lettera da sempre trascurata e che ultimamente invece sembra diventata la più importante dell’alfabeto messicano: gli Zetas sono davvero quella sofisticata organizzazione di misologi che, a detta del governo, provengono da un corpo di militari d’élite addestrati negli Stati Uniti e che dal 2000 sta facendo parlare di sé su questa sponda del Río Bravo? Oppure Zetas è il nome con cui si camuffa qualsiasi bersaglio della pulizia sociale promossa da entità che, per interessi diversi, si approfittano di una crisi politica che dal 2007 viene nascosta da una guerra interna? Si tratta di un’utopia sociale postmoderna o di una nostalgia collettiva della Guerra Fredda? O magari gli Zetas sono uno dei tanti gruppi del narcotraffico nazionale che solo per pura casualità hanno la stessa giovane età della democrazia messicana?

Non c’è accordo neanche sull’origine del nome della banda: perché usare l’ultima lettera dell’alfabeto? Perché dopo la z non c’è niente, come mi disse un giorno lo scrittore Marco Lagunas a Città del Messico, o, come si pensa nel nordest, per via dei codici radiofonici che anni fa i militari del Tamaulipas usavano per identificarsi?»

Diego aveva cominciato come reporter subito dopo l’adolescenza. Fino al 2007 aveva seguito quello che lui definisce “un corso intensivo di realtà nazionali”, scrivendo di scioperi, repressioni, insurrezioni, incidenti e narcotraffico, senza soluzione di continuità. Racconta che, stando ai dati di una cartella del suo computer, aveva scritto settemila articoli in dieci anni. Tuttavia, nel 2007 sentì che qualcosa non andava: non voleva limitarsi a registrare quanto accadeva, seguendo un tracciato prestabilito. Diego voleva narrare, sentirsi coinvolto, voleva allontanarsi da un approccio giornalistico che trattava la violenza del narcotraffico da un punto di vista statistico. Istigato dalla lettura di 2666, il romanzo di Roberto Bolaño, intuì che esisteva un altro modo di raccontare quanto stava accadendo in Messico, e decise di abbandonare la cronaca giornalistica perché aveva scoperto che detestava essere un giornalista-rambo. Quel che Diego aveva capito, in fin dei conti, era che la nuova realtà messicana esigeva nuove forme narrative. Era impossibile catturare l’orrore della violenza del narcotraffico scrivendo necrologi.

A poco a poco, Diego abbandonò le pagine dei giornali – anche se mai del tutto – e cominciò a occupare quelle delle riviste di giornalismo narrativo, soprattutto Gatopardo ed Etiqueta Negra. Le sue cronache finirono per diventare dei libri: Oaxaca sitiada: la primera insurrección del siglo XXI (2007), El cartel de Sinaloa. Una historia del uso político del narco (2009), Nosotros somos los culpables. La tragedia de la guardería ABC (2010) – riguardo a uno dei casi più terribili della recente storia messicana: l’incendio in un asilo di Hermosillo, nel Sonora, nel quale morirono quarantanove bambini –, Un vaquero cruza la frontera en silencio (2011) e Z. La guerra dei narcos (2012). Inoltre, ormai da anni sta scavando in un mucchio di scatoloni pieni di documenti, riviste, libri e foto per scrivere la biografia di Carlos Slim, un progetto titanico di cui non è ancora riuscito a liberarsi.

Negli ultimi anni, parlare degli Zetas in Messico è diventato allo sesso tempo un tabù e una mania. Nel nuovo scenario di violenza generalizzata, gli Zetas fecero irruzione con una regola tutta loro: non rispettare nessuna regola. Oltrepassarono ogni frontiera dell’orrore, persino quelle che i vecchi gruppi criminali rispettavano.

Le storie scabrose si accumularono finché non si arrivò a un momento di paranoia collettiva, in cui gli Zetas erano i responsabili di tutto: omicidi legati al narcotraffico, sequestri, attentati, rapine, ricatti, estorsioni telefoniche, incasso di “imposte”. Ma nessuno sapeva per certo chi erano. Gli Zetas erano il culmine di tutte le ipotesi sul crimine organizzato. Uscendo dal campo ristretto del mondo criminale e nel tentativo di comprendere il fenomeno da una prospettiva sociale, Diego lo sintetizzò in questo modo:

«Gli Zetas rappresentano quello che tutti noi siamo. «Per i soldi si fa qualsiasi cosa.» Sono loro la piaga, il sintomo di una malattia che ha colpito l’intero corpo sociale.»

Gli Zetas, per uno scherzo del destino, videro la luce proprio nella regione dove nacque Diego.

«Ho scritto il mio primo articolo sugli Zetas nel 2001, avevo vent’anni. In quell’articolo parlavo di un’operazione della polizia contro il traffico di droga che ha segnato uno spartiacque nel mondo del narco- traffico della Frontera Chica, come noi chiamiamo il piccolo territorio dello stato del Tamaulipas che confina col Texas. Alcuni soldati delle forze speciali erano scesi dal cielo di notte, con paracadute mimetici, su Guardados de Abajo, villaggio alla periferia di Ciudad Miguel Alemán, zona d’azione di Gilberto García Mena, uno storico trafficante di droga non molto conosciuto che, fino al giorno del suo arresto, aveva fatto da mediatore tra gli interessi economici degli imprenditori narcos del nordest e quelli dei narcotrafficanti del Sinaloa che per primi avevano iniziato a esportare la merce richiesta dai consumatori degli Stati Uniti.

In quell’occasione ho realizzato il mio primo servizio come inviato per un notiziario della televisione di Monterrey e sono entrato in una casa a due piani che da fuori sembrava normale, ma dentro, le camere da letto, la sala da pranzo, la cucina e i bagni erano stivate di tonnellate di marijuana dentro scatole di cartone plastificato. In quel paesino circondato dall’esercito ho intervistato, in mezzo all’aroma dell’erba, il giudice che era a capo dell’operazione, ai tempi uno sconosciuto José Luis Santiago Vasconcelos che qualche anno dopo sarebbe diventato lo zar dell’antidroga e che morì nel novembre del 2008 quando l’aereo su cui volava precipitò a causa di un incidente – ebbene sì, per quanto strano possa sembrare – su una delle strade principali di Città del Messico all’ora di punta.»

So che il frammento di cui sopra sembra estratto da un romanzo, ma disgraziatamente non è così. In Messico, tra romanzieri ci diciamo che la realtà ci fa una concorrenza sleale. Per quanto possiamo esagerare, sembra che non riusciremo mai a immaginare le notizie che ci attendono il giorno successivo: Che cos’è successo al Messico? È la domanda che molti di noi si fanno, angosciati e oppressi dalla tristezza. Io non voglio conoscere persone ammirevoli che sono tali perché si rifiutano di voltare le spalle al dolore. Non voglio amicizie nate dall’ammirazione per il modo in cui riescono a descrivere la violenza. Non voglio amici che mi raccontino che a volte si sono sentiti in pericolo, che mi confessino di aver dovuto abbandonare il Paese per un certo periodo dopo aver indagato sui panni sporchi dell’ennesimo politico corrotto. Non voglio, non vorrei: ma questa è la realtà del Messico. Per quanto? Per quanto?

I testi in citazione appartengono al libro «Z. La guerra dei narcos», di Diego Enrique Osorno, traduzione di Francesca Bianchi, pp. 432.

Print Friendly

Traduzione di Thais Siciliano

Laureata in Traduzione all'Università di Torino con una tesi su Alejo Carpentier, subito dopo la laurea ha cominciato a tradurre romanzi e saggistica dallo spagnolo e dall'inglese per diverse case editrici. È una lettrice vorace e instancabile e gestisce i blog Diario di una traduttrice editoriale (http://diariodiunatraduttrice.wordpress.com) e Solo libri belli (http://sololibribelli.wordpress.com), oltre a collaborare con il service editoriale La Matita Rossa e con il blog Libri in Metro. Attualmente si divide fra Pavia, dove vive, e Torino, dove insegna inglese in una scuola superiore, ma non ha ancora abbandonato il sogno di vivere di sola traduzione.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *