Afonso Cruz, La morte non ascolta il pianista

Il deserto, un saloon, un pistolero di nome Harold Estefania e Rose Grant, la bionda. Sono gli ingredienti del western preferito di Rosa, la protagonista di Gesù beveva birra.

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Io sono il deserto.
Tutti i deserti sono uguali perché quando stiamo in compagnia possiamo stare in compagnia in mille modi diversi. Dipende da chi ci sta intorno, o da ciò che ci circonda. Ma la solitudine è una sola, è sempre la stessa. Per questo, io sono tutti i deserti in tutta la loro vastità, poiché la mia solitudine è la solitudine di tutte le persone, di tutti gli esseri viventi, di tutte le pietre, di tutte le perdite.
Anche se sono come sono, pieno di sabbia, molta gente è già passata di qui. Di solito mi rifiutano come dimora permanente e sono considerato un luogo di passaggio, come una puttana, o come la vita. Ma io sono il luogo prediletto da Dio, il luogo che Egli creò per poter stare da solo. Le religioni monoteiste sono nate nel deserto. Se non in mezzo alla sabbia, per lo meno in mezzo all’anima. E in queste solitudini non sono mai nati vari dèi, ma un unico dio, un vecchio geloso, come quello di Mosè, o di Gesù o di Maometto. Qui non c’è spazio per la molteplicità, che è un inganno politeista, bensì per l’unità, per la solitudine. Ma, soprattutto, la mia importanza è questa: non c’è nulla nella Morte, né nella Natura, né nell’Universo, che il deserto non abbia già detto all’Uomo.
La mia sabbia, che le persone dicono sia di debole impronta, è l’opposto di ciò che mi viene falsamente attribuito. Io ho memoria di tutto, tutto è impresso nel mio corpo, su cui crescono i cactus e dove i ragni si nascondono dal sole.
Potrei dunque parlare di Mosè, di Gesù, di Maometto, o di coloro per i quali il deserto fu il luogo dell’epifania. Ma preferisco parlare di un pistolero: Harold Estefania.
Il ricordo che ho di lui, impresso nella mia sabbia eterna, granello per granello, è la mia salvezza. Non voglio saperne di oasi, di acqua, ma soltanto di anime. È questo che bevo. E Harold Estefania mi ha dissetato. Ho dato vita alle palme e ai loro datteri – più dolci di una poesia – , ho sentito i cammelli attraversarmi per secoli, ho sentito i tamburi tuareg dirmi con la musica ciò che è visibile in cielo, ho sentito i piedi di Dio schiacciarmi il petto. Ma, soprattutto, sono orgoglioso di aver sostenuto gli zoccoli del cavallo di Estefania.

-2-

Il tramonto si sdraiava nel fumo della sua sigaretta. Harold Estefania dondolava il corpo da una parte all’altra mentre il cavallo andava a passo. Aveva gli occhi socchiusi, le mani socchiuse, l’anima socchiusa. In fondo, due piccole alture rocciose guastavano l’orizzonte. E, ancora più in fondo, si avvistava una città recentemente eretta sulle mie sabbie. Case di legno, un saloon pieno dei tasti di un piano, una bionda di nome Rose Grant, polvere e cavalli.
Harold Estefania entrò in città. Gli uomini si scansavano quando passava e le donne sospiravano, sentivano il cuore cavalcare fuori dal petto. Gli angeli di Dio volavano al suo fianco come mosche. Harold Estefania scese da cavallo vicino al saloon ed entrò, con le gambe arcuate, gli stivali pieni di polvere – come una vecchia soffitta – e un fiammifero in bocca, che gli ballava tra i peli dei baffi. Il pianista smise di suonare e gli uomini smisero di bere.
«Dove sta?» chiese Harold Estefania, portando la mano destra alla fondina.
«Chi?» chiese un vecchio.
«La bionda» rispose Estefania.
Il vecchio fece un gesto con il mento a indicare il piano di sopra. Due donne fissavano il pistolero, una era rossa e con un leggero sorriso dipinto di vermiglio. L’altra si aggiustava il petto nella scollatura.
Harold Estefania camminò fino al bancone, posò il cappello, accostò il piede alla sputacchiera di ottone e ordinò un whisky. Lo bevve d’un fiato. Si passò la mano sinistra sulla barba di una settimana, si arrotolò una sigaretta e la accese. Vide il suo riflesso allo specchio: un uomo magro, con il viso scavato, labbra grosse e occhi fini.
Prese il cappello e si diresse verso le scale. Appoggiò la mano sul corrimano e salì lentamente, senza guardarsi indietro.
«Cosa vorrà dalla bionda?» chiese la rossa.
Il pianista, che nel frattempo aveva ricominciato a suonare, si fermò nuovamente e bevve la birra appoggiata sopra al pianoforte.

– 3-

La bionda aveva i capelli sciolti, che le cadevano lungo le spalle. Estefania pensò che era la luce del sole a scivolarle lungo il corpo. Miss Grant si girò verso il pistolero e inclinò la testa da un lato. Aveva un sorriso allegro ed era nuda dalla vita in giù. Harold Estefania la guardò negli occhi, ignorando la nudità che si riversava di fronte a lui. Prese la pistola con la mano sinistra, poiché era mancino, e con la canna si aggiustò il cappello.
Harold Estefania era stato incaricato di uccidere la bionda. E disse proprio questo:
«Sono la Morte.»
La bionda sorrise mentre si vestiva.
«Anche io» disse lei. «Non hai idea di ciò che riesco a far morire e delle piccole morti che ho già provocato solo con il contatto del mio corpo.»
Estafania pensò: sì, nessuno muore una volta sola. Accostò l’arma alla testa della donna.
«Io sono la Morte» ripeté.
La bionda non batté ciglio e il sorriso seppe mantenersi rossastro e beffardo.
Il pistolero abbassò l’arma e, per la prima volta, sentì una vertigine strana sulla pelle, qualcosa che lo fece rabbrividire. Guardò la bionda negli occhi e la vertigine gli entrò dentro al corpo, gli aprì la carne fino al cuore. Estefania sentì le gambe tremare, le narici dilatarsi, ed ebbe paura. Stava succedendo qualcosa, che lui però non riusciva ancora a identificare. Continuò a fissare gli occhi chiari della bionda e allora capì che si stava innamorando. Era come uno di quei santi anacoreti che, dopo avermi adottato come casa, dopo anni di deserto, vedono Dio. Vedono dei rovi che ardono e si inginocchiano dinnanzi alla visione della Divinità. Si lancerebbero in quel fuoco, darebbero la vita, si denuderebbero come fa l’anima con il corpo quando muore, farebbero qualsiasi cosa, poiché amano all’infinito. È per questo che gli uomini chiamano Dio questo fuoco, perché è un sentimento di pienezza. Può impiegare anni a crescere, invisibile, nascosto nel corpo, o può apparire come un singhiozzo, da un momento all’altro. Non è necessario che abbia un aspetto compatibile o un corpo che si incastri nel nostro. Può essere un’idea, può essere un abisso. Non importa, perché quando vediamo questo rovo ardente, non c’è più l’Io e non c’è più l’Altro. È tutta sabbia a perdita d’occhio, è tutta luce che brucia le viscere.

-4-

Harold Estefania si sedette sulla sponda del letto, con gli occhi rossi, a guardare davanti a sé, come un ossesso. Cominciò a parlare meccanicamente, a raccontare la sua vita, come se ne sentisse l’urgenza. Aveva bisogno di mostrare la nudità della sua anima, o forse era vero quello che dicono: quando moriamo, vediamo tutta la nostra vita sfilarci davanti agli occhi.
Harold Estefania elencò i vari omicidi che aveva commesso e come, per questa ragione, era diventato un eroe. Gli chiese la bionda come fosse possibile e lui rispose che le persone confondono tutto.
«Io sono un assassino» disse Estefania, ma il popolo mi acclama. È sempre così, basta guardare chi detiene il potere: criminali adorati come il vitello d’oro degli antichi ebrei. Più siamo terribili, più le persone si inchinano ed esultano al nostro passaggio. Ma io non sono affatto un eroe, non lo sono mai stato. Sono solo un codardo che fugge dalla parte sbagliata. Un codardo che fugge contro il nemico: è così che li ho affrontati e sconfitti tutti. È così che ho portato a termine tutti i miei incarichi. Non ne ho mai lasciato uno incompiuto.
«La morte non lascia mai nulla incompiuto» disse Miss Grant.
Estafania si grattò la testa e si afferrò il naso, vicino agli occhi, con il pollice e l’indice, mentre stringeva le palpebre. Rimase così, in silenzio, per due o tre minuti e anche io, il deserto, rimasi in attesa, con la mia sabbia che tremava.
«Gli alberi che sono caduti in primavera ancora si sentono in autunno» disse, quando riaprì gli occhi. «Nessuno sa abbandonare il proprio passato, come fanno i serpenti con la pelle. Noi siamo antichi, non smettiamo mai di cadere, perché man mano che il nostro passato diventa più grande, diventiamo più pesanti, sempre più incapaci di volare. Quando un uomo cade, si sente per sempre. È per questo che abbiamo bisogno di morire, per liberarci di tutto questo passato, per poter essere liberi come le nuvole.
Miss Grant prese una bottiglia di whisky dal comò e bevve dalla bottiglia. Si pulì la bocca con il braccio. Estefania allungò la mano e bevve qualche sorso.
«Ho dovuto uccidere, un giorno, un uomo che aveva tre orecchie. Era un tipo strano che, curiosamente, non ci sentiva. Possedere molte cose ci impedisce di essere felici, non è vero, bionda? Io sto sempre a mani vuote. Ho una pistola e un cavallo. L’uomo è la strada fra il tramonto e il cavallo che egli monta. Il cavallo è il corpo, l’uomo è la sua anima, il sole è il destino. Ma, dicevo io, il bandito dalle tre orecchie era un tipo ignobile. Quando gli puntai l’arma alla testa, cominciò a piangere, a supplicarmi per la sua vita. Odio quando succede, perché in fondo io sono una levatrice, che attraverso la morte trasforma la sua vittima in qualcos’altro. Il bandito dalle tre orecchie è conosciuto oggi, anni dopo averlo ucciso, più come un santo che come l’uomo crudele che è sempre stato.

Mi ricordo bene di quel giorno. Il sole mi bruciava la pelle, la mia sabbia. Ancora sento la fermezza con cui gli stivali di Harold Estefania si conficcavano nel mio corpo. Mi ricordo del bandito e delle sue tre orecchie, una molto più piccola delle altre, storta e vicina al collo. Il deserto non dimentica mai: non possiamo dimenticare a causa della solitudine che siamo.
Disse Harold Estefania mentre puntava il revolver al petto del bandito:
«Le persone non muoiono, emigrano. Spariscono dalla nostra vista: alcune dentro a una bara, altre in luoghi distanti. In fondo, se ne vanno tutti in luoghi distanti. E, nel sentire questo, il bandito chiese: Sparerai a un uomo indifeso? Nel mio revolver non ci sono proiettili. E allora Harold Estefania sparò due colpi, gli fece esplodere il petto e disse: Ecco i tuoi proiettili.

– 5 –

Io non dimentico mai. Ho trattenuto le lacrime di Estefania come l’acqua più preziosa al mondo. Miss Grant comprese tutto, non c’era bisogno che Estefania le raccontasse la sua vita, che le dicesse di come si era innamorato. La bionda si limitò a dire che lo odiava.
«Niente di tutto ciò ha importanza» disse Harold Estefania. «Dovrai morire.»
«Perché?»
«Perché io porto sempre a termine i miei incarichi. E perché sono come una levatrice. Se ti ucciderò saremo come due persone che si amano. Questo rimarrà di noi due. Pensaci: un vecchio pistolero si innamora della donna che deve uccidere, perché porta sempre a termine i suoi incarichi. Ma la ama così tanto e in maniera così folgorante, che si ucciderà subito dopo, perché non riesce a immaginare la sua vita senza di lei. Ed è questa la storia che verrà raccontata e cantata al suono del piano e del banjo e che ispirerà altri amanti.»
«Una menzogna.»
«Una nuova vita. È questo che la morte ci dà. Il passato si spegne e rimane il nostro amore.»
«Il tuo.»
«Il nostro. Sarà il mio futuro e la mia salvezza. Se vivrai, continuerai a odiarmi e io cadrei in disgrazia, perché non avrei rispettato un impegno. Se morirai, rimarremo insieme per l’eternità e tutti ricorderanno il nostro amore tragico.»

– 6 –

Ricordo il modo in cui Estefania rimise il revolver nella fondina. Ricordo il volto di Miss Grant, di come una lieve scintilla di speranza le passò negli occhi. Fu breve, poiché lei comprendeva le cose e gli uomini e non si lasciava ingannare. Al piano di sotto, il pianista suonava una musica vivace, ma in quella stanza nessuno la sentiva.
Sono il deserto e non dimentico mai.
Harold Estefania la spogliò e prese il coltello dalla cintura. Lo conficcò nel cuore della bionda, così come l’amore si era conficcato nel suo. Si sedette accanto a un comò e scrisse una lettera che si concludeva così: Muoio per amore, senza non vale la pena vivere. La mia vita era fatta per entrare nella tua, come un coltello conficcato nel cuore.
Poi, lentamente, tirò fuori il revolver dalla fondina, appoggiò la canna alla tempia sinistra, e sparò. Estefania non ha mai sbagliato un colpo.

Anni più tardi, il pianista avrebbe suonato e cantato l’amore della bionda e del pistolero, poiché questo è rimasto di quel giorno, e solamente io, il deserto, conosco tutta la storia.

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Traduzione di Marta Silvetti

Sono nata e vivo a Roma. Sono laureata in Lingue e Culture del Mondo Moderno e mi sono specializzata in Traduzione dal portoghese con una tesi sulla poesia in prosa di Eugénio de Andrade. Dopo il Master per Redattori Editoriali dell'Università di Urbino ho collaborato con la Nuova Frontiera occupandomi di schede di lettura e revisioni.

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