Esploratori dell’abisso, Patricio Pron

Pubblicato il agosto 21, 2012 di

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Pubblichiamo il secondo dei racconti di Patricio Pron che abbiamo deciso di pubblicare per i nostri lettori. Il racconto è uscito sulla rivista Etiqueta Negra nel 2008. Buona letttura, aspettiamo i vostri commenti.

traduzione di Chiara Muzzi

Un’estate conobbi una giovane coppia tedesca in vacanza. Io non avevo lezioni e nemmeno niente di particolare da fare, così me ne stavo tutto il giorno in spiaggia. Diventavo amico dei turisti per il fatto che in spiaggia non c’è molto da fare se non entrare in acqua, sdraiarsi sulla sabbia e guardare la gente, e a volte parlarci, e fu così che li conobbi. Si chiamavano Martin e Jana, ma Jana preferiva essere chiamata “Urraca”, Gazza, in parte perché aveva dei capelli neri che al sole sprigionavano riflessi blu come quelli delle piume dell’uccello, ma principalmente perché di cognome faceva Elster, che in tedesco – mi disse – significa “urraca”. Io scendevo in spiaggia verso mezzogiorno dopo aver fatto colazione e me li trovavo lì, sdraiati su un asciugamano e completamente nudi. Urraca aveva una cicatrice che le percorreva tutto il fianco, dalla vita fino all’ascella; quando parlavamo, io mi sdraiavo da quella parte per vedergliela bene. Non mi azzardai mai a chiederle cosa le fosse successo.

Mentre io e Urraca prendevamo il sole, Martin aveva l’abitudine di nuotare da solo, lontano dalla riva; vedevo la sua testa tra le onde, come una moneta dorata gettata lì da qualcuno che non affondava, colpita dalle onde ma che rimaneva sempre nello stesso posto, a volte guardava verso la spiaggia e a volte, la maggior parte delle volte, nell’altra direzione, verso la costa africana, che non potevamo vedere. Una volta mi sembrò che cantasse. Dissi a Urraca: «Mi sembra che Martin stia cantando». Allora Urraca si alzò leggermente, mise da parte il libro che stava leggendo, ascoltò un attimo e poi mormorò: «My girl, my girl, don’t lie to me / Tell me where did you sleep last night» e mi disse: «È una vecchia canzone in cui un uomo chiede alla sua ragazza dove ha dormito la notte prima, e lei dice “tra i pini, tra i pini, dove il sole non splende mai”». «Cosa vuol dire?» le chiesi, e Urraca disse: «Forse che l’uomo sa che lei lo ha tradito ma non osa punirla perché ha paura del posto dove è stata, del bosco dove tutto è buio. Ha paura che lei abbia imparato segreti che un giorno potrà usare contro di lui, o che lo trascini con sé». Restammo a guardare la testa di Martin salire e scendere tra le onde, la sua canzone quasi impercettibile, poi chiesi: «L’uomo della canzone non è mai stato nel bosco?». Urraca spostò lo sguardo e per la prima volta ebbi la sensazione che mi guardasse davvero. Mi disse: «In realtà lui non è mai uscito da quel cazzo di bosco e ci rimarrà» e alzò le spalle.

Andavo d’accordo con Urraca, e parlavamo di molte cose, soprattutto della vita del paese in inverno, quando praticamente non ci sono turisti e la gente si imbottisce di alcol e droghe negli appartamenti con vista mare che puoi affittare con poco. Suo marito, invece, non parlava quasi mai, ma un giorno Urraca mi invitò a cena da loro nell’appartamento che avevano affittato, e fu allora che scoprii che anche lui parlava spagnolo, uno spagnolo eccellente che sembrava madrileno e che non capii mai dove l’avesse imparato. Urraca aveva cucinato qualcosa di relativamente semplice, filetti di pollo con sugo al pomodoro che le aveva insegnato a fare, diceva, un fidanzato che aveva avuto quando ancora studiava. Quella notte faceva caldo e delle farfalle notturne che si erano intrufolate attraverso le tende si lanciavano contro una lampada e poi cadevano morte lì vicino. Le guardammo morire per parecchio tempo, impressionati dalla loro incapacità di imparare dalla morte delle loro simili, di cui dovevano per forza accorgersi se l’attrazione che sentivano per la luce non le accecava totalmente, e poi, una volta finito di cenare, Urraca portò varie bottiglie di vino dalla cucina e, forse per compassione, spense la lampada perché non entrassero altre farfalle.

Continuammo a bere vino senza parlare, a volte sussurrando una cosa o due senza importanza ma, principalmente, ascoltando i rumori della notte: la gente che passava sotto la finestra, le auto sulla strada all’uscita del paese, il rumore delle onde mentre tutto taceva.

A un certo punto della notte, Urraca si addormentò sul divano e io, che ero piuttosto ubriaco, mi avvicinai e le alzai la maglietta per vederle la cicatrice; tremando, le passai un dito sopra e sentii la consistenza morbida di una vulva. Allora Martin mi disse, con le parole che aveva imparato a Madrid: «Te la vuoi scopare». Pensai che fosse una domanda, ma Martin mi fece capire con un gesto della mano che era una proposta, e che non gli dava fastidio. Negai con la testa. «Per lei non è un problema» disse Martin. «In realtà, credo che le piacerebbe molto. Mi ha già detto che le piaci» disse. Io dubitai. Pensai che Martin mi stesse mettendo alla prova e che da quella prova non dipendesse cosa sarebbe successo a me ma, piuttosto, cosa sarebbe successo a Urraca. Martin mi disse: «Se pensi di essere il primo che vedo scopare con mia moglie, ti sbagli. Vuoi sapere da quando lo faccio? Una volta, poco dopo aver finito l’università, eravamo in una roulotte in un campeggio sul Mare del Nord, in un posto vicino a dove viviamo. Avevamo discusso e lei, che era ubriaca, entrò in una delle roulotte vicine e si scopò il suo occupante. Poco dopo tornò e scopammo come non avevamo mai fatto. A partire da quel momento, divenne una specie di routine, che rispettavamo tutte le notti, ampliando sempre più il circolo e scendendo negli inferi del proletariato tedesco che non puoi neanche immaginare, con le sue malattie veneree e il suo modo di parlare volgare e la sua birra scadente, che era tutto quello che gli altri turisti avevano da offrire.

La nostra routine era questa: ogni notte, lei beveva tanto da arrivare al punto che chiamava “di non ritorno”. Allora entrava nella roulotte del vicino e se lo scopava e poi si scopava tutti quelli che passavano di lì e sapevano che c’era da scopare gratis. All’inizio li contavo, ma con il tempo i numeri diventavano sempre meno affidabili, dato che a volte le saltavano addosso in due o più, e molti lo facevano più di una volta. Credo che si sarà scopata, anche se è una cifra probabilmente più bassa di quella reale, quaranta o cinquanta uomini a notte. A un certo punto qualcuno la riportava nella nostra roulotte, grondante di sperma e quasi incosciente. Spesso le scendevano tra le gambe fili di sangue che le arrivavano fino ai polpacci. Era in quello stato che a me piaceva scoparla, bagnata dallo sperma di tutti quelli che se la erano passata. Dormivamo abbracciati e passavamo il giorno successivo in spiaggia, cercando di riprenderci dalla notte prima e aspettando quella dopo. Forse avremmo dovuto pensare a quello che stavamo facendo, ma non ricordo di averlo fatto e, se lo feci, fu solo per convincermi che era meglio continuare insieme in quel modo che non continuare affatto.

Le nostre vacanze ormai erano alla fine, presto entrambi saremmo dovuti tornare alle lezioni all’università e, in realtà, preferivamo così perché le cose erano fuori controllo e tutti i turisti del campeggio sapevano cosa stava succedendo. Una di quelle notti, l’ultima della nostra permanenza, come capirai presto, qualcosa andò storto: un ubriaco diventò violento e la tagliò lungo il fianco. Altri se la continuarono a scopare, ma uno, un po’ più sobrio, capì in che casino si stavano mettendo e mi avvisò. La portai in un ospedale e le salvarono la vita, anche se i medici dissero che era stato un miracolo che non fosse morta nella roulotte.

Un po’ per farci un favore l’uno all’altro, un po’ perché nei paesi la polizia è completamente estranea a questo tipo di cose, nessuno fece domande e, quindi, nessuno rispose. Noi tornammo a Osnabrück, che è dove viviamo, e passammo i mesi successivi evitandoci, vagando nel nostro appartamento come due sonnambuli. Solo a poco a poco recuperammo la fiducia nell’altro e riuscimmo a parlarci e a guardarci ancora in faccia, ma non ricominciammo a scopare. Io iniziai a masturbarmi sempre più spesso, ma quello che avevo in testa quando lo facevo, scene viste in qualche film o donne che avevo conosciuto in giro, con il tempo perse intensità e, alla fine, potevo farlo solamente con il ricordo di quello che avevamo vissuto nel campeggio: i tipi che entravano e uscivano dalla roulotte quando c’era dentro lei, il modo in cui tremava quando la riportavano indietro, la volta in cui la tagliarono.

Allora lei iniziò a farsi degli amanti; all’inizio uomini e donne che abbordava in metropolitana o al ristorante, sconosciuti che non avrebbe più rivisto e che, quindi, non significavano nulla per noi, ma poi altri accademici, colleghi del dipartimento dove lavoriamo e che pensano che io non sappia niente. Invece so tutto. Questo, l’obbligo che lei mi racconti tutto, è l’unico che sostiene la nostra relazione ed è l’unica traccia d’amore e d’onestà: ogni volta che lo fa e me lo racconta, il dolore è immenso, ma poi ogni cosa sfila davanti ai miei occhi quando mi masturbo e ho la sensazione di avervi preso parte; dopo, quando ne parliamo, quello che ha fatto e come lo ha fatto e dove, insomma, le sue storie, smettono di essere sue per diventare in un certo modo nostre, mie e sue, in cui quello che se la è scopata appare come quelle persone che si vedono nelle fotografie che si fanno in un luogo pubblico, in fondo e sfocate, senza nessun valore per chi scatta la fotografia o per chi posa in essa.

Un giorno, poco tempo fa, mi sono fatto coraggio e le ho chiesto cosa sentiva quando se la scopavano in tre o quattro alla volta, e lei ha risposto che non sentiva niente, che aspettava solo che si stancassero, che la lasciassero in pace, che quello che faceva era solo qualcosa che prima o poi andava fatto, ma che comunque non era per niente piacevole e che era simile a non fare niente. Era solo qualcosa che bisognava fare, lì e in quel momento, e lei lo faceva».

Martin smise di parlare e io rimasi a guardarlo dall’altra parte del tavolo, pensando che era ubriaco e che aveva inventato la storia per scandalizzarmi o spaventarmi o per prendermi in giro, ma poi guardai Urraca e mi accorsi che, anche se aveva tenuto gli occhi chiusi per tutto il tempo, aveva ascoltato tutto. Mi accorsi che, per il modo in cui ci eravamo seduti, io stavo in mezzo a loro e capii che non era un caso. Capii che Urraca aveva finto di addormentarsi perché suo marito mi raccontasse la storia, e che adesso sperava che facessi sesso con lei davanti a lui, e capii che quello era un gioco che facevano spesso davanti a estranei, un gioco che in qualche modo restituiva un certo equilibrio perduto tra i due. Una volta avevo letto la storia di una coppia sposata che era andata in vacanza in un paese sul mare per salvare il matrimonio o per pescare uno squalo, una delle due, la cosa che sarebbe successa prima. Non ricordavo bene quello che accadeva dopo, anche se secondo me non succedeva nessuna delle due cose e tutto finiva in un bagno di sangue, ma in quel momento mi ricordai di quella storia e pensai di essere lo squalo. Capii che non ero importante, l’importante era che io prestassi il servizio che richiedevano, il servizio che riportava la loro relazione a un punto in cui certe cose non erano successe. Molta gente pagava per quello, tanto era ridicolo tutto. Cercai di immaginarmi Urraca coperta di sperma, con rivoli di sangue tra le gambe, squartata, ma non ci riuscii; la vidi, invece, esattamente com’era, la pelle bianca sotto i capelli neri, gli occhi chiari. Le tolsi le mutande e la penetrai senza pensare a lei. Mentre lo facevo, passai la mano sulla cicatrice e lei emise un grido sordo; alle mie spalle sentivo Martin, pensai che si stesse masturbando, ma mi accorsi poi che stava piangendo, che avevo scambiato il suo pianto per gemiti. Poco dopo che Urraca venne, anch’io finii. Mi tirai su i pantaloni e andai verso la porta, ma prima di uscire mi sembrò di vedere che c’era una terza persona nell’appartamento, accovacciata nell’oscurità dietro a Martin. Una volta sceso, mi fermai vicino al lampione della strada e vidi che il suolo era cosparso di farfalle bruciate. Una muoveva le zampe rovesciata, e io sentii compassione e la girai; pensai: almeno tu potrai salvarti, ma la farfalla agitò le ali qualche volta e poi si scagliò di nuovo verso la luce; si sentì un rumore, e cadde morta insieme alle altre. Nell’appartamento dei tedeschi avevano acceso una luce.

Quella notte dormii male, e quando scesi in spiaggia il giorno dopo li vidi mentre stavano raccogliendo le loro cose. Partivano nel pomeriggio, mi disse Urraca. Mi sdraiai di fianco a lei e notai che le cose erano come erano sempre state: Urraca leggeva il suo libro e ogni tanto interrompeva la lettura per dirmi qualcosa e Martin era distante, mentre guardava il mare come se sperasse che uscisse un mostro terribile e se lo inghiottisse. Jonas trovò Dio nel ventre di un pesce; si sono viste cose più strane, pensai. Guardai di nascosto Urraca e vidi la sua cicatrice e capii che ero innamorato di lei; vidi al di sopra della sua spalla le lettere che si ammucchiavano nel libro e le dissi che volevo imparare la sua lingua. Lei si mise a ridere. Guardò Martin e gli disse qualcosa in tedesco. Lui assentì con aria distratta e allora lei estrasse dallo zaino un libro e me lo allungò. «Puoi iniziare con questo; gli altri che ho sarebbero troppo difficili per te» mi disse. Io guardai la copertina e non capii granché. «È di Martin» mi spiegò. «Martin scrive racconti per bambini» aggiunse. Io assentii. Allora Martin si alzò in piedi e poi si alzò in piedi Urraca e anch’io dovetti alzarmi e lei disse: «Se non andiamo adesso non riusciamo a prendere l’autobus». Guardò la spiaggia e il mare e poi me e aggiunse: «Mi mancherà tutto questo». Io non seppi cosa dire. Li aiutai a raccogliere le cose e poi li accompagnai fino alla porta del loro appartamento. Pensai che mi avrebbero fatto entrare, ma mi salutarono sulla porta. Urraca mi diede un bacio su ogni guancia. Martin mi strinse la mano con aria indifferente. Riuscii a chiedere se sarebbero tornati l’estate successiva, ma nessuno dei due rispose.

Quello stesso inverno iniziai a imparare il tedesco con un austriaco che era rimasto in paese a lavorare per un’organizzazione di volontariato. Il libro di Martin si intitola Abgrundsforscher, cioè “Esploratori dell’abisso”, e parla di alcuni adolescenti che trovano un sottomarino tedesco abbandonato e lo sistemano e percorrono le profondità marine, dove scoprono che gli equipaggi di altri sottomarini tedeschi – in realtà, non sono altro che anziani che farfugliano discorsi ridicoli sulla superiorità della razza ariana, ma che, in qualche modo, il narratore sembra prendere sul serio – credono che la guerra non sia ancora finita e sono ancora operativi. In Die deutsche Kinderliteratur zwischen 1950 und 2000 [La letteratura infantile tedesca tra il 1950 e il 2000], Wilhelm Rabenvögel lo considera “filofascista” e aggiunge che il suo autore, “Martin Schäckern, si suicidò il 14 aprile del 1999 nella sua casa di Osnabrück, all’età di trentadue anni”.

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