Una questione che riguarda la lingua, Daniel Alarcón ci racconta Radioambulante

Pubblichiamo oggi un’intervista realizzata da Claudia Prado per RevistaEnie a Daniel Alarcón fondatore del progetto Radio Ambulante, un  progetto sonoro che presenta cronache e narrativa latinoamericana dagli Stati Uniti. Buona lettura

traduzione di Marina Colombini

La prima cosa che si sente è una musica, e subito dopo: «Sono di Reynosa, Tamaulipas, per noi cantare corridos non è una cosa strana…». La voce è quella della   scrittrice Lizzi Cantú, che ci racconta come nel nord del Messico, nella realtà ogni giorno più violenta del narcotraffico, molte cose siano cambiate, incluso il modo di parlare e le canzoni: «C’erano sempre più narcocorridos, perché c’erano sempre più narcos. E siamo passati da un tipo di storia all’altro senza renderci conto che eravamo giunti al punto di non poter più creare testi per le nostre canzoni». Perfino alcune parole cominciarono a essere rimpiazzate: «Se a qualcuno veniva fatto del male, di sicuro non si trattava di un narco ma di un narquillo. Il diminutivo è un palliativo per mantenere la comunicazione… Una parola che ci fa meno paura». Nella registrazione all’inflessione della narratrice si aggiungono il rumore del motore di un’auto o lo sbattere di una porta, i quali aiutano a immaginare anche ciò che il racconto non dice.

Così, con diverse voci e varietà di accenti, con suoni, musica e testi elaborati, si fa Radio Ambulante (www.radioambulante.org), un progetto che si propone di scoprire le storie dell’America Latina e di raccontarle per radio, attraverso lo stile della cronaca scritta.

Radio Ambulante viene coordinata da Daniel Alarcón e Carolina Guerrero che lavorano a San Francisco, Stati Uniti,. Gli editori e i collaboratori vivono in paesi diversi: «Nella nostra squadra ci sono persone di New York, Città del Messico, del Perù, di Lima, Berlino, Bogotà, Quito, provengono da ogni dove». In questi giorni Daniel Alarcón si trova a New York per presentare il progetto e raccogliere fondi per portarlo avanti. Arriva all’intervista concitato, prima di recarsi alla prova del suono presso il Centro Cultural Cervantes. Ci spiega che Radio Ambulante e la scrittura dei suoi libri sono lavori complementari. «Lavorare con i copioni, preparare interviste, tutto questo mi affascina. Lo trovo molto narrativo. Analizzare una serie di eventi e trascrizioni e riuscire a tirar fuori la colonna vertebrale di una storia. L’unico problema è che mi ruba molto tempo, per questo sono sempre di corsa». Daniel Alarcón è nato in Perù e vive, da quando aveva tre anni, negli Stati Uniti. Ha pubblicato due libri di racconti e il romanzo Radio città perduta (trad.it Stefano Valenti, Einaudi 2011), per il quale ha ricevuto nel 2009 il Premio di Letteratura Internazionale. In questo romanzo, che si svolge in una città che potrebbe essere Lima, la radio ha un ruolo centrale in quanto strumento capace di riunire le persone.

-Per raccontare una storia convocate sempre e solo scrittori o anche persone che si occupano di altre discipline?

– Discipline molto variegate. Proprio adesso stiamo lavorando a una cronaca con un traduttore giurato, in California. Si occupa di traduzioni dallo spagnolo all’inglese e lavora molto duramente. Ha gradualmente sviluppato una tesi affascinante. Stiamo costruendo una storia sul primo caso di omicidio che ha dovuto tradurre e su come abbia finito per identificarsi con l’assassino, poiché il traduttore – l’interprete – deve sempre esprimersi in prima persona. Si siede alle spalle dell’accusato e gli sussurra all’orecchio. Si tratta cioè di una cosa molto intima. Bellissima, ma anche dolorosa.

– Radio Ambulante invita a inviare proposte. Come scegliete quali realizzare?

– Dobbiamo analizzarle tutte. È divertente ricevere cinquanta proposte da quindici paesi diversi, e uno si stupisce della varietà dei temi e delle storie, ma se non hanno esperienza radiofonica e sono sprovvisti dell’attrezzatura non abbiamo le risorse per portare a termine quel progetto. Ci stiamo occupando di una storia sul carcere del quartiere di Devoto, a Buenos Aires. Il giornalista è della zona, conosce molti prigionieri e tutti i vicini che vogliono far chiudere il carcere. Lui non ha un impianto per registrare, ma a Buenos Aires abbiamo dei tecnici audio che possono aiutarci.

– Sul sito si possono ascoltare anche racconti di finzione. Avete pensato da subito di includere entrambi i generi?

– Sì, perché per me la cronaca è molto divertente, ma non c’è nulla come leggere un racconto, e il fatto che l’autore stesso te lo legga è una cosa davvero speciale. Mi è piaciuto molto quello che abbiamo fatto con Yuri Herrera, Alejandro Zambra, Alvaro Bisama…

– Hai detto che questo progetto si integra col tuo lavoro di scrittore. Anche nei tuoi racconti e romanzi includi le storie che ti racconta la gente?

– Nel mio nuovo romanzo c’è un investigatore che intervista centinaia di persone in cerca di un certo personaggio. Somiglia molto a quello che faccio io e non è casuale, anche se ho cominciato a scrivere questo romanzo sette anni fa, molto prima di iniziare con Radio Ambulante. E in generale ho basato il mio lavoro, se non proprio su cose reali, su conversazioni, interviste informali, incontri casuali con gente che finisce per raccontarmi una storia che stuzzica la mia curiosità.

– Quasi tutta la tua opera è scritta in inglese. Com’è scrivere in spagnolo per la radio?

– A quindici anni parlavo uno spagnolo tipico di un gringo di origini latine cresciuto negli Stati Uniti, forse appena migliore: non avevo inflessioni, però avevo un vocabolario misero, domestico, giusto per chiacchierare con tua madre in cucina e nient’altro. La situazione è cambiata, credo che il mio spagnolo stia migliorando. Adesso il registro orale, il tono dello spagnolo parlato – per meglio dire quello radiofonico – è quello che più mi piace, e mi sento a mio agio a scrivere usando questo linguaggio, perché non richiede un lessico borgesiano. Il registro della radio è molto bello in questo senso. Desideri creare un’intimità col tuo ascoltatore, come se fossi in un bar con un amico e gli stessi raccontando la storia.

– Diresti che c’è un intenzione politica in questo progetto?

– Non necessariamente. Negli Stati Uniti il tema dei latinos, quello dell’immigrazione e dei diritti politici di chi è sprovvisto di documenti sono temi importanti, ed è chiaro chi sosteniamo. Non ci sono dubbi. La proposta di Radio Ambulante riguarda la lingua. È importante raccontare, negli Stati Uniti, storie in spagnolo, perché siamo un paese latinoamericano. La stessa proposta ha un fondo politico. Però non è semplice. Benché qui sia chiaro cos’è che sosteniamo, non c’è una linea definita per poter dire che in ogni Paese la nostra posizione sia chiara. E mi interessano molto di più le cronache che raccontano storie personali o che, se trattano storie politiche, lo fanno, come quella del colpo di stato contro Zelaya in Honduras, da un punto di vista personale. Non necessariamente devi sapere se Zelaya è di destra o di sinistra. Io ho le mie idee politiche, così come tutti gli altri membri dell’equipe, ma questo è naturale. Basta che ciò venga fuori in maniera narrativa e non dialettica; in tal caso credo che vada bene.

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