Intervista a Caetano Veloso

Pubblicato il maggio 18, 2012 di

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Proseguendo nel nostro ciclo di incontri alla scoperta dei grandi artisti brasiliani contemporanei, vi proponiamo un’intervista inedita a Caetano Veloso realizzata dal prof. Giovanni Ricciardi a Rio de Janeiro nel settembre del 1992.

Traduzione di Giuseppina Cavaliere

 

Tu e Gil siete i creatori del Tropicalismo. Quale potrebbe essere oggi il bilancio di questa esperienza?

Io sono ottimista. Il bilancio che faccio del Tropicalismo non è molto negativo. Non si può dire che il Brasile sia migliorato, che il mondo sia migliorato. Ma allo stesso tempo non si può negare che i piccoli scandali, che abbiamo creato  con il Tropicalismo, non abbiano aperto molti spiragli nella cultura brasiliana, soprattutto nella cultura di massa brasiliana.

E com’è sorto?

Nel 1966, insieme al mio amico Rogério Duarte, iniziai a pensare di fare un repertorio di canzoni che non fossero solo la mera imitazione della Bossa Nova, ma che allo stesso tempo non rappresentassero un’adesione alla musica commerciale che si faceva soprattutto attraverso la televisione, e che in Brasile era chiamata Iê, iê, iê. Noi volevamo avere, su entrambi i versanti, linfa creatrice e violenza poetica. Volevamo la violenza estetica del rigoroso lavoro di João Gilberto, e l’aggressività vitale, ingenua, dei programmi di Roberto Carlos. In quel momento Gilberto Gil, che era stato qualche mese a Recife, tornava con un progetto: creare un movimento nella musica popolare che testimoniasse la violenza quotidiana, che vivevamo in Brasile sotto la dittatura militare, la violenza della povertà, la miseria brasiliana in contrasto con la modernità dei mezzi di comunicazione e la disinvoltura della cultura di massa, della quale noi, prendevamo coscienza. Quindi quando Gil tornò con quest’idea, trovò subito supporto in me e nel mio amico Rogério Duarte, che è un poeta, uno scrittore ma anche un artista grafico, che ha firmato le prime copertine dei dischi tropicalisti. D’altro canto, mia sorella Bethânia, mi aveva confessato la noia che le causava l’atteggiamento difensivo del nostro gruppo, che era conosciuto come “il gruppo della “MPB” [Musica Popolare Brasiliana], mia sorella diceva che noi,  rispetto alla vitalità del programma televisivo di Roberto Carlos, eravamo un gruppo di reazionari indignati, stanchi. E questo si aggiunse alle due cose di cui ho parlato, il progetto di Gil e il sogno che avevamo io e Rogério. Questo per me è stato l’inizio del Tropicalismo. Oggi posso dire che anche altre opere hanno fatto sì che queste idee crescessero dentro di me: il film Terra in trance di Glauber Rocha, i film di Godard in generale, e in seguito, sulla scia dell’interesse nato per Gilberto Gil,  i Beatles. Io all’inizio seguivo più la musica commerciale che si faceva in Brasile, rispetto alla musica commerciale internazionale di quel periodo. Ma tramite Gil e attraverso la musica Iê, iê, iê nazionale, iniziai anch’io ad interessarmi ai Beatles, a Bob Dylan, ai Rolling Stones, e al panorama internazionale della musica pop degli anni sessanta che io definii “neo-rock n’ roll inglese”.

E il tuo legame con il Concretismo? Ne siete stati gli eredi degli esponenti più importanti?

Credo sarebbe un po’ pretenzioso da parte nostra, considerarci gli eredi dei concretisti, che da anni, almeno dagli anni ‘50, fanno un lavoro di grande erudizione. Un lavoro di grande erudizione nel campo della creazione poetica, della creazione saggistica, della traduzione. Hanno delle competenze accademiche che noi non abbiamo neanche provato ad avere. Come ho detto, noi pensiamo che la musica popolare sia una sorta di “provincia” della cultura di massa, che è un fenomeno del mondo industriale e post-industriale. E non potevo fare riferimento ai concretisti, quando mi hai chiesto della nascita del Tropicalismo, perché loro non c’erano, o almeno non erano direttamente presenti. Una volta, quando noi avevamo già creato il movimento, Augusto de Campos mi cercò, il suo interesse era nato da una mia canzone che aveva sentito in tv, in un festival musicale, e da una mia intervista che aveva letto su una rivista culturale di Rio de Janeiro. Così nacque un’amicizia, ma anche un reciproco scambio di informazioni.

Augusto de Campos ha dichiarato che la tua interpretazione di Pulsar è la più bella.

Sono felicissimo che ad Augusto piaccia la mia versione acustica di Pulsar, così come so che gli piace Dias dias dias. A me piaceva di più Dias dias dias, e all’inizio anche a lui. Ma entrambi ci siamo accorti che Pulsar, che sembrava una cosa estremamente semplice, quasi semplicistica, col passare del tempo si è arricchita e ha acquistato spessore.

Possiamo definirla una versione corposa?

È bella quest’espressione, “corposa” mi piace quest’espressione. Esiste in italiano “corposo”?

In italiano sì, in portoghese non saprei…

Credo che in portoghese non esista, o almeno non è una parola utilizzata, ma è bella. “corporal”, “corposa”. L’italiano è una bella lingua.

Parli l’italiano?

Purtroppo no, riesco a leggere l’italiano, capisco qualcosa se le persone mi parlano lentamente.

Come nasce un tuo testo, come nasce una canzone?

In diversi modi, non saprei. Spesso mi viene in mente una frase già cantata, con parole e musica. Questo è quello che mi piace di più, ma non è sempre così. A volte Bethânia mi chiede di fare una canzone, o Gal Costa, oppure Roberto Carlos. Allora penso, scelgo un tema, scrivo delle parole, annoto e inizio a fare la canzone. A volte, faccio solo la melodia. E la melodia può restare senza le parole anche più di un anno.

E l’ispirazione da dove viene?

In realtà non lo so, perché l’ispirazione poi….

Vogliamo scriverla tra virgolette questa parola?

Userei la parola anche senza virgolette, ma non so dire esattamente cosa accade; alcuni grandi poeti si ribellano contro quest’idea dell’ispirazione.

A cominciare da João Cabral.

Soprattutto João Cabral, che è il mio poeta brasiliano preferito.

Ma sai: Tom Jobim dice che si ispira al colore nelle nuvole, Oscar Niemeyer, che ha spezzato la linea retta, con una linea curva, tonda, dice che immagina  il corpo di una donna. E Caetano?

Potremmo pensare che forse Tom Jobim stia mentendo quando dice queste cose.

Non mentendo, ma dicendo un’imprecisione, perché è un po’ difficile credere che il colore delle nuvole ispiri direttamente le melodie che nascono nella testa di Tom.

Forse il piacere estetico che gli trasmette la sottigliezza dei toni della luce nelle nuvole, arricchisce l’anima, così come il piacere per i raggi sonori, i semitoni, che è una caratteristica tutta impressionista. Ciò che deve aver ispirato Tom deve essere  stata la musica impressionista, che lui ha avuto modo di ascoltare ed apprezzare; e nelle nuvole ritrova una specie di metafora visiva di quel piacere. Non credo che questo voglia dire che, se lui non potesse vedere il colore delle nubi, non riuscirebbe a scrivere musica oppure, che una volta davanti alle nuvole al tramonto, piene di colori, le idee musicali apparirebbero di getto nella sua testa. Non credo che questo sia vero. Credo che lui voglia dire che cerca una bellezza per la quale, riesce a trovare una sola, vera analogia nel colore delle nuvole. Inoltre l’espressione “colore delle nuvole” sembra essere un modo metaforico col quale si fa riferimento alle armonie di Debussy o all’impressionismo nella musica. Quanto alle donne di Niemeyer, credo sia solo un luogo comune. Credo che lui volesse liberarsi della linea retta di Le Corbusier per arrivare in qualche modo alle curve. La cosa potrebbe essere andata così: “ Caspita! La curva è molto bella, a me piacciono le donne, le donne hanno le curve, tutto è sensuale!”. Ma non significa che questa sia l’ispirazione, nel senso in cui  tu mi hai posto la domanda. Cosa fa apparire gli embrioni delle canzoni nella mia testa? Credo sia soprattutto la voglia di fare qualcosa per impressionare gli altri, e questa è una cosa che ci portiamo dentro sin da bambini. Tanto io quanto João Cabral, Antônio Carlos Jobim, o Oscar Niemeyer. Facciamo cose belle perché abbiamo la disperata necessità di impressionare le altre persone.

Riesci a stare senza scrivere musica?

Credo di no. Magari potrei riuscirci, ma allora starei dipingendo, facendo film o scrivendo.

Come hai già fatto.

Come ho già fatto e farò: disegnare, dipingere, scrivere delle cose e fare film e canzoni.

Ci sono delle crisi in questo processo di creatività?

Crisi in me?

Sì.

No, non ne ho mai avute sino ad oggi.

Se Caetano vuole scrivere una canzone, si siede e la scrive?

È sempre stato così, fino ad oggi. Io posso ma non sempre voglio, perché intanto  viaggio, perché faccio concerti ogni giorno. Quindi non ho la necessità di fare musica, il concerto stesso è una creazione: ballo molto, faccio gesti, è come se fosse una pièce teatrale; è come se ogni giorno facessi un’opera. E quindi spesso non ho voglia di fare canzoni. Ma a volte, in questi periodi, mi telefonano Maria Bethânia o Gal Costa e mi chiedono: “Mi serve una canzone!”. E io la faccio. E spesso sono canzoni bellissime.

Esistono momenti “felici” per scrivere?

Senza dubbio, nessuno è sempre nel suo giorno migliore. Bisogna anche fare i conti col fattore fortuna. Il maggior elemento di ispirazione, è avere la fortuna  di sentire l’euforia creativa quando c’è un progetto oppure una richiesta specifica: in quel momento si ha la fortuna, come diciamo in Brasile, di sposare la fame con la voglia di mangiare. E questo dipende proprio dalla fortuna. E dall’unione di queste due cose, possono nascere canzoni bellissime.

Caetano, qual è il ruolo dell’imprevisto nell’atto creativo?

È abbastanza vasto, nonostante io sia un compositore sfacciatamente intenzionale. Come ti dicevo a volte faccio canzoni perché voglio farle. Ma, la fortuna e il caso hanno un ruolo molto importante. L’imprevisto nel momento della composizione ricopre un ruolo inestimabile, e dopo, una volta composta  la canzone, ancora di più.

 Cos’è il desiderio di impressionare?

Il desiderio di impressionare, suppongo sia ciò da cui scaturisce il talento artistico.

Perché scrivi musica o testi?

È come dicevo prima. Io credo ci sia un profondo desiderio, sin dall’infanzia, di sorprendere, di piacere, di impressionare.

Questa tua risposta contraddice alcuni aspetti della tua biografia: fai, quindi, le cose per piacere, ma spesso poi finisci “contromano”.

È vero; ma sono due facce della stessa medaglia. L’impulso iniziale è sempre quello di impressionare e di piacere. Solo che si cresce, si affrontano una serie di responsabilità, si alimentano o sviluppano una serie di interessi, si fanno una serie di piani, di progetti, e si acquista una visione critica della vita. Quindi il talento che hai sviluppato diventa una delle armi che hai a diposizione per lottare contro le cose che non ti piacciono e per difendere quelle che invece ti piacciono. Piangere è solo una delle maschere che uso per impressionare o piacere.

Esiste il piacere di scrivere?

Esiste. Esiste il piacere di scrivere; posso dirlo perché qualche volta, sebbene non lo faccia abitualmente, e tanto meno in maniera professionale, ho scritto testi destinati alla pubblicazione. Quando ero esiliato a Londra, scrivevo su richiesta di un gruppo di amici che avevano un giornale di resistenza contro la dittatura in Brasile, il Pasquim. Recentemente ero a New York, una persona del New York Times mi ha chiesto di scrivere un articolo su Carmen Miranda.

E il piacere del compositore, del poeta? Cosa senti  fisicamente quando componi? Alcuni autori mi hanno parlato di vomito, di attacchi cardiaci. Qual è il tuo stato fisico nel momento della creazione?

Sono cose che capitano spesso, e io mi sento un po’ intimidito. Sembra un po’ eccessivo chiedere a qualcuno: “Cosa senti quando ti innamori?” “Hai mal di pancia il cuore batte forte?”. È la stessa cosa. Si hanno momenti di grande euforia, a volte si cade in una malinconia creativa, e poi torna di nuovo una certa allegria. Spesso ti senti così: euforico, senti il corpo vibrare, senti… spesso ti si contorce lo stomaco, e a volte piangi durante la realizzazione di un’idea, di una frase, di una canzone.

Quando hai iniziato a scrivere?

A scrivere canzoni?

Certo. Quando hai scoperto di essere un musicista?

Suonavamo il pianoforte. La nostra educazione includeva lo studio del piano con una maestra di Santo Amaro; e anch’io studiai un mese con lei. Ognuno di noi è passato per quella fase, andare lì, fare lezione, ma si finiva con l’abbandonare. Mia sorella maggiore, che è una sorella adottiva, aveva molto orecchio, suonava la musica ad orecchio, e io l’adoravo perché sapeva suonare tutto. Anch’io suonavo la musica che ascoltavo alla radio. Ma dipingevo, volevo diventare un pittore , e poi volevo fare il cineasta. Mi innamorai della Bossa Nova, quando sentì per la prima volta João Gilberto (avevo 17 anni). Io facevo qualche canzone, ma per me era un passatempo.  A 19 anni ancora pensavo che avrei studiato filosofia, che avrei scritto e girato un  film, ma la musica mi conquistò pian  piano e finii per fare musica. Non ricordo di preciso quando, perché in realtà l’ho sempre fatto, solo che prima non gli davo importanza.

Vorrei che scegliessi tre delle seguenti parole e che mi dicessi qualcosa a proposito di ognuna: amore, città, potere, popolo, solitudine, solidarietà, piacere, violenza, amicizia, notte, silenzio.

Sceglierei “città”, perché è una parola che mi comunica subito un’allegria di fondo.

Perché penso a tante città che amo, penso al fatto che, gli uomini riunendosi in società, sono arrivati al punto di erigere città che sono il simbolo dell’allegria umana, un simbolo concreto sulla terra, che crea un ritmo proprio. La parola stessa mi trasmette un senso di familiarità, di allegria, di speranza, di sicurezza, di libertà, di molteplicità, di possibilità. E sceglierei anche la parola “piacere”, perché è una parola molto radicale, molto nitida e fondamentale, qualcosa che sai che sarà sempre presente. È una parola fondamentale tanto quanto “dolore”!. È qualcosa che tutti conoscono; la parola “piacere” è una parola radicale, una parola guida. E sceglierei anche “amicizia” perché anch’essa è una parola che mi piace, che mi sembra ricca, che sembra portare sul piano delle relazioni intime, lo stesso clima che la parola città evoca nella mia testa, in relazione alla società e alla specie umana.

Le tue radici sono urbane?

Le mie radici sono urbane. Io sono una persona assolutamente urbana. Sono nato in una città nell’entroterra di Bahia. Una piccola città chiamata Santo Amaro, tutta lastricata, con un servizio di trasporti urbani (del resto il nome della compagnia era   Percorsi Urbani) con carrozze trainate da asini; la città è molto piccola, ma molto sviluppata, con acqua corrente , elettricità, case molto solide, una accanto all’altra, su diverse file che accompagnano la sinuosità del fiume, con una piazza, una chiesa molto grande, diverse chiese barocche e la chiesa principale. Santo Amaro si trova nel Recôncavo di Bahia, vicino Baía de Todos os Santos. Oggi da Salvador, in macchina, ci si arriva in un’ora. Santo Amaro si trova sulla foce del fiume Subaé. Il percorso è ancora prevalentemente rurale, le aree che costeggiano  le strade sono rurali, ma città come Santo Amaro, Cachoeira, Feira de Santana, Maragogipe o  Nazaré das Farinhas, del Recôncavo da Bahia, sono città oramai. È una regione marcatamente urbana, la mia vita era totalmente urbana non ho avuto alcun contatto con il mondo rurale. Quando la parola città risuona nella mia testa, Santo Amaro è la prima cosa che affiora, è la prima immagine. È un’immagine elementare di città, è l’allegria di stare  in una città, di camminare con le scarpe su una strada lastricata, con i marciapiedi, gli alberi, la piazza, le chiese e le scuole.

Com’era la relazione con i tuoi genitori, la tua vita in quel  periodo?

È sempre stata ottima, grazie a Dio. Mia madre ha compiuto 85 anni l’altro ieri, e  sono andato a Bahia, sono stato a Santo Amaro per la sua festa di compleanno, che è andata molto bene, e lei stava benissimo. C’erano tutti i fratelli. Noi siamo quel tipo di famiglia che voi italiani conoscete molto bene, soprattutto quelli dell’Italia del sud. È una famiglia molto unita, con un’affettività molto  intensa. Credo che nel Sud Italia sia così, almeno nei film è così.

Hai avuto un’educazione religiosa?

Ho avuto un’educazione religiosa nel senso che ci hanno insegnato le cose… Io ho sempre studiato in una scuola pubblica fino all’università.

Che facoltà hai frequentato?

Mi sono iscritto alla facoltà di  Filosofia a Bahia, poi però c’è stato il colpo di stato militare. Ho frequentato i corsi solo per un anno e mezzo. Ma, a Santo Amaro, dico che abbiamo avuto un’educazione religiosa nel senso che a casa mia ci insegnavano le cose e ci obbligavano ad andare a messa tutte le domeniche (siamo stati tutti battezzati, cresimati, abbiamo fatto la prima comunione); la scuola non era religiosa, era pubblica, ma il numero di professori-preti era considerevole.

Nelle tue intervista, ricordi spesso tua madre ma non tuo padre. Qual è il legame più interessante e perché?

Non saprei dirlo. Forse perché mio padre è morto ormai da qualche anno. Ma ho molti ricordi di mio padre, aveva una personalità, una presenza molto forte.

Che lavoro faceva?

Mio padre lavorava nell’ufficio postale di Santo Amaro, era il responsabile di Poste e Telegrafi di Santo Amaro. Quindi non faceva altro che battere quel codice morse…. A quei tempi in Brasile, l’agenzia doveva essere obbligatoriamente in casa del responsabile, che doveva vivere nello stesso palazzo in cui si trovava l’agenzia Poste e Telegrafi. Noi vivevamo nella Posta, eravamo conosciuti come i bambini della Posta.

Era molto severo?

No. Io sono il penultimo figlio, loro hanno avuto sei figli e ne hanno adottati altri due, in totale otto figli. Bethânia è la più piccola dei figli naturali ed io ero il penultimo. Le più grandi dicono che le regole di casa all’inizio erano molto più severe, e che noi, i più piccoli abbiamo ereditato solo le regole meno severe. Tuttavia  mia sorella più grande attribuisce questa severità ad un fratello di mio padre (molto più vecchio di lui), che io non ho mai conosciuto, chiamato dai più grandi “nonno Chico”. Mio padre e mia madre erano molto uniti, anche fisicamente, stavano sempre insieme. Lui lavorava a casa, occupandosi dei clienti al bancone, era una casa molto grande. Pranzavamo e cenavamo tutti i giorni, tutti i figli riuniti, mio padre e mia madre a capotavola; si abbracciavano, si tenevano per mano, tutti i giorni (anche da vecchi), fino alla morte di mio padre. Sono arrivati a fare cinquant’anni di matrimonio, mio padre è morto ad 82 anni e mia madre adesso ne ha 85. Mia madre oggi è presente, si identifica molto con il modo di cantare, di stare sul palcoscenico, che io e Bethânia abbiamo, questo lato l’abbiamo preso tutto da lei. Quindi quest’aspetto della nostra vita è molto vincolato a mia madre, e lei stessa si vede riflessa in tutto questo e ne è molto felice; a lei piace e si sente naturalmente inclusa in questo universo. Mio padre ha accompagnato tutto questo (lui è morto quando noi già facevamo i cantanti); venne a Rio de Janeiro per assistere ad un concerto, e ogni volta che facevo un concerto a Santo Amaro lui c’era, era sempre con mia madre, e sempre vicino a noi, ma  non cantava, non ha mai cantato, non ho mai visto mio padre nemmeno accennare una canzone. Gli piaceva leggere poesie, ma non lo faceva mai.

Era un uomo straordinariamente forte a Santo Amaro, una sorta di modello etico, morale.

Ti sei mai trovato ad  un bivio fondamentale  nella tua vita?

L’impressione che ho è che tutto mi sia caduto dal cielo. Non riesco a fare una scelta precisa in relazione alla mia biografia. Non riesco a dire: “Mi comporterò così per indirizzare la mia vita in questo senso”. Ci sono momenti in cui la parola bivio, che hai utilizzato, mi porta alla mente un’idea di possibilità, di percorsi e di dubbi da seguire, o momenti in cui vari percorsi si incontrano.

Io, al tuo posto parlerei del “È proibito proibire”, parlerei dell’esilio.

Grazie tante. Io non lo sapevo, invece tu lo sai.

Quest’esperienza, quanto ha influito sulla tua creazione  musicale, nei testi, nella poesia, nel modo di….

Parli del “ È proibito proibire” o dell’esilio?

L’esilio. Come ha influito sulla tua creazione musicale?

È andata così: quando abbiamo cominciato a promuovere il Tropicalismo, qui in Brasile, il mio piano era di lavorare un anno, un anno e mezzo, dare forma, corpo a quel movimento, e ritirarmi dalla professione di musicista popolare per fare cinema o qualcos’altro. Ma mi arrestarono, passai due mesi in galera ,  poi quattro mesi al confino, e infine esiliato in Inghilterra, due anni e mezzo. La prigione mi spaventava, e avevo paura di tornarci, non me l’ aspettavo, rimasi in uno stato di depressione, fragile, e troppo debole per prendere decisioni e per dire: “Io non voglio questo,  io voglio quello”. Dovetti restare in esilio a Londra, vivendo grazie al denaro che guadagnavo con le canzoni che avevo fatto in Brasile, che man mano aumentava, e ciò che avevo fatto con la musica popolare iniziò a gratificare me e la mia vita. È per questo che dico che per me tutto capita, non sono io a pianificarlo. Anche quando ormai facevo musica popolare, continuavo a pianificare qualche altra cosa. Non avevo la forza per cambiare le cose, non sapevo neanche da dove cominciare, stavo lì esiliato, fragile. E nel frattempo la musica popolare mi rapì. La maggior influenza che esercitò l’esilio sulla mia creazione di musica popolare fu obbligarmi a continuare a fare musica popolare. Qualche giorno fa parlavo di questo in Brasile, e sono stato frainteso, perché sembrava che avessi detto che la dittatura mi avesse fatto bene. Non è così. Credo che abbia limitato le mie  opzioni.

Chi è Caetano Veloso a 50 anni?

Sono una persona che fa musica popolare e cerca di farla bene. Non ho l’obbligo di fare altro, ma ne ho il desiderio, ho la fortuna di essere brasiliano e questa è una cosa che mi piace.  Mi piace essere nato, oltre che in Brasile, a Bahia e, oltre che a Bahia, a Santo Amaro. Mi piace parlare portoghese. Ma allo stesso tempo, sono molto insoddisfatto, mi sento frustrato, perché questo paese, che amo tanto, non funziona. Il Paese non risolve le questioni economiche; la povertà, la miseria, permangono e prolificano in città, e questo limita la  nostra vita, di ognuno di noi in tutti i sensi, perché ci intristisce. Sono i mali del mondo. Ho una grande ammirazione per altri luoghi, ne riconosco la superiorità per molti aspetti, ma penso che sia una gran fortuna per me essere brasiliano.

                                                                      (Rio de Janeiro, settembre 1992)

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