In attesa dell’imminente uscita nelle librerie del suo nuovo libro, Volti nella folla, pubblichiamo “a puntate” una cronaca della scrittrice Valeria Luiselli uscita sulla rivista peruviana di giornalismo narrativo Etiqueta Negra.
La terza puntata.
illustrazione di Mario Segovia Guzmán traduzione di Elisa Tramontin
“Non si può calpestare due volte lo stesso asfalto”, scrive Joseph Brodsky dopo un viaggio a Venezia. Una qualche maledizione deve averla questa laguna: il mio solido patriottismo e incondizionato abbarbicamento ai marciapiedi di Città del Messico cominciò a languire proprio durante un viaggio in quella città. La scusa per visitare la laguna era perfetta: stavo scrivendo su Brodsky, – che è sepolto di fronte alla città, nel cimitero di San Michele – avevo dei risparmi da parte e, ciliegina sulla torta, un amico veneziano conosceva la nipote di Boris Pasternak, che si vantava di aver ereditato qualcosa della corrispondenza tra il suo decorato nonno e il poeta russo, ed eravamo d’accordo che mi avrebbe mostrato e tradotto quelle lettere.
Arrivai in laguna nel modo meno poetico e più economico: un po’ malaticcia e in autobus. Attraversai il ponte dal parcheggio di Piazzale Roma verso la zona delle pensioni economiche: neanche una stanza libera. Cominciavo a sentire un dolore acuto all’altezza del ventre. Su consiglio di un receptionist veneziano gentile, combinazione rara, finii per suonare il campanello al Convento delle Suore Canossiane. Lasciai le valigie in una piccola stanza del convento e uscii a distrarmi un po’ dal dolore. Ma mi distrassi poco dal dolore e molto dal senso del tempo nella città, perché quando ritornai al convento, le grandi porte di legno che proteggono le suore dal volgare mondo esterno erano già chiuse e non c’era modo di suonare un campanello o una campana per reclamare alle canossiane il mio diritto a un letto già prenotato e pagato. Incassando la sconfitta, pensai che avrei potuto passare la notte leggendo Brodsky su una panchina. L’idea era romantica, ma il mal di pancia cominciava a essere insopportabile.
Per molto tempo credetti che la letteratura potesse essere come una grande casa, territorio senza frontiere che ospitava quelli come noi che non sanno stare da nessuna parte, “Anywhere Out of the World!”, come dice quella poesia di Baudelaire. Quali meccanismi ci siano dentro di noi per arrivare a convincerci che certe metafore – che alcuni utilizzano alla leggera solo per illustrare il loro punto di vista – sono applicabili alla nostra vita, è per me un mistero. Niente di più lontano dalla verità, nella mia vita almeno, della metafora della letteratura come un luogo abitabile, come un’autentica dimora. Nel migliore dei casi, i libri che leggiamo, come i testi che scriviamo, assomigliano molto a certe stanze di hotel in cui entriamo esausti a mezzanotte e dai quali ci buttano fuori a mezzogiorno. O viceversa, come in questa occasione. Tuttavia, da un punto di vista totalmente realistico, i libri non cioffrono nemmeno un materasso per dormire né hanno una doccia con acqua calda. Decisi, senza pensarci troppo e sentendo che il mal di pancia si gonfiava come una palla dentro di me, di chiamare l’unica persona che conoscevo a Venezia.
Non tiro per le lunghe una storia che in realtà fu breve e felice. Chiamai il mio amico veneziano, gli spiegai la mia teoria della palla dolorosa e lui venne a prendermi, arrivo subito[1], fuori dal convento delle canossiane, per portarmi a casa sua. Quando cominciammo a camminare gli chiesi se potevamo andare immediatamente da un medico, ma mi spiegò che i medici privati a Venezia erano per i turisti ricchi e si facevano pagare caro, quindi il giorno dopo avremmo fatto un buon uso del mio passaporto italiano per farmi la residenza permanente nel comune di Venezia; poi avremmo fatto i documenti per un libretto sanitario e, alla fine, sarei potuta andare dal dottore[2] Stefano, medico del quartiere nell’estremo sudest della laguna. Cercai di spiegargli che per queste cose ci vogliono mesi, e che il mio dolore era insopportabile. Ma mi rispose con un “Non bisogna mai perdere la speranza”, e lo disse con un tono così profetico ed eravamo così in mezzo a Venezia, che dovetti rimanere in silenzio.
Il giorno dopo, andai all’anagrafe con il mio amico: non c’era nessuno a fare la fila e in dieci minuti mi diedero un codice fiscale. Poi, visitammo un ufficio in cui ci dichiarammo libera unione – coppia di fatto[3], come dicono loro – perché potessi avere un indirizzo postale. Neanche in quell’ufficio c’era nessuno, a parte tre ombre di burocrati che leggevano il giornale. La donna burocrate che ci accolse, si congratulò per la nostra libera unione e mi disse, dopo aver stampato tre documenti: “Adesso sei veneziana[4]”. Non avevo ancora digerito le parole dell’amabile signora[5], che eravamo già al ministero della Salute, dove ci misero più o meno due minuti per farmi un libretto sanitario. Così, nel giro di un paio d’ore, entrai nella vita fiscale italiana, diventai membro di una coppia di fatto, ottenni un indirizzo a Venezia, un medico e, quindi, diventai residente di una delle città nel mondo che ha meno abitanti fissi e che perde più residenti all’anno. Non solo, potei anche essere testimone di una Venezia invisibile e probabilmente in pericolo di estinzione: la città vuota, umida e silenziosa degli uffici governativi. Se esiste ancora una Venezia tollerabile, è quella di questi paradisi burocratici. Verso le quattro del pomeriggio, crollai tra le mani del dottor Stefano, che mi curò – completamente gratis – con un’unica pastiglietta gialla.
[1] In italiano nel testo.
[2] In italiano nel testo.
[3] In italiano nel testo.
[4] In italiano nel testo.
[5] In italiano nel testo.
continua…
Valeria Luiselli nata nel 1983 a Città del Messico, ha vissuto in Costa Rica, Corea, Sudafrica, India e Spagna. Attualmente vive tra Città del Messico e New York. Ha collaborato con giornali come “The New York Times”, “Letras Libres”, “Etiqueta Negra”. Il suo primo libro Papeles falsos, pubblicato nel 2010, è stato considerato uno dei migliori libri dell’anno e ha ricevuto un grande plauso dalla critica. Volti nella folla, di prossima uscita per La Nuova Frontiera, è il suo primo libro tradotto in italiano.

veneziavive
marzo 5, 2012
Spero sia solo una (bella) storia inventata.
Io (italiano) ci ho messo quasi due mesi prima di avere la residenza a Venezia e un altro mese per avere il medico di base…