Adriana Lisboa, di Alessandra Iadicicco

Quando mise in una valigia lo stretto necessario da portare con sé negli Stati Uniti, Evangelina, detta Vanja, 13 anni, rimasta orfana della madre e determinata a trovare, all’altro capo del continente, il proprio ignoto papà, rinunciò alle sue bambole, ai peluche, a tutti i suoi giocattoli di bambina, ma anche alle scarpe con il tacco avute in dono dalla zia per le grandi occasioni che «non si sa mai». Partire dal Brasile, trasferirsi dal Sud al Nord America segnò per lei, oltre che un salto da un emisfero all’altro, un vero e proprio rito di passaggio. Un addio all’infanzia, per fare rotta, con molta diffidenza, verso l’età adulta. Quando, quasi dieci anni dopo, 22enne, la protagonista e voce narrante del romanzo di Adriana Lisboa – Blu corvino, La nuova frontiera, 220 pagine, 17€ – prende la parola per raccontare di sé, ancora non si è persuasa a indossare i tacchi alti e porta sempre lo stesso numero di scarpe, il 36. Donna fatta, ha conservato, nell’aspetto e nello sguardo, quella meraviglia che le faceva sognare le conchiglie nerazzurre dormienti sui fondali dell’oceano che bagna la spiaggia di Copacabana, e che le fa cercare nel cielo le ali dei rapaci diurni ruotanti fra le Montagne Rocciose in Colorado. Ali di corvo, Azul-Corvo: «Blu Corvino».

Piace pensare che l’autrice di questo toccante romanzo di viaggio e di formazione abbia lo stesso piedino da Cenerentola della ragazzina e poi giovane donna ritratta nelle sue pagine. I suoi passi, almeno, l’hanno portata in un’analoga direzione. Nata a Rio de Janeiro 43 anni fa, vive oggi a Denver, in Colorado. Ma, perfettamente padrona – come Vanja – dell’inglese e dello spagnolo, ha conservato il portoghese come lingua d’arte nella quale, dopo aver abbandonato la carriera di flautista, ha scritto ormai dieci libri, tra romanzi, racconti, narrazioni per ragazzi e poesie. Il premio José Saramago vinto nel 2003 per Sinfonia in bianco (pubblicato in Italia da Angelica) e la nomina nel 2007 allo Hay Festival di Bogotà tra gli autori under 39 più rilevanti della letteratura mondiale, le hanno conferito la fama e il lustro di una nuova star della narrativa brasiliana. Il suo Brasile, certo, Adriana lo guarda in prospettiva, con la struggente nostalgia che la induce a dire: «anche della terra più esuberante, i nostri ridenti bei campi hanno più fiori, i nostri boschi più vita, le nostre vite più amori». E, negli States, si ritrova affibbiata un’incongrua identità: «Qui in Usa sono una “latina”, termine che a rigore vale solo per gli ispanici. Io invece, con un cognome che evoca la capitale portoghese, un secondo nome catalano, Fábregas, che i nordamericani non sanno pronunciare e il cognome ebreo russo di mio marito, Gurevitz, sono, come la maggioranza dei brasiliani, un melting pot!». Ma alla sua terra non smette di pensare con cuore palpitante. Ispira l’invenzione dei suoi personaggi alla passionalità della sua gente, a un preciso modello – latinoamericano – di femminilità. E, avvilita dalle recenti manifestazioni popolari, dalle ingiustizie sociali e dalla sempre dilagante povertà ammette che «dalla conquista delle democrazia il Brasile ne ha fatta di strada, ma molta gliene resta da fare. E io aspetto ancora fiduciosa che il paese verde-oro riesca a dimostrare ciò di cui è capace»

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